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Circa tredieci anni fa, dopo una collaborazione artistica con Mango durata un’eternità, il talentuoso chitarrista lucano Francesco “Graziano” Accinni, originario di Moliterno, decise di tornare alle origini. Da allora, con gli Ethnos e poi con Tribù Lucane, è uno dei massimi esponenti, studiosi e divulgatori, della tradizione musicale lucana, aprendola alle contaminazioni.

Come giustifica la sua esistenza?
Il mio senso della vita ha un lato artistico: è sia intrinseco al mondo, che totalmente estraneo ad esso. Mio padre suonava la fisarmonica e la chitarra, come cinque suoi fratelli. Per me era quasi d’obbligo seguire la tradizione.
Quando ha capito che la chitarra sarebbe diventata una vera e propria professione?
Be’, direi quando ho incontrato per la prima volta i fratelli Mango: Armando e Pino. Sono stato uno dei primi musicisti lucani a far parte del loro gruppo.
Come ha conosciuto Pino Mango?
Ho conosciuto Mango tramite un amico, tale Luigi Latorraca soprannominato O’ Giorgione, che ci presentò dopo un concerto che Pino tenne a Spinoso, nel 1979, quando non era ancora molto famoso. Era agosto, andai a Lagonegro e suonai un blues e un pezzo dei Led Zeppelin, mentre con la classica gli feci una Bourrée di Bach. Con Mango sono rimasto per 25 anni.
Per Mango cosa comportò l’arrivo del grande successo?
Successo è una parola bella da un lato, ma complessa dall’altro. In quella fase cominciano a subentrare delle figure professionali che in certi casi elevano l’artista, ma in altri lo deviano. Tuttavia, Mango ha avuto la singolare opportunità di collaborare con gente di altissimo rango come Peter Gabriel, Dominic Miller, Sting e Pino Palladino, che è uno di quelli che adesso suona con gli Who. Più che altro, emersero altre cose che hanno causato la divisione dei due fratelli nel 2002, ma non vorrei parlarne, perché quando uno si sposa, si fa una famiglia sua etc., gli equilibri possono cambiare.
Lei quando ha interrotto questa collaborazione e perché?
Nel 2005. Anche se già dal 2003 avevo creato la mia associazione culturale con il gruppo Ethnos. Io ho interrotto il mio rapporto con Mango perché subentrò un altro chitarrista -alcuni dicono voluto da lui e altri dalla moglie- fatto sta che non avevo nulla da spartire con il sound che voleva intraprendere Mango, e cioè la cosiddetta “svolta rock”, che poi non c’è mai stata. Onestamente, non mi andava di fare la seconda chitarra di nessuno. Io sono un tipo “o tutto, o niente”.
Ricorda il suo primo concerto davanti a una grande platea?
Mi sono trovato con Pino “dalle stalle alle stelle”. La prima volta sarà stato di sicuro un Festivalbar, poi ci fu la tournee di “Bella d’estate” e in quel caso facemmo dei gran bei concerti.

…Fu in quella occasione che conobbe Lucio Dalla (coautore del testo – ndr)?

Sì, anche se in verità lo avevo già visto in un concerto di piazza del mio paese, Moliterno. Parliamo del 1976, quando fece un album molto politicizzato: “Automobili”. Ricordo che si portava dietro come spalla Rosalino Cellamare, oggi Ron. Si trattava di una festa religiosa e invece lui si mise a fare il comunista entrando in collisione con l’apparato della DC locale. Morale della favola? Non lo pagarono e c’è mancato poco che gliele suonassero di santa ragione. Ci incontrammo anni dopo in uno studio di registrazione e, chiacchierando, mi ricordò di quell’episodio: «Ah, tu sei di Moliterno?! Soccia! Lo sai che non mi pagarono?!».
Mentre parliamo è il sette dicembre, in questo giorno, due anni fa, scompariva Mango. Ci sono state delle polemiche, sul “music business” che consumerebbe gli artisti fino all’osso.
Alcuni artisti non riescono a far musica che va di pari passo col loro invecchiamento. Io stesso ho capito che i capelli mi cadevano, mi cominciava a crescere il “vucculare” (doppio mento – ndr), e quindi che non potevo suonare a vita “Bella d’estate”. A Pino glielo dissi: “io non invecchierò così”, e lo esortai a intraprendere una strada di maggiore spessore. Una notte, dopo la registrazioni di “Disincanto” -il disco con “La Rondine” che per metà fu registrato a Lagonegro- ne parlammo fino al mattino. Ma lui mi rispose che c’erano di mezzo esigenze dettate dalle case discografiche, la tv, eccetera. Pino canzonette non ne ha mai fatte, ma diciamo che non si è evoluto.
