pagina3Grafico

Ogni tanto capita che esca uno studio, un rapporto, una classifica, e per la Basilicata sono sempre dolori. Diamo un’occhiata soltanto agli ultimi.
Tre lucani su dieci sono a rischio povertà. E’ quanto emerge dai dati Istat, relativi al 2015, secondo i quali il 28,1 % dei lucani cammina barcollando sul margine della povertà. La media nazionale, tanto per intenderci, è ferma al 19,9%.

Altro giro, altra corsa.
La provincia di Matera, quella che ospita la Capitale della Cultura, si trova al penultimo posto (109°) nella classifica delle retribuzioni medie stilata dall’Osservatorio Jopricing (“Con tale classifica si vuole tentare di fornire indicazioni su quali sono i territori dove un lavoratore può cogliere opportunità di crescita retributiva”). Un pochino più su, ma sempre nei bassifondi, si trova la provincia di Potenza (94°), due posizioni più sotto, rispetto all’anno prima. Nella classifica delle regioni, la nostra -ovviamente, verrebbe da dire- è all’ultimo posto.
Terzo giro di giostra.
«Il 50° Rapporto Censis sulla situazione del Paese ha un punto centrale: l’apertura di una pericolosa “faglia” tra potere politico e corpo sociale e il soggetto che in passato è riuscito a svolgere una funzione di “cerniera”, cioè le istituzioni, non riesce o non è messo nelle condizioni di farlo». Il messaggio di Giuseppe De Rita, secondo la UIL di Basilicata, non è nuovo specie dopo il suo viaggio, nell’estate scorsa, a Matera e a Potenza «al termine del quale ci ha affidato una nuova carta di navigazione per la Basilicata che si apre e proietta il senso della sua identità nelle relazioni e connessioni del “nuovo”. Allo stesso modo, non è una novità del nostro tempo la presenza di un’élite politico-economica all’interno della nostra società. Quel che diventa inaccettabile, secondo De Rita, è l’idea che questa élite possa prescindere dal corpo sociale perché dipende da altri fattori siano essi esterni (basti pensare alla finanza internazionale) o interni (il raggiungimento e la conservazione dei propri obiettivi di potere). A questo processo il corpo sociale reagisce puntando tutto sulla propria autonoma capacità di “reggersi”, prescindendo a sua volta dalla presenza di strutture politiche e istituzionali. (…) Sarebbe il momento giusto di dare, coraggiosamente, un nuovo ruolo alle troppo mortificate istituzioni. (…) Dunque abbiamo urgente bisogno di “fare cerniere”, di “fare giunture”. Potremmo aggiungere, con una terminologia che ci è diventata familiare, “fare ponti” invece che costruire muri.
(…) In questo suo particolare stato d’intontimento il sindacato ha perso molte delle ragioni della sua competitività sociale. Ad esempio la capacità di visione e di rappresentazione sulle questioni più urgenti che avvolgevano il Paese dentro spirali a dir poco concatenate. (…) Sta già qui la nuova missione del sindacato. Non essere più come è stato. Dunque occorre dare un nuovo senso al sindacato. E un nuovo senso non può che essere quello della ripresa del riformismo, un luogo del fare operoso dove le questioni del Paese sono assunte come nuovo impegno e nuova responsabilità per la missione moderna e avanzata del sindacato».