paolo albano

Una rassegna itinerante (“Letti di Sera”), con scrittori -famosi e non- che leggono e gente che ascolta; due Notti Bianche (ma non in bianco) del Libro e due volumi “corali” (“La Città Svelata” e “La Città Capovolta”) che cercano di “raccontare” il capoluogo. Dietro queste iniziative (e altre che verranno) c’è Paolo Albano, la cui strada è stata già in precedenza incrociata da chi scrive, per ragioni letterarie.

Avvocato, con un recente passato da dirigente regionale, è uno degli operatori culturali al momento più in vista in città.
Come giustifica la sua esistenza?
Faccio mia una frase di Gaetano Cappelli: “Scrivo per chi non si accontenta di una vita sola”. Sin da ragazzo, ho sempre pensato di essere quasi “senza età”, anche perché, forse, ho passato del tempo in un ospedale e ho ribaltato la mia “non abilità” in un punto di forza. C’è quindi il dovere e la passione di essere presente.
Ma Paolo Albano chi è? Un avvocato, un ex dirigente, uno scrittore, un operatore culturale? Non teme che essere troppe cose possa tramutarsi nel non essere nessuna?
Paolo Albano è “paoloalbano”, come dice qualche amico. Senza “dott.”, “avv.” o altro. Sono una persona in uno stato di curiosità permanente.
Qual è un primo risultato che ritiene di aver ottenuto col suo “Letti di Sera”?
Mettere in relazione delle persone, anche con idee molto diverse, che sono diventate amiche.
Potenza è una città in cui si parla molto. C’è anche chi dice che lei, dopo essere stato dirigente alla Regione, e quindi parte del “sistema”, ora stia cercando di rifarsi una “verginità” con la Cultura.
Rispondo che sono uno che si è rimesso in discussione nella vita almeno tre volte, cambiando altrettanti lavori: funzionario di banca, libero professionista in tutta Italia -pubblicando anche più di qualche libro tematico- e infine, senza avere “credenziali”, né cariche di partito, ho messo a disposizione della Regione Basilicata la mia professionalità in ambito di Valutazione e di Organizzazione. In questo momento, non ho nessuna tessera di partito.
Quindi esclude che questa sua esposizione come operatore culturale un giorno possa tornarle utile per una candidatura?
Io non escludo niente, ma voglio ricordarle com’è nato “Letti di Sera”, cioè con la voglia di creare un salotto in determinati luoghi, cosa per la quale ho utilizzato le mie amicizie e i rapporti maturati con gente come Nigro, Cappelli e Lupo. Ho detto loro, da solo: “Venite, leggete e vediamo cosa succede”.
E cosa è successo?
E’ successo che, oltre a quelle persone che chiamavo io, si è creato spontaneamente “un giro”: in un anno e mezzo io ho fatto più di cento incontri. Fino alla prima “Notte Bianca del Libro”, io ho agito praticamente da solo; poi all’improvviso si è creata questa rete, fantastica, dalla quale ora non posso più prescindere. Un amico molto a sinistra, Tonino Califano, mi ha detto che in questo gruppo succede una cosa meravigliosa: ognuno “riconosce” l’altro. Una cosa rara dalle nostre parti, ovvero il merito. Da noi si pratica.
Potenza sta affogando?
Io credo di no. La Cultura è fonte di sviluppo, crescita e contaminazione permanente fra le persone. E questo è merito nostro e anche di altre associazioni –per inciso, forse dovremmo sintonizzarci di più- perché abbiamo scoperto che le persone, se cercate, vengono. Abbiamo capito che la Cultura si può fare alla Caritas, nei portoni, nelle chiese, nei quartieri, nelle periferie, alla Stazione Inferiore. Il problema è che, fino a qualche tempo fa, si mettevano Albano, De Stradis e Trufelli in un posto “deputato”, e si riteneva di “aver fatto” Cultura.
Tema ricorrente di alcune delle nostre interviste: a Potenza c’è o non c’è un’ “oligarchia” della Cultura, fatta di personaggi, giurie e anche salotti, che la “blindano”?
