GianlucaCaporaso

Quarantatrè anni, volto vissuto, voce pacata e sguardo incendiario, Gianluca Caporaso è uno scrittore per l’infanzia di ragguardevole successo (i suoi due libri, usciti per Lavieri di Villa D’Agri, hanno già toccato quota diecimila copie).

Già coordinatore della delegazione provinciale del Centro Servizi Volontariato della Basilicata, oggi è un consulente esterno regionale per le politiche legate all’uso dei fondi comunitari, ai fini della lotta all’esclusione sociale. Nel consiglio comunale di Potenza, siede nel banco dei Social Democratici. (L’intevista si è svolta mercoledì scorso).

 

Come giustifica la sua esistenza?


La mia è l’esistenza di chi cerca di mettersi e di schierarsi dal lato dello stupore. Dell’uomo che cerca gli altri uomini per mettersi alla ricerca della meraviglia, anche nel campo del sociale, dove si trova molta sofferenza. Il massimo della felicità e il massimo del dolore sono paradossalmente vicini.


Monsignor Ligorio in questi giorni commentava i dati sulla povertà. Secondo lei le Istituzioni sanno realmente com’è la situazione, o per loro diventano soltanto delle cifre?


Io credo che la regione sia così piccola da render impossibile che una persona che fa politica, a qualsiasi livello, non sappia cosa succede. Eppure ci sono delle sacche di ricchezza che sono così estranee alle dinamiche del mondo. Sotto il profilo dell’amministrazione, non è possibile non saperlo, questi problemi si respirano.


E allora cosa accade?


Accade che a volte la macchina ha delle dinamiche che sono schiaccianti rispetto ai piloti.


Vuole dire che la macchina politica è sovradimensionata?


Voglio dire che la macchina politica a volte, non solo non è adeguata, è vero, ma senza un’attivazione di corresponsabilità di tutti i cittadini, non è in grado di risolvere da sola le questioni. Limitarsi ad additare il luogo della decisione politica è insufficiente, perché la decisione politica, al di là delle derive squallide che noi sappiamo -tipo il clientelismo, che tra l’altro ora è diminuito perché ci sono meno risorse- definisce gli orizzonti, le priorità e gli obiettivi. Poi c’è la dimensione tecnico-amministrativa che li deve tradurre in fatti. Io credo che una comunità non sia fatta da un solo decisore. Dico questo, ovviamente, senza venir meno al fatto che la classe politica ha grandi responsabilità storiche.


Quali sono le maggiori difficoltà che da “volontario” ha avuto con la politica, con la pubblica amministrazione e con i cittadini?


La politica a un certo punto inevitabilmente fa i conti con il consenso: ho dei racconti diretti, fatti da amici, che in campagna elettorale non hanno potuto aprire sul tema dello straniero, che è il tema dei temi, perché faceva perdere voti. È questa una fase in cui, a mio avviso, o ci si dà un po’ di responsabilità anche sotto il profilo dell’impopolarità delle scelte, o altrimenti non se ne esce. È una fase così delicata da richiedere profili molto elevati, almeno dal punto di vista della professionalità.


E per quanto attiene la pubblica amministrazione?


La dimensione procedurale è elefantiaca, a dispetto della “leggerezza” di cui certe dinamiche invece avrebbero bisogno. Il tutto si traduce in insostenibilità dei tempi.


Rispetto alla cittadinanza?


Io rimprovero uno scarsissimo presidio dei luoghi della rappresentanza, unita spesso a un’incapacità di ragionare secondo le logiche della collettività. Anche nel mondo del volontariato accade, perché non è un luogo tutto di santi e mistici.


Evidentemente il mondo dell’associazionismo, nelle prospettive di alcuni, offre anche l’opportunità di diventare “personaggi”.


Anche. Inevitabilmente si acquisisce una valenza pubblica e una visibilità. Il problema è sempre quello: capire in che modo giochi la tua dimensione pubblica, perché tutti i grandi gruppi solidali italiani hanno anche costruito livelli di comunicazione e visibilità alti, penso a Libera, Arcigay, o Legambiente.

 

Qualcuno l’ha mai accusata di aver usato il volontariato per entrare in politica?


Direttamente no, ma indirettamente è probabile, e lo comprendo, anche. Ci può stare, però chi sta all’interno le può garantire una cosa: l’opinione pubblica orienta parzialmente delle scelte che sono anche di tipo politico, ma in un contesto piccolo, il volontariato non orienta i voti.


