nicola filazzola

Di Nicola Filazzola, pittore (e poeta) lucano, convinto della “mission” sociale e di denuncia dell’Arte, hanno scritto e parlato personalità del calibro di Ernesto Treccani, Dario Micacchi, Francesco Vincitorio, Elisa Acanfora, nonché Leonardo Sinisgalli, che lo apprezzò per la “ricchezza inventiva” e il “genio compositivo”. Nativo di Ferrandina, vive e lavora a Matera, dove lo abbiamo incontrato al ristorante “Baccus”.


Come giustifica la sua esistenza?
Non lo so, sono parole troppo grosse. Mi hanno sempre raccontato che a due anni ho rischiato la vita e che a salvarmi è stato un farmaco, forse la penicillina. Ecco perché sono ancora qua. Prima di avventurarci nella chiacchierata, però, mi permetta di esprimere un apprezzamento per quello che l’economista D’Agostino settimanalmente scrive su questo giornale. Provo grande tenerezza per lui, e per le cose che dice e per la caparbietà con cui le snocciola. Trovo straordinaria questa sua preoccupazione di aiutare la regione a uscire da questa situazione in cui si è trovata. Un altro apprezzamento vorrei farlo al giurista Ivan Russo, uno degli uomini più intelligenti della Basilicata, sicuramente il più colto di tutti. Mentre la aspettavo, poi, riflettevo sulla costanza che hanno avuto su di me e sulla mia formazione due personalità, due ingegneri, io che in matematica non ho mai brillato: Sinisgalli e Dostoevskij. Uno, con la precisione del verso, l’altro, con l’indagine psicologica dei personaggi. Dal canto mio, ho sempre pensato a un modo di fare pittura, e non ne so immaginare un altro, che mi vede dentro e dietro le questioni sociali e le vicende umane.
Lei ha parlato di “preoccupazione di aiutare questa regione”. Ma la Regione, l’ente, che fa?
Non è dalla Regione che deve venire. Ci illudiamo che i problemi li risolveranno quelli che li hanno creati! (Ride). Impensabile, insomma. Dovrebbe venire dal profondo della società qualche segnale, qualche sussulto, ammesso che ci sia ancora. Si è delegato tutto alla politica e la politica si è presa tutto. Il potere ci vuole tutti galoppini. Non hanno rispetto per nessuno. Sono lupi che parlano ad altri lupi. Noi, che lupi non siamo, ne paghiamo le conseguenze.
Come vive un artista come lei, il “magic moment” di Matera 2019?
Dovevamo uscire dalla Babele creata dal duo Adduce-Verri, MA NON PER PIOMBARE NEL LIMBO!!! Dalla Babele siamo usciti, ora siamo in una situazione di stallo, di attese e incertezza.
Lei che è un pittore, come dipingerebbe un quadro sulla politica regionale?
Questa nostra regione sta vivendo una situazione in cui c’è un personale politico sproporzionato al numero di abitanti. È diventato un ceto, e a loro fa piacere sentirsi parte di questo ceto. Quando si è stati per tanti anni nelle istituzioni regionali, comunali, bisognerebbe avere il buon senso di mettersi da parte ed eventualmente dedicarsi a scrivere le proprie memorie. E non continuare a rincorrere postazioni e incarichi. Questo diventa soffocante per un territorio, perché poi è un personale politico che gode di agiatezza, rispetto a chi vuole fare politica senza disporre di tanti mezzi, senza avvantaggiarsi di vitalizi. Sarà difficile uscire da questa situazione, l’hanno fatto persone per bene come Alessandro Natta, che quando non era più tempo di fare il segretario nazionale del partito, non se l’è fatto ripetere due volte.
Quale può essere il ruolo di un artista in questa società?
Quello di denunciare, come Carlo Levi, ma poi è la politica che deve fare il resto. Quando a Pasolini chiesero di parlare dei problemi della scuola -e ricordo che si dimenticò di una grande quantità di problemi- qualcuno gli chiese come risolverli. La sua risposta fu simile alla mia ora: l’artista deve individuare le contraddizioni e i problemi, del resto se ne deve occupare la politica, se ne è capace. Leonardo Sciascia diceva che “la politica è una cosa mediocre fatta da uomini mediocri”. E io aggiungerei: molti di quelli che oggi comandano in Basilicata, in altre parti d’Italia non occuperebbero nemmeno le file di mezzo.
La Politica ha tutte le responsabilità?
Il grande assente in tutta questa storia della Basilicata è la Cultura. In questi anni è accaduto di tutto nella nostra regione, ma la Cultura non ha mai preso posizioni.
Forse perché anche la Cultura dipende dalla politica?
Mi auguro di no, non voglio pensarlo, anche se il più delle volte VIENE di pensarlo. Penso soprattutto a Potenza. Ma anche in merito al discorso petrolio. Hanno avuto più coraggio le singole associazioni, rispetto alle nostre “star” della cultura. Avrebbero potuto contribuire in maniera diversa: ecco, è questo il grande assente. Ho letto attentamente la vostra intervista a Raffaele Nigro, in cui si poneva il problema se schierarsi -o meno- a favore del petrolio. Noi, nel 1975/76 non avemmo dubbi in merito alla costruzione di una mega centrale idrica sulla costa jonica. Io ero allora consigliere comunale a Ferrandina, paese distante, ma in quegli anni c’era una democrazia vera, e anche le comunità non direttamente interessate erano chiamate a votare. Se fosse passato quel progetto, quell’area a vocazione turistica sarebbe stata devastata. Grazie al sindaco comunista Nicola Cataldo questo non è accaduto.
Questo cosa vuole dire?
