lucano larotonda

Angelo Lucano Larotonda, ottant’anni quasi compiuti, è stato docente di Antropologia all’Unibas e, fra le altre mille cose, ha lavorato per il Cinema e per la Rai ed è stato membro di varie commissioni presso l’allora Ministero dello Spettacolo.

E’ medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per il suo contributo all’arte e alla cultura. Alcuni dei suoi ex studenti lo ricordano ancora oggi con malcelato “timore”. L’occasione, pertanto, era troppo ghiotta per non chiedergli un parere sulle cose lucane.
Come giustifica la sua esistenza?
Col piacere di vivere. Nonostante i molti errori che ho commesso, ho raggiunto molti successi. Anche quando ero extraparlamentare di sinistra, ero convinto di quello che facevo. Avevo alle spalle un’educazione dei padri Gesuiti, tant’è che quando incontrai per caso a Roma un vecchio professore di liceo, questi mi disse «Allora, sei passato a sinistra?». Io, sorpreso, gli chiesi «Come lo sa lei, padre?». In realtà è un fenomeno fisiologico, con i gesuiti si diventa comunisti! (ride) Oggi come oggi, alla mia età, posso dire che una cosa mi ha segnato, l’onestà intellettuale.
Lei viene dalla sinistra extraparlamentare. Ha familiarità con il termine “Rivoluzione”. La famosa rivoluzione annunciata da Pittella, c’è stata o non c’è stata?
E io rivolgo a lei una domanda non impertinente: vogliamo parlare di “politica” o di “patronato”?
Faccia lei.
Pur volendo parlare di patronato, perché mi vuol far sparare sulla Croce Rossa?
Lei è un antropologo, il suo parere conta.
Qui non c’entra niente l’antropologia, ma soltanto una mentalità e una tradizione. All’Università ho sempre cercato di far capire agli studenti la differenza tra intelligenza e mentalità. In Basilicata ci sono tante persone intelligenti, anche in campo politico, ma la mentalità è chiusa. Dicevo sempre “Guardate che oltre Sicignano c’è un altro mondo!”. La politica qui è autoreferenziale, non ama il confronto, questo implica il non discutere, il non agire secondo la logica della dialettica. La democrazia non è più un fatto dinamico. Qui si ricorre spesso al pettegolezzo su qualsiasi persona e su qualsiasi situazione, però la mentalità è questa ed è strettamente collegata ai “miei bisogni”. Chi può soddisfare i miei bisogni? Soltanto il potere politico, che non lo dice esplicitamente, ma soddisferà i miei bisogni a condizione che io sia dalla sua parte e lo appoggi con il voto. Questa è una mentalità feudale.
C’è ancora adesso?
C’è sempre stata.
Cosa c’entra con il termine rivoluzione?
Le parole, è vero, hanno un valore, ma dipendono da come e quando vengono usate, e da chi vengono usate. È forse una “rivoluzione” leggere sul giornale oggi, a distanza di due anni dalla ‘presa del potere’ regionale del Feudatario, come lo chiamo io, che la Basilicata ha 40 milioni di euro di deficit?! È la prima volta che si verifica, qualcosa non ha funzionato. Apro una parentesi: sul piano umano, la scelta del governatore di andarsi a curare a Milano mi ha lasciato perplesso: così si dà uno schiaffo morale –e sonoro- a quella struttura, il San Carlo di Potenza, che lui giorno per giorno elogia come un ospedale di eccellenza.
Pittella ha dichiarato di averlo fatto per evitare pressioni ai medici lucani, che sapevano di dover curare il presidente della Regione.
Le parole vengono usate secondo le necessità, caro lei.
L’economista D’Agostino i lucani li definisce “rassegnati”.
Forse è generoso a dire una cosa del genere. La rassegnazione comporta una consapevolezza che è figlia della riflessione. Il problema è che c’è scarsa riflessione, perché c’è paura.
Paura di che?
L’ho detto prima, si è creato un sistema di dipendenza: “se non ti adegui alle mie direttive” … sei tagliato fuori. Ma le pare possibile che la Regione Basilicata, come istituzione, è una tra le più costose d’Italia? È assurdo, così come non è possibile che la Regione non abbia ancora fornito al Ministero richiedente il numero dei consulenti, sia nella passata gestione che nell’attuale, cioè quanti sono i soldi sottratti alla comunità per favorire i propri “clientes”. Sono soldi che potrebbero essere investiti nel sociale, ma tutto quanto fa parte del sistema su cui si regge il potere.
