mariano schiavone

Mariano Schiavone, originario di Abriola, 58 anni portati bene, già dipendente della Regione Basilicata, da luglio scorso è il nuovo direttore generale dell’Apt, in cui ha lavorato dal 2010.

Succede a Gianpiero Perri, di cui è stato stretto collaboratore, ma –com’è giusto che sia- ritiene di essere un direttore diverso, perché diversi sono i tempi che corrono.
Come giustifica la sua esistenza?
Sperando di poter dare qualcosa anche agli altri, mi ritengo un fortunato perché sono venuto al mondo. Vivere una vita sana è già un grande dono, va apprezzato ogni giorno, perché intorno a noi c’è tanta sofferenza.
Il tema del giorno è lo spopolamento. Si rischia di perdere tantissimi lucani, 100mila in vent’anni, sulla base dei dati ANCI. Cosa ne pensa di questa emorragia?
Il problema non è solo della Basilicata. Da quando l’essere umano esiste, ha sempre cercato momenti di aggregazione, nei posti dove già altri vivono, non a caso esistono megalopoli come New York, Tokyo, Los Angeles, Città del Messico. Bisogna essere obiettivi: il mondo non si può cambiare da un giorno all’altro. Perché non dare la possibilità a un giovane di confrontarsi con il mondo e con altre intelligenze?
Quindi, secondo lei, è normale, non bisogna spaventarsi, e non è indicativo di un fallimento della Basilicata.
Lo ritengo un fenomeno quasi normale. Io ho due figli, una studia a Roma e uno lavora in Lussemburgo, non qui in Basilicata, perché qui non ha avuto le opportunità di poter fare quello che sperava.
Quindi un problema di opportunità c’è!!!
Attenzione però, perché il discorso opportunità non può essere per tutti. Se parliamo di turismo, che è la materia che più mi riguarda, è ovvio che ci dobbiamo adoperare affinché questo territorio possa dare la possibilità a tutti coloro che si vorranno misurare in questo mercato, facendoli restare in Basilicata. Ma, se pensiamo a settori diversi, come si fa a impedire a un giovane di andare a Milano, o in un centro di ricerca a Ginevra, o in America? Il nostro compito, a questo punto, può essere solo quello di attrarre queste intelligenze che hanno studiato e si sono formate fuori e creare delle condizioni tali che consentono loro di rientrare. Ma è un progetto lungo, che non si può attivare attraverso una leggina sui fondi comunitari, è un progetto che richiede del tempo, per capire quale sarebbe l’effetto di queste misure.
Il petrolio per il turismo lucano è una zavorra?
Allora, il petrolio è petrolio, il turismo è turismo, sono due cose separate. Dire che il petrolio è una zavorra per il turismo è inesatto. Chi viene in Basilicata lo fa a prescindere dalle estrazioni, viene per visitarla.
E un “turismo del petrolio”, come sostengono alcuni, è possibile?
Si tratta di altro, è da considerarsi ricerca.
Però a Calvello, per esempio, dove regalano il portachiavi con il pozzo, dicono che ci stanno riuscendo.
È vero che il turismo è una materia trasversale che intercetta diversi settori, ma il turista che sceglie di fare una vacanza in Basilicata, non sceglie di venire a vedere i pozzi o le aree di estrazione petrolifera. Chi lo fa è il ricercatore, il soggetto interessato a quel particolare tecnico, ma è un settore specifico, non è turismo. E’ come quando si parla di “turismo religioso”: chi va per santuari, ci va per fede. Poi, sta alle nostre capacità attrarlo verso altri aspetti.
Matera 2019: il rischio è che sia “sfruttata” solo come un’occasione estemporanea. A Matera sono molto preoccupati.
Matera 2019 è frutto di un lavoro di oltre dieci anni, con studi e investimenti. Detto questo, oggi la città corre un grande rischio, quello di essere banalizzata dal turismo, e cannibalizzata.
Cosa intende con “cannibalizzata”?
Il turista è così. Copre un luogo, ci va, lo vive e lo distrugge.
Come le cavallette?