Le rispondo così: nella Cultura dev’esserci spazio per tutti, ma non è più Cultura quando ci si crea dei nemici, degli avversari. L’ho detto pubblicamente: io trovo giusto che il Circolo Spaventa Filippi, che ha una storia incredibile e che è organizzatore da 45 anni del Premio Basilicata, venga ospitato in uno dei locali del Comune; ciò non toglie, però, che il Premio come lo fanno loro, io non lo farei più.
E cioè?
Noi lo faremo, perché abbiamo indetto un Premio, “Le Città del Mediterraneo”, ma di più non le posso dire.
Eh, no, il Premio Basilicata l’ha citato lei, e adesso mi dice in cosa siete differenti.
Io non faccio differenze, le dico come lo vogliamo fare noi. Una città fa cultura quando mette in discussione ciò che è stato fatto prima, facendolo diversamente. Il nostro è un modo partecipato, che richiede passione, ed è allargato a tutti quelli che hanno qualcosa da dire. Con i due libri sulla Città, abbiamo fatto scrivere più di 50 persone, anche chi non aveva mai pubblicato nulla.
Mi ha risposto. Il libro nuovo s’intitola “La città capovolta”. Io allargo e sposto il discorso: la nostra regione è proprio “capasotto”, come ormai ritengono alcuni cittadini?
Il libro s’intitola così perché, dalla fine dell’800 a oggi, le scelte urbanistiche hanno spostato il baricentro di questa città. Non c’interessano “i colpevoli”. A noi interessa raccontare e vogliamo fare in modo di capovolgerla da capo, questa città. Per la regione è quasi lo stesso.
Ma perché? Senza cercare un colpevole, ovviamente.
A me non è arrivata la “visione” che si vuole avere di questa Basilicata. Può darsi che io sia un imbecille e non lo capisco. Per esempio, Matera 2019: non è un luogo per la massa, noi non cerchiamo milioni di persone che vengono lì, non abbiamo spazio, ma deve essere un luogo dove la cultura è generatrice di innovazione, creatività continua, palestra permanente di scontri di testa. Allora? Allora, si devono cercare altri tipi di persone, altri tipi di fruitori. Penso che la Cultura sia all’origine dello sviluppo, ma se non c’è un disegno che mette insieme per fare una cultura unica della Basilicata, significa che non c’è una visione. Se c’è, ditemelo, ma io non la percepisco.
In Basilicata la “visione” della Cultura significa dare 15mila euro a quello, 10mila a quell’altro?
Quello che appare è proprio questo.
Voi avete ricevuto qualche contributo?
Noi stiamo partecipando a dei bandi. Abbiamo chiesto una volta, ma non ci hanno dato niente, e non siamo passati per i corridoi della Regione. I bandi li stiamo vivendo adesso, abbiamo fatto delle piccole richieste sostanziali.
Cosa ne pensa dell’annosa polemica sulle sagre estive?
Quando hai la sensazione che delle sagre nascano dalla sera alla mattina, hai poi la certezza che siano create come “mangiatoie”, per qualche giorno e poi basta. Non vorrei essere ripetitivo, ma il problema è sempre lo stesso. Se c’è un disegno a monte, le sagre sono cose eccellenti. Perché è quel tipo di memoria che è giusto consegnare ai giovani. Ma se lo fai sovrapponendo eventi, e pure senza criterio…
… diciamo che la politica dà quello che il cittadino/organizzatore a volte chiede… Vengono chiesti 20mila euro per la sagra della nocciolina? E loro li danno. Ma chi è che deve cambiare prima mentalità: la politica o il cittadino?
Io potrei risponderle salomonicamente: tutti e due. Ma non è così. La Classe è “Dirigente”, quando guida, sollecita, propone, provoca, coinvolge –anche quelli dell’opposizione, magari- e fa anche incazzare. Su temi come Cultura e Turismo, bisognerebbe avere, cioè, una visione comune, ma non con una “mediazione al ribasso”. Con la Notte Bianca del Libro, la prima volta siamo partiti senza aspettarci nulla, ma poi abbiamo voluto rilanciare, con una “mediazione al rialzo”, e i fatti ci hanno dato ragione. Il nostro è un gruppo di pari, non un codazzo dietro il politico di turno, la cosiddetta “Democrazia dei Servi”.