Da qui la paura…
Quando qualche anno fa ci furono manifestazioni in piazza, in materia ambientale … io so di alcuni genitori che hanno rimproverato i loro figli per avervi partecipato: la paura era che “qualcuno” potesse scorgere il figlio in qualche fotografia della marcia di contestazione contro la Regione.
Lei ha scritto questo Dizionario dei Lucani Illustri, a che periodo si ferma?
A due anni fa, quando è uscito. Ovviamente vi si annoverano soltanto i morti.
E i vivi?
Eh no, perché si può dire che ognuno di noi compia le proprie azioni e pensi fino all’ultimo momento della sua vita, e ci può essere anche alla fine un rovesciamento.
Quindi, lei dice, c’è sempre tempo per redimersi?
Non voglio parlare di redenzione, parlare dei vivi è sempre antipatico perché se dici una parola particolare, si può offendere il vivo. Ma ho anche avuto richieste del genere.
Cioè persone che volevano essere inserite nel suo dizionario???
Esatto.
Incredibile. O forse no.
Soltanto una persona parlò scherzosamente, l’onorevole Colombo, quando gli diedi una copia dicendo di aver messo solo i morti. Mi guardò, sorrise e disse: «Professore, io preferisco avere tra le mie mani il suo libro, piuttosto che esserci dentro».
Se dovesse scommettere i suoi soldi sul “ravvedimento” dei personaggi di oggi, sulla base della loro carriera politica, su chi punterebbe?
Per entrare nel Dizionario non bisogna fare miracoli, nessuna cosa straordinaria, basta che si facciano in campo politico delle azioni in funzione dell’intera comunità, non per il proprio feudo o clientela. In politica non si possiede l’onestà a tutti i costi, ma ci sono dei principi irrinunciabili che bisogna rispettare. Primo di tutti il bene comune, poi vengono tutti gli altri. In questo caso l’ottica è invertita. Voglio essere “gramsciano”, ci sono anche politici onesti, ma molte volte l’appropriazione indebita è fatta quasi con nonchalance. In quest’ultimo decennio c’è stato un crollo verticale della moralità pubblica a tutti i livelli. Che poi c’è spazio per tutte le ingenuità. Racconto un episodio che lì per lì mi ha scandalizzato: stavo nella stanza di un sindaco di un paese lucano, che mi aveva chiamato per una certa consulenza. Durante il colloquio entrò un imprenditore con il suo progetto di un’opera da fare nel suo comune; si arriva al costo, e a questo punto il sindaco fa la domanda «Questa è la cifra, ma c’è anche il 12% per me?». Sono rimasto zitto, ma allibito dentro: parlava come se io non fossi manco presente!!!
Lei è stato Presidente del Conservatorio “Gesualdo da Venosa” di Potenza: se dovessimo dare una definizione “musicale” dell’andazzo politico in Basilicata, quale sarebbe?
Bah, che dire. Ogni sinfonia è composta da più movimenti: allegro, adagio, lento etc.. Penso che ora siamo al lento, tutto funziona lentamente, ma non dolcemente. Sono cose drammatiche perché se guardiamo alla realtà lucana, siamo ai primi posti in Italia per la povertà. Ora cercano di salvarsi l’anima con il reddito minimo d’inserimento, ma non è possibile prendere per i fondelli così i lucani!!! Bisogna creare posti di lavoro, che non ci sono. Che “Rivoluzione” è questa? Io vorrei almeno un piccolo segnale, non una candela con una piccola fiammellina accesa.
Senta, lei ha scritto anche un libro sulle “Feste Lucane”. Come ogni estate, scoppiano le polemiche sui soldi dati per le sagre…
Le sagre non sono connesse al mio testo, perché sono cosa ben diversa. Certo, ci sono anche dei contributi regionali per alcune feste, come la Bruna, o i Turchi, e io sono contrario, perché essendo feste popolari, dovrebbero essere preoccupazione delle comunità. Ma concediamolo. Alla sua domanda, io rispondo con un episodio che mi è capitato a Maggio. Un sindaco mi chiama: «Professò, come devo fare la sagra? Abbiamo la possibilità di avere fondi comunitari, però non abbiamo patate, non abbiamo salsiccia, cosa possiamo fare?». Allora io sarcasticamente rispondo: «Facciamo una sagra unica, che non c’è in Basilicata: la sagra del pelo nero lucano contro il pelo biondo tedesco. Facciamo questo gemellaggio».
Che ridere!
Sì, ma la tragedia, vera, è che mi hanno preso sul serio.
E alla fine che sagra hanno fatto?