Come le cavallette. Dobbiamo evitare questo: a noi non interessano le grandi masse, Matera non è neanche in grado di sostenere un carico antropico così grande. Non si può fare di Matera una città piena di pub e di negozietti colmi di souvenir, perché ha una SUA storia e una SUA cultura che vanno difese! Se ciò non accade, invece, prima o poi si esaurisce la curiosità, e Matera diventa un luogo anonimo.
Allora come si fa?
Matera va difesa per quella che è, e per quello che rappresenta. È uno dei luoghi più importanti al mondo, perché testimonianza dei primi insediamenti umani! Anche dal punto di vista architettonico e urbanistico, se diventa tutto ordinato, tutto bello, tutto uguale, perde la sua identità, che è poi l’elemento per cui la gente ci va. Oggi, non a caso, le persone che vanno a Matera, dopo mangiato, fuggono dalla città, verso un luogo più tranquillo. Si tratta di attivare delle politiche che consentono la protezione dell’identità di Matera.
Come?
Estendendo l’interesse all’intero territorio regionale. Matera è il motivo per cui venire in Basilicata, è la famosa “locomotiva” del turismo, ma poi occorre trasferire l’interesse anche al Vulture, a Maratea, al Pollino, all’hinterland potentino.
E Potenza città? Tra qualche mese ospiteremo questo grande concerto di Capodanno. C’è preoccupazione per la nostra capacità di accoglienza, che sarà messa a dura prova.
L’anno scorso, per ospitare tutti quelli che si sono mossi per il Capodanno a Matera, circa 1000 persone, avemmo problemi nelle sistemazioni alberghiere. Invece, nella sola Potenza ci sono 700 posti, e se ci si allaga un po’ nell’hinterland, arriviamo a oltre 1500. Pertanto non penso che questo rappresenti una criticità. Come città, piuttosto, dobbiamo essere capaci di “interessare” le persone che vengono qui per Capodanno e far vedere anche altro, non solo l’ultimo dell’anno.
Ma come si fa, in una città in cui ci si lamenta –e a ragione- che il Centro è morto?
La sfida è proprio questa, fare il Capodanno nel cuore della città. Sarebbe stato facile portarlo in periferia. L’evento verrà arricchito da una serie di programmi che l’accompagneranno, già da inizio dicembre e fino all’Epifania. Sarà un esempio, per dire che forse è il caso di porre attenzione a come far vivere il Centro con nuove attività e iniziative.
A proposito d’iniziative, veniamo da un’estate in cui ce ne sono state tante. A fine luglio intervistammo Raffaele Nigro, che ci disse: «Dobbiamo cambiare mentalità. Io, a uno come Giampiero Perri –suo predecessore- voglio bene, ma non dobbiamo pensare che quel che ci salverà è la storia delle lotte della diga di Senise o i film, in cui ci inventiamo delle storie “cinematografiche”. Qui hanno funzionato solo la Grancia e il Volo dell’Angelo, ma tutto il resto è stato un flop. Certe cose, o il popolo le “sente” profondamente, o sono solo “mangia-soldi”».
Liquidare la vicenda in maniera così frettolosa, è sbagliato. Lo sa quante persone, tra fine luglio e agosto, hanno visitato anche l’hinterland potentino? E cioè la Grancia, il Mondo di Federico, Campomaggiore, il Volo dell’Angelo, la Signora del Lago, e tante altre manifestazioni? Oltre 200 mila persone, in meno di 60 giorni, generando un conto –e voglio essere prudente- di 5 euro a testa, più di 1 milione e mezzo di euro! Pertanto, va visto tutto in un unico sistema, e non le singole iniziative. Il reddito prodotto è rimasto tutto sul territorio ed è un motivo per provare a trattenere i giovani e a investire sul territorio.
La Basilicata ha partecipato a Roma all’ultimo Festival della Letteratura e del Viaggio, con il patrocinio dell’APT. Ha un senso presenziare a queste manifestazioni fuori regione, visto che proprio noi, qui in Basilicata, siamo quelli che leggono di meno?