Da alcune conversazioni con giornalisti di fama che si occupano di musica, è emerso che forse è meglio non incontrare gli artisti famosi, perché si corre il rischio di rimanere delusi. Lei ne ha conosciuti molti.
Questa cosa mi è capitata in diverse occasioni. Quello che mi ha deluso di più, specialmente per la spocchia, è stato Franco Battiato. E non voglio parlare di Zucchero! Al contrario, degli esempi virtuosi, anche se non sono cantanti, sono Lino Banfi e il compianto Raimondo Vianello. In questo caso parliamo di due Signori.
In occasione del Capodanno materano, suoneranno i “Dire Straits Legacy”. Ma chi sono costoro?
Ovviamente non sono i Dire Straits. C’è uno, il chitarrista, Phil Palmer, che sì, è vero che ha fatto dei festival con loro, ma più che altro è famoso per aver fatto l’assolo di chitarra di “Nastro Rosa” di Lucio Battisti.
Ma gira voce che abbiano un ingaggio notevole.
Embè, tanto ormai siamo in una regione in cui si sperpera alla grande… Però, per arrivare dalla Val d’Agri fino a Potenza, ci sono ottomila semafori e strade dissestate; se devo andare a Tolve o a Palazzo San Gervasio prima mi tocca comprarmi la Jeep. Io non dovrei dirlo, perché sono un alfiere della cultura, tuttavia nella Magna Grecia o nell’Impero romano prima si badava alle cose realmente importanti, e poi veniva tutto il resto.
Dopo aver lasciato Mango e il Pop, lei si è dedicato alla musica popolare lucana e alle sue possibili contaminazioni, prima con gli Ethnos e ora con Tribù Lucane. Come mai questa svolta?
La svolta non c’è stata, perché io col Folk ci sono nato. Da ragazzo frequentavo la Gifra, la gioventù francescana, ed ebbi l’onore di conoscere padre Policarpo Trolli. Armato di un registratore enorme a quattro piste, un “geloso”, questi andava in giro per le case della Val d’Agri a cercare melodie, poesie, canti devozionali: un Ernesto De Martino francescano, insomma. Io assaporai quella ricerca antropologica ed etnomusicologica. Quelle registrazione andarono quasi tutte perse, ma io nel mio archivio oggi ne conservo una.
A Guardia Perticara, annualmente, lei organizza “La Notte della Tarantella”. Una domanda che faccio spesso è: perché qui da noi non si riesce a creare un evento di portata, culturale, turistica ed economica, simile alla “Notte della Taranta” salentina? I musicisti mi dicono che mettere d’accordo gli artisti lucani è impossibile; gli addetti ai lavori mi dicono che non dobbiamo, per forza, copiare le cose degli altri. Chi ha ragione?
Beh, che non dobbiamo copiare le cose degli altri, è vero. Non le nascondo che, anni fa, conobbi Sergio Blasi, l’inventore della Notte della Taranta. Lui mi propose di “portarla” qui in Basilicata. Ma qui c’è da fare una riflessione: quando noi lucani dobbiamo suonare là –in Campania o in Puglia- loro se possono ci ostacolano e noi stiamo con due piedi in una scarpa, da veri coglioni; quando loro, devono suonare qua, fanno i padroni, con i nostri omaggi. Noi Lucani non è che non siamo uniti, è che atavicamente ce ne freghiamo. Per questo l’evento che dice lei non si farà mai. E poi, dai tempi dei Tarantolati al Folk Studio, ci sono dei gruppi che si sono connotati politicamente, cosa che –secondo me- non appartiene alla musica popolare.
A proposito dei rapporti con la politica, la musica popolare lucana, alle volte, sembra costretta, per poter sopravvivere, a puntare un po’ troppo sui finanziamenti pubblici.
Non bisogna fare di tutta un’erba un fascio. Quando il presidente della regione era De Filippo, questi aveva dato potere, ad alcuni funzionari “storici”, di mettere a diposizione della comunità personaggi della musica, affinché si prodigassero per il territorio. Fra questi c’ero io, ma c’è da dire che come Ethnos, e poi come Elettrico Lucano, ho effettivamente messo a disposizione della comunità 6 cd, un dvd e due libri, spendendo al meglio quei soldi. Gli altri? Non lo so.
Ma la musica lucana, allora, non può fare a meno della politica? Specie se sul pubblico lucano -non sempre attento e partecipe, come sembra- non si può fare affidamento….
Ma guardi che anche “Puglia Sounds” o “La Notte della Taranta” sono legati alla politica, quest’ultima al Pd, in particolare. Il punto è: se la politica aiuta un fenomeno di nicchia a diventare di massa, ben venga.
Ma questa Basilicata dei dati Istat, Censis e Svimez sulla povertà, lei come la vede?