Che non bisogna avere dubbi su queste cose. Il petrolio non è l’alternativa per il progresso della regione. Alla fine di questa esperienza, credo che non basteranno risorse per risanare quanto si sta distruggendo. Per esempio, non sono affatto d’accordo con lo scrittore Andrea Di Consoli, quando definisce “cultura impiegatizia” chi si oppone all’estrazione e manifesta.
Secondo lei oggi esistono ancora quei comunisti di cui parlava?
Non è un problema di comunisti oggi, come non lo era neanche ieri. I contadini, braccianti e analfabeti ci hanno dato una regione moderna. Si sono fatte strade, ospedali, scuole e biblioteche. La società delle professioni, invece, la sta distruggendo. Il mondo agricolo seppe ricostruire con le proprie forze e la politica di allora seppe costruire una regione. Oggi l’individualismo sta facendo macelli. Scuole ridotte male, biblioteche chiuse. Va da sé, però, che non ci può essere una società rinnovata senza una chiesa rinnovata. Il rinnovamento deve essere totale.
Esiste ancora la politica come “servizio”?
Proprio questo è saltato, è stato stravolto il significato stesso della politica, perché molti ne hanno fatto motivo di conquista di privilegi, trascurando le ragioni stesse per cui si fa politica. Spesso mi dico che c’è gente che fa politica tutta la vita senza sapere ciò che fa, a fronte di gente che ha fatto politica per un solo giorno mettendoci la passione di una vita. Sa cosa mi piacerebbe ricordare? Una cosa che diceva Kundera a proposito del regime comunista, per spiegare il fallimento di quel regime. Lo scrittore ricordava la ben nota vicenda di Edipo, sul quale si abbatterono le ire divine, e che infine capì che era tutta colpa sua, cavandosi gli occhi e scappando dalla città. Kundera aggiungeva: “Non dico che vi dovete cavare gli occhi, ma che vi dovete togliere dai coglioni, questo si!”. (Risate) Potrebbe valere anche per la nostra classe politica, qui in Basilicata.
Cosa pensa dell’attuale sindaco di Matera, De Ruggeri?
Non è un “uomo di Cultura”: in questa città lo era Raffaele Giura Longo. La cultura di destra, qui a Matera, non è mai andata oltre l’elenco dei soprannomi. De Ruggeri, dal canto suo, è un “promotore” della cultura, di un pezzo della cultura, ma spesso assai lontana dall’idea che ho io di lavoro culturale.
E Adduce?
Tutte le volte che si agita, non fa altro che rafforzare questa maggioranza. Avrebbe fatto meglio, all’indomani della sconfitta, a lasciare il posto al primo dei non eletti.
Matera, città del Cinema. Questa Film Commission è costata tanto, come giudica il suo operato e la sua mission?
Mi fa tenerezza Leporace. Io sono stato amico di Tonino Guerra, il mio studio è stato visitato da Wim Wenders, ricordo anche la notte passata nel mio studio con Gillo Pontecorvo. Ma mai nessuno pensa di chiederti qualcosa, un consiglio.
E Potenza, con quali “tonalità” la possiamo tratteggiare?
Una certa “elite della cultura” ha annacquato tutto. Vito Riviello, per esempio, perché andò via da Potenza? Perché gli avevano stretto la strada: chi si poneva in dissonanza, o andava via o rinunciava. E poi, non ho mai capito perché un uomo come Colombo, con un potere immenso, non abbia mai pensato di chiamare il più grande urbanista della Terra e dirgli “disegnami la città”. Nessuno lo avrebbe ostacolato. Aveva la Basilicata in mano, Potenza era sua, in previsione dello sviluppo poteva affidare la direzione e la progettazione a un bravo urbanista; oggi avremmo avuto una città diversa. A Potenza, ogni qual volta viene messa mano per risolvere un problema, la situazione si aggrava ancora di più. Io direi: “Fermatevi del tutto. E riflettete”. Matera, al contrario, che su questi problemi ha discusso a lungo, oggi si ritrova Capitale della Cultura, Potenza è una città in dissesto che deve fare i conti con queste mancanze. La Cultura a Potenza è stata sempre Potere.
Ma lei quando ha capito che nella sua vita avrebbe fatto il pittore?
Da ragazzo, subito, già alle elementari dimostravo un interesse più forte per il disegno rispetto alle altre materie. Troppo in fretta, però, si sono girate le spalle al Nuovo Realismo. È stato un giuoco che ha avuto origine quando Craxi decise di staccarsi dal PCI e seguire la sua strada. Colpevoli sono stati quelli che gravitavano attorno, tra questi Achille Bonito Oliva. Secondo loro, bisognava uscire da questa storia, dai Guttuso, dai Treccani. Il risultato è stato di aver fatto male alla cultura italiana, facendo male a molti pittori. L’alternativa è stata la Transavanguardia, una cosa davvero inutile. Adesso il resto lo sta facendo Sgarbi, inseguendo gli estetismi fini a se stessi.
Qual è il film che la rappresenta?
“Le mani sulla città” di Francesco Rosi. È stato quello a portarmi a scegliere di fare il consigliere comunale, solo per una volta.
Il libro?
Dostoevskij, “Delitto e castigo”, e “L’età della luna” di Sinisgalli. A tal proposito vorrei aggiungere che l’errore che oggi si deve evitare è la contrapposizione Sinisgalli – Levi, guai a commettere di questi errori. Ci riporterebbero ancora più indietro, chi lo fa non si rende conto del male che si fa a entrambi e alla stessa Basilicata.
La canzone?
Non ci sono canzoni nella mia testa.
Tra cent’anni cosa vorrebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?
Ho già chiesto molto alla mia famiglia, non voglio farlo anche da morto. Che scrivano quello che vogliono.