Abbiamo parlato della Politica, ma –a proposito di inefficienze e rallentamenti- a volte è stato tirato in ballo il discorso di “funzionari e dirigenti della Regione”, ovvero il presunto “scoglio burocratico”, rappresentato da chi occupa un posizione di potere da anni e che – se vuole- può impantanare anche le buone intenzioni di un politico. Lei è stato dirigente alla Regione.
E le cose stanno esattamente all’opposto di quello che ha detto lei. Nella Regione Basilicata ci sono professionalità singole di valore, di grande valore.
E cos’è che non funziona?
Glielo dico: a queste professionalità di valore, non viene data l’Organizzazione –che tra l’altro deve essere in continua evoluzione col cambiare del tempo- atta a sfruttare quelle capacità e quindi a rendere un servizio utile ai cittadini. La Politica “del Personale” ha il compito di aiutare il funzionario o dirigente che sia, a dare ciò che sa dare di meno. E invece, molti Amministratori – e non mi riferisco solo agli ultimi- hanno sempre pensato che finché tenevano “sott’ u schiaff’” i loro dipendenti, potevano fare ciò che volevano. Non è così: non hanno pensato al valore, alla leva di cambiamento che può dare l’organizzazione di tante persone. Se questa “Politica del Personale”, la si inizia e poi non la si fa più, tutto si rompe. Peggio, torna indietro.
Lo spopolamento è il tema del giorno …
… anche questa è mancanza di visione …
… ma allora ‘sti politici non ci vedono? O non ci vogliono vedere?
La Basilicata offre immaterialità, oltre che materialità: potrebbe essere una “Riserva naturale del Tempo”. Prima di venire qui, sono tornato da Roma con il Freccialink, che non è una banalità, ma una cosa enorme. A bordo c’era una signora, di evidente estrazione culturale, che appena varcati i confini della Basilicata, ha telefonato a un’amica e le ha detto (imita la voce della donna – ndr): “Non hai idea di cosa sto vedendo dal finestrino. La Basilicata è di una bellezza totale! Che viaggio meraviglioso!”. Ecco, certe volte le soluzioni sono semplici, al contrario di quegli arzigogoli che si vanno cercando dalla mattina alla sera.
Capito, ma i politici non sanno o non vogliono vedere?
Vedere sanno vedere. Ma siccome hanno sempre altre loro “priorità”, non hanno il tempo, di vedere.
Lei ha parlato della sua disabilità: Potenza è una città a misura di disabile?
Affatto. Come “Letti di Sera”, abbiamo fra i nostri partner i non udenti: forse non ci si accorge che a Potenza ce ne sono 320. Per non parlare delle persone che camminano con difficoltà, come me: ci sono dei palazzi, nuovissimi, che per entrarci devi fare UN gradino, ma un gradino lo devi fare! Del centro storico, poi, meglio non parlarne. Bisogna smettere, però, di lamentarsi soltanto, e passare alle soluzioni. Dobbiamo tutti cambiare mentalità. Mi spiego, uno può anche rimproverare al gestore del trasporto pubblico l’assenza di un autobus con le pedane per le carrozzine, ma quello ti può rispondere: “E’ vero, non c’è, e io lo voglio pure fare, ma poi quelli che prendono l’autobus ci sono?”. E’ sempre questione di Cultura: ovvero, come dice anche il vocabolario, “il nostro modo di fare le cose”.
Il suo libro preferito?
Sempre l’ultimo che sto leggendo, in questo caso, “Il Giardino di Amelia”.
E se l’ultimo libro non le piace?
Mi pento come se avessi perso il portafoglio.
Il film?
“C’era una volta in America” e “Casablanca”.
La canzone?
“C’è tempo” di Ivano Fossati.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
“Paolo Albano” e nient’altro. Forse è un po’ presuntuoso, ma tant’è.