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2630 morti. Trentasei comuni rasi al suolo. Trecento gravemente danneggiati. Il terremoto irpino-lucano dell’80 si è rivelato come la più grande tragedia che ha colpito l ‘Italia dopo la Il guerra mondiale. Quasi tremila morti, rovine per decine di migliaia di miliardi di lire, un centinaio di paesi distrutti e circa un milione di senzatetto.

È stata, però, anche la più grande occasione di ricostruzione dopo la guerra. Gaetano Fierro era il giovane sindaco Dc del capoluogo lucano. Autore di due testi che rappresentano la “memoria storica”, (“Gli anni difficoli” e “Vita, morte e miracoli del Terremoto ’80”), per tutti “Tanino” è ancora il “Sindaco del Terremoto”. Questo è il suo racconto, senza filtri.
Sulle prime, ci fu una “gara di solidarietà” per tamponare i problemi immediati, vero?
Confusa ma imponente, la gara di solidarietà durò qualche mese, finché il grande freddo e un silenzio anche più gelido non scesero su queste povere terre “dell’osso”, per dirla con Rossi Doria. Poi arrivarono “le barbette incolte e gli occhialini alla Gramsci’’, per diffondere il virus della speculazione politica e dell’agitazione popolare nelle tendopoli e fra le mute rovine sostenute da una dignitosa sofferenza. Intanto si metteva in moto l’imponente macchina statale, guidata in maniera impareggiabile dal Commissario Giuseppe Zamberletti, finalizzata alla ricostruzione. Migliaia di miliardi di lire produssero allora la tracimazione degli argini dell’abbandono e il profluvio finanziario giunse come un’alluvione sulla povertà antica della gente lucana. Dopo qualche speranza e qualche risultato conseguito, si è gridato subito allo scandalo.
Si è sempre parlato di sprechi, infatti…
Nell’incalzare degli eventi sicuramente ci sono state scelte affrettate e deprecabili sprechi, soprattutto nelle grandi opere pubbliche. Ma anche le analisi meno faziose sono concordi nel rilevare che (e per fortuna possiamo dire che è finita) la “grande abbuffata” è stata il frutto politico di una legislazione che ha lasciato troppo spazio, in corso d’opera, alla discrezionalità di procedure straordinarie che hanno consentito di derogare a importanti principi del nostro ordinamento giuridico, primo fra tutti quello preposto ai controlli. Insomma, ancora una volta si sono potute violare le leggi “rispettandole”, anche se, ed è una verità assiomatica, è incontestabile che la ricchezza maggiore della Basilicata sia l’onestà.
Ma qualcuno ci ha guadagnato, no?
A posteriori è emerso che a guadagnarci sulla tragedia sia stato soprattutto il Nord, che ora ha il dito teso contro il Mezzogiorno. Basta considerare le cifre, divenute pubbliche per fortuna, e la provenienza delle aziende fornitrici.
Allora? Speranze tradite? Una ricostruzione che ha fatto più male che bene?
Poco onesto affermarlo. Ma 35 anni dopo si coglie, ancora, nell’aria la discrasia fra i soldi spesi, le opere realizzate e lo scontento della gente. Ciò che è mancato è stato un progetto, sostenuto da una ferma e lungimirante idealità. Finiti i riti del «cònsolo», partiti gli ultimi angeli dei soccorsi, le ruspe sono state sostituite dalle betoniere. Ma valanghe di cemento hanno colpito al cuore la gente. Contadini e artigiani si sono ritrovati operai, ma non hanno ritrovato se stessi. Sono, paradossalmente, più ricchi materialmente, ma più poveri di prima, specie moralmente. Così anche se la Basilicata ha fatto un balzo avanti, l’onda lunga del terremoto continua a farla sentire smarrita nella propria coscienza.
E’ necessario fare una distinzione tra le risorse finanziarie destinate alla ricostruzione del patrimonio abitativo e quelle assegnate alla costruzione delle otto aree industriali?
E’ importante che i due flussi finanziari vadano nettamente separati. Nel primo caso i finanziamenti sono arrivati direttamente ai Comuni e agli Enti gestori del patrimonio edilizio pubblico e privato,• nel secondo caso, direttamente agli industriali, attraverso uffici e procedure gestite direttamente da Roma. Ora, per quanto riguarda l ‘edilizia pubblica e privata, non si può escludere qualche forzatura sulle perizie dei danni, un modo tutto italiano di operare. Diversa è stata, invece, la costruzione industriale. Qui non soltanto si è speculato, ma qualcuno, in maniera incredibilmente ... legale, ha incassato senza colpo ferire (e senza fare niente). È qui che scatta il primo discorso sui “ritardi” della ricostruzione in Basilicata.
Perché?
Quel Parlamento ha fatto la legge nel 1981, ma i primi soldi li ha erogati solo nel 1985. Parliamo, dunque, di un ‘area industriale da organizzare che ha soltanto pochi anni di vita. Per progettare quelle otto aree industriali è stato necessario creare ciò che i tecnici chiamano “infrastrutture interne ed esterne”. Il che significa strade, significa comunque attrezzare un’area perché venga costruito uno stabilimento industriale. E, ab antiquo, qui è cascato il cosiddetto asino. La gestione è stata esclusiva del Governo centrale e da fuori regione sono venute le quattro o cinque imprese che si sono divise la grande torta delle infrastrutture; sempre Roma ha deliberatamente escluso le imprese della Basilicata, nonostante un’ordinanza dell’allora ministro Scotti avesse sancito che il cinquanta percento di questi appalti dovesse essere destinato alle imprese locali. E queste imprese, ottenuta la concessione al mega-appalto, altro non hanno fatto che cedere i lavori in sub-appalto, questa volta alle imprese di Basilicata, con ribassi fino al 50 per cento. Un affare di proporzioni immense, peraltro “registrato” dalla Commissione Scalfaro.