Vorrei citare un libricino che s’intitola, mi pare, “Grande viaggio in Lucania” di un signore di Milano che, verso i primi del ‘900, si recò in Basilicata per un tour. Ad un certo punto, nel libro si legge, più o meno: «Mi sembra strano constatare che a Melfi la gente ancora viva nei tuguri, affamata e piena di malattie, nonostante abbia come compaesano un ministro del Governo Zanardelli - che era ovviamente Nitti- e come mai questi ha dichiarato di non voler regionalizzare il suo mandato, pur sapendo che i suoi fratelli vivono in quelle condizioni». Lei cosa ne deduce?
Cosa ne deduco?
Che i primi nemici dei Lucani sono i Lucani stessi: la prima cosa che fanno, una volta arrivati a certi livelli, è dimenticarsi di tutti gli altri.
Agostino Gerardi, il re del folk, mi diceva che parte del pubblico lucano un po’ si vergogna della musica popolare, come fosse un parente scomodo, riscoprendola solo in occasioni festive. E’ d’accordo?
In Basilicata il pregiudizio c’è, da parte dei musicisti per primi. Ci sono dei chitarristi dotatissimi che potrebbero contribuire molto alla musica lucana, ma invece di suonare tarantelle, walzer, mazurke o quadriglie, preferiscono fare la brutta copia di Django Reinhardt. Le dico questo: nella Parigi del 1860 c’erano tremila musicisti lucani che giravano: l’ironia è che oggi, quando mi sentono suonare una Polka Basilisca, mi dicono “Ma questo sembra gipsy!”. Ma no, miei cari, certe linee melodiche provengono da noi lucani!
Quindi i lucani non hanno idea del patrimonio musicale che hanno?
I Lucani non sanno un cazzo! E lo scriva, per favore. Preferiscono tutti fare i jazzisti e gli esterofili, ignorando a più pari un patrimonio etno-musicologico abnorme, abnorme! Sto lavorando a un album sui barbieri-musicanti lucani, e lì c’è l’ira di dio. Io sono incazzato nero.
Si vede. C’è invece chi, a livello nazionale, il nostro patrimonio lo conosce molto bene e lo utilizza pure; penso a musicisti famosi come Vinicio Capossela, per esempio.
C’era già Eugenio Bennato, se è per questo. E’ storia vecchia, uno stillicidio vecchio, ma non mi riguarda: io sono cresciuto con i fratelli Mango, che erano artisti di un certo tipo, ecco perché anche loro, come me, erano quasi sempre incazzati.
Nel suo libro (“Girovaghi, musicanti e musicisti della Valle Dell’Agri”, scritto con Teresa Armenti e Adamo De Stefano) lei ha dimostrato che la Basilicata ha una storia di musicisti che hanno girato per il mondo.
Sì, mi sono imbattuto, ad esempio, nella storia dei fratelli Ramagnano, di Marsicovetere, che girarono l’Europa. Un loro pronipote mi dice che avrebbero suonato con Caruso e che lui avrebbe, da qualche parte, addirittura i contratti. Sono in attesa di vederli e di pubblicarli. Nel libro c’è poi la storia di Alfonso Meo Martino, un liutaio –forse di Tricarico- che compare fra le vittime del Titanic, unico lucano: andava a New York per vendere un violino, ma il fatto strano è che a bordo figura in compagnia di un bambino. Chi dei due doveva “consegnare” a New York?
Il suo ultimo progetto, “Tribù Lucane”, pare molto legato alla figura femminile in Basilicata.
La stragrande maggioranza dei brani popolari sono dedicati a una figura femminile: una Madonna, una Santa, una mamma, o anche una “zoccola”, per usare un termine dialettale. Le melodie, di conseguenza, al di là dell’aspetto devozionale, sono davvero da brividi.
Lei è fra i protagonisti del “Capodanno Rai” in piazza Prefettura a Potenza.
Sì, musicherò una delle “cartoline video” sulla Basilicata, utilizzando una versione di “Lucanae Tarantella”; poi sul palco suoneremo un medley, formato da “Polka Basilisca”, che è una musica di barbieri della zona di Sant’Arcangelo, ancora “Lucane Tarantella”, e “U Bannu”, un brano di origine moliternese, scritto dal poeta-sindaco Vicenzo Valinoti Latorraca, dedicato alla figura del banditore.
Il libro che la rappresenta?
“Il terzo occhio” di Lobsang Rampa, un monaco tibetano. Evidentemente, sono rimasto legato ai monaci (ride).
Il film?
Tutti quelli di Stanley Kubrick.
La canzone?
“Spectrum” di Billy Cobham
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
La lascerei in bianco, senza nome. Come il disco bianco dei Beatles.