Le esperienze di questo tipo vanno valutate in un’ottica unitaria, in cui l’obiettivo è quello di aprirsi, far conoscere la Basilicata e le sue risorse al di fuori dei suoi confini. Servono a tessere relazioni importanti. È fondamentale che noi si partecipi in alcuni ambienti, che in alcuni salotti siamo presenti. Mai abbandonarle, queste cose. In Basilicata si legge poco? E’ un problema di educazione. Bisogna ripartire dalla scuola. Non voglio entrare in un campo non mio, ma forse va cambiato l’approccio, il libro non deve apparire come “un’imposizione”. Sarebbe utile attivare laboratori culturali e di lettura, e spiegare come si scrive un libro, cosa rappresenta. Deve partire da lì.
Si sente spesso dire che “A Potenza la cultura è blindata”, blindata da determinati personaggi, salotti, premi e giurie. E’ davvero così o è la classica “scusa” di chi non riesce?
Quando non si hanno le capacità, fa comodo dire “è un circolo chiuso, non si entra”. Io sono convinto che chi possieda del talento alla fine emerge, a prescindere dall’esistenza di circoli chiusi di 4-5 persone e di quei premi in cui si premiano sempre tra loro.
A Rionero recentemente ha avuto molto successo “Briganti o Migranti”, con la collaborazione, fra gli altri, dell’Apt. Fuori regione spesso ci accusano di essere “fissati” coi libri sui briganti. Cosa ne pensa?
Questo lo condivido. La Basilicata che si racconta non è fatta solo di briganti, ha una lunga storia che si perde nella notte dei tempi. E invece tutti scrivono sui briganti, fra realtà e fantasia, ma le cose che si possono raccontare sulla Basilicata sono tantissime; tutto sta nella capacità di voler esplorare nuove strade.
Qual è un aspetto inedito o poco celebrato della Basilicata su cui bisognerebbe puntare?
Tutti gli aspetti che riguardano il nostro passato, anche remoto: raccontare quelli che eravamo una volta, chi eravamo quando siamo arrivati in Basilicata, raccontare il contatto con altre popolazioni, storie personali. Ma questo richiede studio, quindi è più facile stare nei salotti e raccontare il brigantaggio.
A proposito di musica, qualche tempo fa c’è stato un fiorire di “inni” sulla Basilicata. Alcuni davvero banali e “mangerecci”.
Come sempre, eh, l’idea di partenza è buona, ma poi si banalizza. Anche questo richiederebbe un lavoro importante di ricerca scientifica, di affiancamento con ricercatori, cantastorie, critici dell’arte…
Eppure la Basilicata ha una tradizione molto forte, che non ha nulla da invidiare al Salento, dove c’è la “Notte della Taranta”. A parte alcuni episodi isolati e meritevoli, perché in regione non si è ancora riuscita a promuovere questa risorsa, a creare un evento, un festival su larga scala, di grande richiamo, anche turistico?
Intanto noi non dobbiamo rincorrere temi e modelli che si consumano altrove. L’errore che anche qui si commette, è di aspettarsi che tutto questo lo faccia il “pubblico”. Per generazioni intere siamo stati abituati a questo, ma queste iniziative devono nascere dal basso, dalle associazioni, con il sostegno del pubblico, certo, ma lo stimolo maggiore deve venire dai diversi soggetti E, per inciso, metterli tutti d’accordo, è una cosa difficilissima.
Argomento cinema: la Lucana Film Commission finora sembra aver fatto “autopromozione”, non è forse il momento di passare alla formazione delle professionalità, qui in Basilicata?
Sì, era necessario consumare un passaggio, quello della visibilità, per far capire che in Basilicata esistono diverse realtà e persone sostenute dalla Film Commission. Oggi, passata questa fase, occorre che la fondazione ponga più attenzione all’aiuto nei progetti di formazione di quanti vogliono intraprendere questo percorso. Sono convinto che sarà sicuramente così.
Qual è il libro che la rappresenta?
Quelli di storia, storia romana per la precisione.
Il film?
“Cristo si è fermato a Eboli”, perché mi fa dire “Per fortuna le cose non stanno più così”.
La canzone?
Adoro i Queen e visto che abbiamo Matera 2019, direi “We are the champions”.
Tra cent’anni cosa vorrebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?
“Un uomo che ha fatto del suo meglio per far crescere questa terra”.