Ma i lucani, dunque, in questa mega-ripartizione non c’entrano?
Lo ripeto: non hanno gestito nulla, tutto è stato calato dall’alto. Gli imprenditori hanno protestato, denunciato le degenerazioni dei subappalti e nessuno li ha ascoltati. Di una buona fetta, dunque, di queste migliaia di miliardi di lire, in Basilicata si è sentito soltanto ... l ‘odore. Sulla ricostruzione, infine, si è abbattuta l ‘ombra lunga degli scandali e degli sprechi. La Commissione d’Inchiesta parlamentare sulle aree terremotate, presieduta dall’ on. Scalfaro, è stata anche a Potenza, ha concluso i suoi lavori dopo 14 mesi di indagini ed approvato tre relazioni che furono, successivamente, portate in Parlamento. Ma la Commissione non fornì tutti gli elementi richiesti. Tuttavia è verosimile affermare che in quel periodo la ricostruzione in moltissimi Comuni era in fase avanzata, mentre in altri si registravano ritardi dovuti a difficoltà di carattere urbanistico o a conflittualità fra condomini o a ritardi nell’elaborazione degli strumenti urbanistici. Ad essere investito dell’ argomento, fra gli altri, fu anche l ‘Alto Commissario Antimafia.
A quali conclusioni pervenne?
Poiché si diceva che l ‘Irpinia avrebbe avuto 64.000 miliardi di lire, l’inchiesta ha potuto fare giustizia di tutto ciò: la provincia di Avellino, infatti, ebbe solo 6.549 miliardi. Per gli insediamenti produttivi nelle aree di Avellino, Salerno e Potenza furono stanziati ottomila miliardi di lire. Ben trentacinque pagine furono riservate ai “commenti” sulla spesa degli stanziamenti pubblici a Napoli. Da qui vennero fuori i nomi di Scotti e Pomicino. Così scrissero i parlamentari d’opposizione, sul ministro del Bilancio: «Durante i lavori, l ‘accento è stato posto più che sulla legittimità dell’inserimento nel programma di opere così importanti, sulla loro “utilità “, come se l’utilità di un ‘opera giustificasse il ricorso a procedure eccezionali che hanno portato ad un superamento delle disponibilità finanziarie». Il messaggio chiaro e politicamente voluto dalla Commissione Scalfaro creò un nuovo terremoto.
Cosa successe a quel punto?
Da parte democristiana giunse immediata la domanda: perché l ‘indice puntato solo su di noi e non anche sui potenti socialisti del Mezzogiorno? Le conclusioni della Commissione d’Inchiesta sulla ricostruzione in Campania e Basilicata costituivano un duro attacco al “sistema di potere democristiano” nel Mezzogiorno. Un’intera classe dirigente rischiò di essere decapitata da quelle conclusioni. Il P.C.I. sapeva, sperava e cercò di passare all’’incasso; fece sapere che era a un passo dall’atto più clamoroso: la richiesta di impeachment per i ministri del Bilancio e dell’Interno. Allora i comunisti attesero le mosse del P.S.I. al momento della discussione della relazione finale. Lì volevano verificare la “coerenza” dei loro comportamenti: se avevano spinto sull ‘acceleratore delle accuse in Commissione potevano - questo era l ‘auspicio - anche accettare che le valutazioni finali fossero portate alle “estreme conseguenze “.
Questi i fatti. E le responsabilità?
Quella valanga di leggi sul terremoto non fu forse approvata da tutti i partiti? Furono 33 le leggi approvate dal Parlamento, quasi tutte passate senza il voto contrario del P.C.I., che hanno regolamentato l’opera di ricostruzione in Campania e Basilicata. La legge quadro, la 219 del l’81, decise uno stanziamento di 9.500 miliardi per dare una casa ai 70.000 senzatetto. Gli ulteriori stanziamenti furono decisi nel corso delle varie leggi finanziarie. Le opposizioni di sinistra, quando non votavano “sì”, si astenevano riconoscendo che c’era stata «una responsabilità consociativa». Le cose sono andate così: «avevano delegato questa materia al partito trasversale formato dai parlamentari di tutti i gruppi politici eletti nelle zone terremotate».
Il famoso “Partito del terremoto”…
Anche i Governi hanno fatto la loro parte, sotto la spinta del “partito del terremoto”: con i decreti legge è stata prima allargata l ‘area di intervento, portando i Comuni colpiti da 37 a 687, e poi la misura dei finanziamenti, concedendoli anche a quelle che erano, in realtà, seconde case. Nel tracciare un quadro conclusivo relativo alla raffigurazione dei fatti e delle azioni conseguenti alla calamità, occorre sostenere che l’inchiesta, così come è presentata dai documenti conclusivi, appariva allora indispensabile. Lo scopo della ricostruzione di eventi tanto controversi, specialmente per il fatto che hanno comportato l’utilizzazione di ingentissimi finanziamenti pubblici, era, ad un tempo, la base epistemologica per l’individuazione delle responsabilità pregresse ed il punto di partenza per aprire in futuro un capitolo nuovo: il solo modo perché da una esperienza negativa potessero nascere regole nuove e più sicure nel governo della spesa pubblica, secondo criteri di trasparenza, collegialità, imparzialità ed efficienza.