Parliamo delle questioni di attualità, reddito minimo e la riconversione della card carburante: alcuni giornali hanno parlato, a seconda delle prospettive, di “spartonze” o di “elemosine”.


A volte mi viene da pensare alle polemiche che si innescano nel centro storico quando le scelte dell’amministrazione vanno verso la ZTL, e il commercio subisce gravi danni: le colpe ricadono sull’amministrazione e non sul contingente storico. In tutta Italia e in tutto il mondo, su alcuni livelli di intervento, le politiche si sperimentano e in questa fase si stanno sperimentando due livelli: il primo, il sostegno effettivo al reddito, perché non puoi vivere al di sotto di certe soglie; e il secondo, un sostegno all’inclusione attiva, che sta a significare il tentativo di rimuovere le cause di esclusione, quindi l’inserimento nel mondo del lavoro, l’acquisizione di competenze e di saperi, l’accompagnamento scolastico nei nuclei familiari dove ci sono i minori, la lingua, l’uscita dalle dipendenze. Si sperimentano delle politiche e quindi va messa in conto l’incidenza dell’errore, più avanzata, rispetto ad altre questioni.


Immigrazione, la questione è più che mai viva. Com’è cambiata la città di Potenza con l’arrivo degli immigrati?


Con il mondo del volontariato, abbiamo fatto anche delle indagini per capire il modo in cui veniva percepito il fenomeno. L’abbiamo fatto prima degli attentati, perché, per quanto sia sbagliato, vengono ricondotti alla percezione dello straniero. Nelle nostre indagini la gente rasenta paura, diffidenza e non esistono relazioni. Nel mondo del volontariato, con un gruppo chiamato “Ame-rete”, da qualche anno abbiamo messo in piedi un percorso chiamato “Le vie della Pace”. Il concetto di base è: ci sono la residenzialità e l’ospitabilità, fatti dai soggetti preposti che erogano il servizio, tuttavia viene meno il momento della “sutura”. Cioè occorre cucire gruppi messi ai margini e farli sfiorare. Come? Intorno al gioco, alla cultura, alla lingua, alla narrazione e l’arte. Temi, cioè, che ti raccontano quali sono i linguaggi che queste persone si portano.


Quindi, gli stranieri a Potenza sono ancora avvertiti come “corpi estranei”?


Mi creda, lo comprendo. La questione è di ordine pubblico. Una presenza che diventa sempre più numerosa, viene inevitabilmente avvertita come una minaccia. In questo momento, le politiche non sono ancora mature per comprendere che anche le logiche dell’accoglienza, per come sono strutturate, piuttosto disintegrano la disponibilità all’accoglienza.


Che fare?


Bisogna spingere moltissimo sulle politiche dell’integrazione.


Continuare ad accogliere è giusto?


No. La mia esperienza nel sociale mi porta a dire che non è un “dettaglio” accogliere in un luogo mille persone, invece di cinquecento o cento. Tutti i processi inclusivi sono progressivi, non immediati. Ripeto: è fondamentale che si accompagni la mera logica dell’ “accoglienza sì/accoglienza no”, con delle politiche effettive.


Che secondo lei non ci sono.


Le faccio degli esempi minuti. Se io ho un’associazione che si occupa di verde pubblico, posso iniziare a coinvolgere queste persone nelle mie attività. Io l’ho fatto col mio libro, “Appunti di Geofantastica”: ho organizzato delle letture in lingue diverse. In momenti come questi, allora, la dimensione fantasmatica della “minaccia”, dell’ “uomo nero”, viene meno, e si scopre che questi sono ragazzi, che sognano, che hanno voglia di dialogare, ma che hanno le loro cifre e i loro linguaggi. Ecco, manca questo. Questi arrivano e stanno là. Sono ghetti. Le politiche d’inclusione non si devono limitare a fornire un letto e un pasto: occorre costruire “i ponti”.


Come giudica il lavoro del volontariato?


Ci prova, ma nella sua insufficienza. Non può reggere da solo.


Se potesse prendere Pittella sotto braccio, cosa gli direbbe?


Di continuare a giocare la leva del coraggio.


E al sindaco di Potenza, invece?


E’ in una situazione un po’ diversa: deve tenere insieme una difficile eterogeneità politica. Io credo che la nostra debba essere una sorta di consiliatura “costituente”.


Che cosa ha dato “l’imprinting” al suo rapporto col Sociale?