Nessuna. Il fatto è che ci sono sagre che non hanno senso. Sono sagre “usa e getta”. E’ un po’ come se uno prende una pasticca, passato l’effetto, tutto torna peggio di prima. Quale turismo si crea? C’è qualche assessore spiritoso che ha detto che l’Università non ha fatto nulla, ma l’indotto non è compito dell’Università, bensì della città e della mentalità locale. Andiamo a Perugia: sono stati i commercianti e i cittadini a concordarsi e a creare iniziative per attrarre in città i ragazzi. Qui si aspetta sempre che dall’alto arrivi qualche indicazione.
Lei è stato membro della Commissione Censura cinematografica. Cosa c’è di censurabile, se c’è, sulla Lucana Film Commission, oggetto recentemente di polemiche regionali, in particolare di Perrino?
L’interrogazione di Perrino? Non so chi gliel’abbia scritta, presumo sia qualcuno interessato a prendere il posto di Leporace. Qui non si vuol capire che siamo partiti da zero. La Film Commission finora ha fatto una politica “pervasiva”, per far conoscere il territorio, ha voluto dire in giro che la Basilicata possiede delle location e delle strutture. Era un invito per la gente che è venuta. Se la pubblicità favorisce il commercio, è giusto che il direttore vada a pubblicizzare. Condivido meno che insieme al direttore vadano gli assessori Tizio, Caio e Sempronio, che danno vita agli sprechi e agli abusi. La Film Commission ha fatto questo come prima fase, adesso bisogna passare a quella della “formazione” delle maestranze e delle professionalità. Se pensiamo ai film e ai documentari che sono stati finanziati, i ragazzi –anche se lucani- si erano formati fuori.
Invece, a proposito del Capodanno in Basilicata…?
Anche questa è una vetrina molto interessante, forse molto di più di “Coast to Coast”, film noioso per cui hanno speso un sacco di soldi, ma che è stato nominato anche in Francia da “Le Monde”, e che è servito comunque per far conoscere una parte di Basilicata. Non condivido invece, nell’aeroporto di Pechino, un grande cartello: “Visitate la Basilicata”.
Perché non lo condivide?
Perché è in italiano, e non mi dice dove sta la Basilicata. Tra l’altro è stato fatto all’insaputa dell’APT, credo, e non ha senso. Io faccio una domanda a lei: le risulta che la Regione abbia fatto una programmazione? Cosa aspettiamo? Come possiamo parlare di eccellenza, di reddito, se non si fa programmazione? Ma questo, da parte di chi è al potere, implica un vero impegno, e non i semplici proclami. Mi rendo conto che per loro è faticoso.
La voglio provocare ancora. Abbiamo parlato di musica, ma se l’esperienza politica di questo governo regionale invece fosse un film, di che genere sarebbe?
Non so se lei ha visto un celebre film di Bunuel, “Il fascino discreto della borghesia”, in cui vengono messi alla berlina i difetti del ceto medio. Se dovessi fare un film sulla Regione, io lo intitolerei ‘Il fascino discreto della Regione Basilicata”.
Forse il fascino INdiscreto…
(Ride). No no, discreto, perché a volte fanno le cose come si deve, ma volte ti gabbano usando giri di parole, e io lucano non mi posso sentire preso in giro, mi consumo dentro, non ho più vent’anni.
E i cittadini cosa dovrebbero fare allora?
Alzare un po’ la testa, uscire dalla paura. Attenzione, però, questa paura fa comodo ad entrambi, sia a chi governa che a chi la subisce. La paura è anche una specie di guscio protettivo. A Roma si dice, “Quando il cardinale ti dà il cornetto, non c’è bisogno che bestemmi”. Ecco, qui non danno un pasto vero, ma il cornetto, e così il lucano non parte nemmeno dal presupposto che deve avere un piatto. Si accontenta delle briciole.
Qual è il film che la rappresenta?
“Il Gattopardo” di Visconti
Il libro?
“La montagna incantata” di Thomas Mann.
La canzone?
“I Giardini di Marzo”, di Battisti. Ancora oggi mi fa emozionare, perché mi riporta a quei dodici giorni in cui sono stato dentro per motivi ideologici, per manifestazioni di piazza. Senza voler essere romantico, ricordo che in cella eravamo in cinque, e uno con la chitarra cantava proprio questa canzone di Battisti. Ci sono dei giorni in cui non riesco a sentirla, mi emoziona troppo, perché comunque è stata, per me, una stagione esaltante, in cui volevamo fare la rivoluzione e non ce l’hanno fatta fare.
Tra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
Niente. Solo nome, cognome, data di nascita e di morte. Il cimitero è un grande luogo di bugie, sono tutti grandi padri di famiglia e tutte donne oneste. Pertanto, bando alle ipocrisie.