stipendi parlamentari

Se il candidato Piggy Trump riuscisse a diventare Presidente degli Usa nessuno, dico nessuno dei 150 milioni di cittadini americani, sarebbe disposto a pagargli uno stipendio, grande o piccolo che fosse, e ciò in considerazione dell’immenso patrimonio di cui lo stesso dispone (sembra che tra le tante ricchezze abbia anche la proprietà di 500 appartamenti in New Work), a fronte del quale apparirebbe come un’elemosina oltraggiosa un eventuale stipendio pagato dagli americani ad una delle persone più ricche del mondo, CHE SICURAMENTE RINUNCEREBBE A QUALSIASI FORMA DI RETRIBUZIONE.

Se TALE PRASSI fosse recepita anche nel nostro Paese si potrebbe AD ESEMPIO prevedere -con grande risparmio per i contribuenti e particolare soddisfazione per i tanti che auspicano una riduzione dei costi connessi ai parlamentari- che i deputati e senatori che siano già titolari di redditi superiori ai 200.000 o 250.000 euro all’anno siano dispensati dal gravoso onere di dovere percepire, in funzione del mandato politico, somme di danaro a titolo di diarie, rimborsi spese, indennità. Si potrebbe infatti determinare una soglia economica al di sopra della quale la funzione RAPPRESENTATIVA DEI CITTADINI sarebbe realmente espressione di una vera e propria vocazione e predestinazione del politico nei confronti della “res pubblica”.
E’ evidente che l’aspirante parlamentare, consigliere regionale e perché no l’aspirante sindaco di una grande città, ove in possesso di redditi alquanto elevati, non dovrebbe fare altro che manifestare ai suoi elettori il futuro diniego nei confronti di qualsiasi elargizione proveniente dal popolo, con una contestuale programmazione verso attività pubbliche prestate a titolo assolutamente gratuito. Non pensate subito a Male, non cominciate ad ipotizzare che così facendo solo i ricchi sarebbero candidati e votati dai cittadini: pensate che nell’antica Roma per diversi secoli la vita politica fu Felicemente gestita esclusivamente a titolo gratuito dai soli patrizi, che, in aggiunta a ciò, erano soliti pagare con le loro ricchezze anche gli stipendi dei soldati. E Roma divenne ROMA, con i suoi Cesari, i suoi imperatori, il suo senato, la sua potenza estesa in tutto il mondo civile. Era e sarebbe assolutamente ovvio che il solo requisito del benessere economico non è di per sé sufficiente a legittimare agli occhi del Popolo soggetti eventualmente caratterizzati da discutibili doti intellettuali o privi dei requisiti di onore e moralità, assolutamente indispensabili per espletare un “munus pubblicum” Considerato che, sulla base delle dichiarazioni dei redditi fino ad oggi acquisite dalla Camera dei deputati e dal Senato sembrerebbe delinearsi un quadro del benessere parlamentare abbastanza diffuso, essendo molti deputati e senatori appartenenti alle categorie dei professori universitari, medici affermati, avvocati di grido, imprenditori di elevato livello, le spese statali del settore verrebbero in tal modo ridotte almeno del 50%. La proiezione positiva sarebbe peraltro estensibile anche ai componenti del governo, cui potrebbero riconoscersi dei PICCOLI contributi solo per le partecipazioni a pranzi e cene istituzionali, da celebrarsi COMUNQUE con costi sicuramente contenuti, previa eliminazione di taluni alimenti quali tartufi, caviale e champagne. Ricordiamo che l’indimenticabile superiora del convento delle Carmelitane, richiamando le sorelle ad una comune solidarietà durante la guerra contro i nazisti, fece ricorso celebre invito:”Quando è guerra è guerra per tutte!” Solo per “mettere i puntini sulle famose I”, voglio ricordare ai miei attenti lettori che già nel recente passato una parte dei politici italiani ebbe a partecipare ad accanite battaglie per l’“abolizione del finanziamento pubblico” dei partiti, con la conseguenza che -abolito il finanziamento pubblico- nacque contestualmente il concetto e lo strumento del rimborso delle spese elettorali, in nome del principio che se non è “zuppa è panbagnato”: sono sempre e solo soldi che escono e usciranno dalle nostre tasche per finire in quelle dei partiti, almeno fino a tutto il 2017. E allora se non si vuole continuare nella pratica del gioco delle tre carte, in cui quella vincente, chissà perché, continua ad essere sempre l’asso di bastoni, ed i cittadini sono trattati alla stregua di simpatici gonzi da gabbare, proviamo a fare qualcosa di serio e stabiliamo che chi ha l’ambizione di fare politica la deve fare con i propri soldi ed a sue spese o tutt’al più con il contributo di chi crede in Lui e nelle sue capacità politiche, essendo disposto a finanziare, in tutto o in parte le relative attività con le spese connesse. Nascerà così una politica più fresca, realmente nuova e meno condizionata dal danaro, che potremmo definire come la politica a “KM zero” o “a costo zero”.