spopolamento

Da qualche tempo il tema del declino delle aree interne, delle loro precarietà abitative, economiche, sociali e culturali è ritornato di attualità, alla luce del terremoto che ha colpito il centro dell’Italia, con proposte di piani di contrasto dello spopolamento dell’Anci riferita alla Basilicata e di Giuseppe Galasso sul corriere del Mezzogiorno del 12/9/2016 relativo all’intero Mezzogiorno.

Leggendo tali proposte mi è venuta in mente una mia domanda negli anni ’60 al grande economista e meridionalista Manlio Rossi Doria con la quale chiedevo all’illustre professore che cosa si potesse fare nelle aree interne del Mezzogiorno e quindi della Basilicata. “Non lo so”, mi rispose. Sulle prime non capii (soffro qualche ritardo di comprendonio). Poi compresi il senso della risposta: Rossi Doria voleva semplicemente dirmi che le soluzioni sono difficilissime e sono conseguenza di una complessità dei problemi da affrontare di cui spesso perdiamo capacità di analisi e di progetto. Se lo spopolamento delle aree interne che attiene all’intero Appennino italiano, al Mezzogiorno nel suo insieme, alle stesse montagne di vaste aree del Nord d’Italia dura da secoli, è segno che si è avanti a fenomeni variegati con difficoltà straordinariamente gravi che richiedono interventi di immediata urgenza, ma che comportano approcci e politiche di lungo periodo. In questa ottica, mi sia consentito di evidenziare un altro fattore, spesso molto trascurato: è sbagliato ritenere che la soluzione della crescita dei territori in questione vada ricercata al loro interno, con piani specifici, quasi come dire, autarchici. Un minimo di cognizione della storia e della geografia economica, per limitarmi alle discipline più essenziali ci dice che le città, soprattutto quelle più grandi, le metropoli possibilmente, dettano le identità dei loro più vasti territori di riferimento: la Lombardia deve tutto a Milano, il Veneto a Venezia, il Lazio Roma e così via. La Basilicata per restare nel nostro seminato è una regione senza città e lontana dai grandi assetti urbani, ha una trama urbana debole, conseguenza di cause che sulle quali non è possibile soffermarsi in questa sede. Non ha mai avuto influenze forti da parte delle grandi città. Questa realtà implica la necessità e l’interesse a ricercare le possibili connessioni con le grandi città meridionali, Napoli verso occidente e Bari a oriente, connessioni ovviamente molto più incisive per il potentino, da un lato, e per Matera dall’altro. I confini amministrativi sono al riguardo più un ostacolo che altro. Si parte dalle aree “forti” per produrre effetti diffusivi della ricchezza da produrre e non viceversa. Le aree interne si salvano se si integrano con quelle costiere, aprendosi a produzioni e mercati più ampi che sono localizzati in queste ultime. Le nuove tecnologie rendono meno vincolante il fattore localizzativo e dunque offrono più opportunità di insediamento produttivo in aree più svantaggiate, ma non possono comunque eludere necessità relazionali, finanziarie, dimensionali e territoriali in cui si articolano le economie di aggregazione, il capitale sociale e quant’altro. Le aree interne possono essere competitive, organizzando “nicchie” produttive, recuperando la tradizione culturale, ma puntando sulla loro qualità, cosa certamente non facile, contando su minori costi delle attività artigianali, senza rincorrere le imprese ed i salari delle nazioni ormai globalizzate come la Cina. L’opera di manutenzione del territorio (messa in sicurezza del patrimonio insediativo, la valorizzazione del paesaggio) è una linea strategica per dar luogo a notevoli opportunità di crescita anche economica, ma postula politiche che ci sottraggano all’incubo del contabile di keynesiana memoria, ma che siano profondamente innovative rispetto a quelle tipicamente assistenziali oggi vigenti. Sia detto en passant: dove sono stati finora gli ambientalisti avanti alla deturpazione dell’ambiente causata dagli impianti eolici? I suddetti filoni d’intervento possono consentirci un Pil e redditi molto prossimi a quelli delle aree più avanzate, ma vanno supportati da un processo di pianificazione e di governance di lungo periodo. E’ appena il caso di osservare che tutto questo richiede un nuovo modello di sviluppo regionale che presuppone più cooperazione tra i vari soggetti economici, più concorrenza, grande efficienza delle istituzioni. E’ un dato incontrovertibile che l’attuale governance non produce sviluppo, ma meno democrazia, meno partecipazione. Chi, come classe dirigente, è capace di costruire il nuovo modello, rinunciando alle rendite assistenziali su cui si regge l’attuale consenso? Le aree interne dove il processo di invecchiamento della popolazione è più grave, sono purtroppo più vulnerabili e più manipolabili nell’ottica della conservazione dello status quo. Chi e come si crea un’azione di discontinuità rispetto a un passato che ha sempre replicato i fenomeni di spopolamento? Si sapranno mettere da parte le logiche campanilistiche? I piccoli comuni vorranno accorparsi e avere una visione più ampia dei loro problemi? Le comunità locali sapranno misurarsi con la creazione di servizi che tengano conto della reali dimensione della utenza da servire? Solo da risposte convincenti a tali quesiti può passare il futuro possibile per quello che Rossi Doria chiamava non a torto l’osso del Mezzogiorno.