Il mio approccio alla vita è stato molto condizionato dall’aver vissuto la mia infanzia in un quartiere che all’epoca era molto “popolare”: Rione Italia. A volte penso che i linguaggi che si sviluppano ai “limiti” della socialità, siano in grado di cambiarne le regole. Chi vive comodamente su una poltrona, cioè, non sempre è motivato a cambiare le cose.


Mi racconti un episodio di vita reale che in questo senso l’ha segnata.


Nel primo anniversario del Terremoto del 1980, noi bambini del quartiere si era tutti a giocare in un campetto in discesa, dove adesso ci sono le scale mobili. Alle 19 e 34 del 23 novembre del 1981, ci fermammo e ci inginocchiammo per un minuto di raccoglimento, imitando i calciatori veri, quelli dei nostri sogni. Perché le racconto questo? Perché pur nel gioco spensierato di bambini che crescevano in un quartiere molto popolare, quell’esperienza traumatica ci spingeva tutti a ritrovarci attorno a un senso che potesse ripristinare una comunità.


Con l’associazionismo c’è stato un episodio che le ha aperto una finestra particolare sulla realtà?


Alcuni anni fa, c’era questa ragazza rumena che viveva in un appartamento “protetto” per ragioni di violenze. A un certo punto contrasse un tumore, e si convinse che poteva guarire grazie a un particolare frullato, in cui ci metteva cose inimmaginabili. Allo scopo ci chiese ed ottenne in regalo un frullatore.


Perché mi racconta questo?


Perché, nelle logiche della relazione, che sono fondanti in ogni processo solidale, scopri una irriducibilità, da parte dell’altro, alle tue regole; un’assoluta irripetibilità dell’altro.


Questa donna poi è guarita?


E’ partita. Le sue condizioni si sono aggravate, ma non so cosa sia successo dopo. Guardi, chi vive queste dinamiche, sa che ogni tanto qualcuno scompare, e torna a visitarti soltanto nell’immaginazione.


Come scrittore lei ha venduto tantissimo, specie per i numeri a cui sono solitamente abituati gli autori lucani. Tuttavia, sembra che le maggiori soddisfazioni le abbia ottenute e costruite fuori da Potenza e dalla Basilicata. E’ certamente una sua scelta, ma secondo me ciò dice molto anche su com’è strutturato l’ambiente culturale locale.


In Basilicata ci sono due tipi di ambienti culturali. Ce n’è uno che definirei “salottiero”, che incarna una sorta di dimensione reazionaria e mondana, che –pur manifestando delle proposte linguistiche d’interesse- francamente non abito e non frequento. Poi ce n’è un altro, che invece va nella direzione della provocazione, della sperimentazione, dell’inserimento nella contestualizzazione sociale, che è potente e rende la Basilicata un luogo di grandissimo interesse, a livello nazionale. Questi li frequento, nella misura in cui cercano di acquisire una dimensione popolare.


Potenza ce la può fare?


Ce la sta GIA’ facendo, a dispetto delle difficoltà che pure vive e che sono evidenti. Mai come in questa crisi degli ultimi anni, Potenza è stata capace di avanzare delle proposte culturali di assoluto rilievo. E in questo abbraccio tutti, anche quelli che le dicevo distanti da me. Quella che più mi appartiene, però, è la realtà dei teatranti, dei performer, degli ecologisti realizzatori di istallazioni, degli organizzatori di festival. Tutto ciò mi fa dire che Potenza è viva come non mai.


Il peggior difetto dei potentini?


Il difetto “più bello” è legato, come i pregi, alla montagna: è questo senso della progressiva clausura. L’isolamento, a mio avviso, non è una cosa solo negativa: questa sorta di indisponibilità e di diffidenza immediata alla relazione si accompagna a un grande senso del raccoglimento.


E il pregio “peggiore”?


Il potentino a volte non coglie la ricchezza che c’è nell’esperienza dell’altro. Crepa nell’invidia. Si è gelosi delle proprie cose e poco propensi a dare una mano a chi si occupa di interessi simili.


Il film che la rappresenta?


“Otto e Mezzo” di Fellini.


Il libro?


“La Bibbia”, mi ha cambiato la vita.


La canzone?


“La chiamavano bocca di Rosa”, perché cerco di addormentarci mio figlio.


Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?


«Alle infanzie». Laddove col termine non intendo dire “i bambini”, ma tutti coloro che continuano, a dispetto dell’anagrafe, a voler mettere il punto esclamativo in fondo alle proprie esperienze.