don salvatore avigliano

Una condizione quasi invisibile, quella della povertà, velata di sofferenza e dignità. Complici la crisi economica e la mancanza di lavoro, che quando si è fortunati, permette di lavorare qualche giorno al mese, sufficiente per comprare del pane per sfamarsi lo stesso giorno.


Eppure la dignità dei poveri è talmente grande da creare una condizione di riservatezza che sfocia nell’invisibilità a cui tutti siamo abituati o forse volutamente ignoriamo. Ce lo conferma Don Salvatore, parroco di Avigliano, in questa intervista sulle condizioni di povertà in questo paese.
Don Salvatore, ad Avigliano come in tutte le realtà, la povertà è stata sempre presente, ma lei sta notando in questo periodo, anche in collaborazione con la Caritas, un aumento di bisognosi?
Sì, purtroppo devo confermare un aumento di persone che hanno bisogno e chiedono aiuto. Il termometro che mi fa confermare quanto detto sono le persone che mi portano il loro disagio e più specificatamente con le richieste di aiuto alimentare e il pagamento delle bollette. Noi agiamo in parrocchia con la Caritas, è questo un modo per rendersi vicini, solidali a chi ha bisogno.
Come si esprime la solidarietà?
La solidarietà si palesa su due linee a mio avviso. Una che dovrebbe combattere le strutture che generano questa condizione, bloccare l’inquinamento alla fonte, come dico io, nel frattempo bisogna curare chi si è ammalato di questo inquinamento e quindi i poveri, in continua crescita numerica. La solidarietà deve essere quotidiana come la vicinanza al prossimo.
Chi sono i poveri oggi?
Quelli che mancano dell’essenziale. A loro manca il mangiare, il curarsi, il vivere dignitosamente. Anziani, giovani e famiglie disperate che non riescono a soddisfare i legittimi bisogni dei figli. Proprio ieri una famiglia giovane di una località limitrofa, si è rivolta a noi, il padre era molto agitato perché non poteva comprare nulla ai figli piccoli, nemmeno un gelato.
Come mai la povertà non viene percepita dall’esterno?
Sì è vero. Questa condizione viene vissuta con vera e grande dignità, che non deve essere confusa con la vergogna. Non la si espone al pubblico semplicemente perché si è dignitosi. Prima ero io stesso che portavo la spesa ad esempio a casa delle famiglie o venivano loro, ora collaborano con me un gruppo di volontari, anch’essi molto riservati che cercano di instaurare con le famiglie un rapporto di fiducia e clima di amicizia. Bisogna che vi sia una sorta di rispetto per questa situazione che è provvisoria. Infatti ci sono state famiglie che hanno trovato lavoro e sono loro stessi a dare una mano ad altre persone bisognose.
Di quante famiglie bisognose, a cui date supporto, può contare Avigliano?
I numeri precisi ce li ha la Caritas, ma noi accudiamo ogni 15 giorni, ogni mese, almeno 10 famiglie, e chiedono soprattutto da mangiare e il pagamento delle bollette, qualche pagamento di abbonamenti scolastici, abbigliamento solamente un paio di famiglie. È come aiutare e sostenere un ammalato fino a quando non guarisce.
La povertà, come “una malattia” quindi?
Sì, è una malattia che non è dovuta alla persona in sé, ma ci sono le Organizzazioni che vogliono i poveri, egoismo di fondo che fa ingrassare i ricchi e morire di fame i poveri, senza un equilibrio. Una legge è giusta se persegue come fine il bene del popolo. Se tu osservi il sistema legislativo della Basilicata non tiene proprio in considerazione il bene comune. Penso agli “esodati”, a chi da due anni si trova a occupare quel gazebo allestito davanti gli uffici della Regione Basilicata e che rappresenta circa 3mila persone, che hanno perso il lavoro. La Regione è sorda alle richieste della popolazione, infatti cosa ha scoperto per loro? Il reddito minimo. Un altro palliativo, contentino, un’altra forma di assistenzialismo che non ha alcuna valenza, perché quelle persone lì non hanno chiesto l’elemosina, ma il lavoro, perché è il lavoro che restituisce la dignità. Avrebbero potuto reinvestire tutti questi soldi messi a disposizione per il reddito minimo, aiutando imprese in difficoltà, cercando di non fare chiudere le aziende e salvaguardando in questo modo l’economia e la maestranza locale.
Se la Regione, non so se per incapacità o impossibilità, alla richiesta di lavoro da parte di queste persone ha risposto con il reddito minimo, vuol dire che non c’è possibilità di sviluppo e di attenzione al nostro territorio già condannato.