angelo summa

Sabato 3 settembre (oggi, per chi legge –ndr) a Potenza si celebra la quarta Festa della CGIL. Quale migliore occasione per fare il punto della situazione lavoro (e non solo) con il segretario generale della Basilicata, Angelo Summa, che abbiamo incontrato in settimana.


Come giustifica la sua esistenza?
Cercando di utilizzare questa posizione d’indubbio privilegio e di rappresentanza sociale, allo scopo di fare qualcosa di utile per gli altri.
Si sente quindi un privilegiato?
Anche per il benessere fisico, e di salute, a fronte di tante persone che oggi vivono in una situazione di disagio sociale.
Quanto percepisce come segretario generale della CGIL Basilicata?
Circa duemila euro mensili, comprese le detrazioni dei miei figli. Risulto ancora dipendente della cartiera di Avigliano, ma sono distaccato ex legge 300. Quindi, non percepisco stipendio dal mio vecchio lavoro. Alla cartiera entrai poiché iscritto nelle “categorie protette”: mio padre era morto per un incidente nel cantiere edile in cui lavorava, a 29 anni.
Sabato (oggi, per chi legge) a Potenza c’è la quarta Festa della CGIL. Lo slogan è “Futuro del Lavoro”. Come descriverebbe, invece, il “presente” del lavoro in Basilicata?
Una situazione di criticità e fragilità forti, al netto della presenza della Fca di Melfi (e nel frattempo è giunta pure la cassa integrazione - ndr). Non è questione di “ottimismo” o “pessimismo”. Da quando c’è stata la crisi del 2008, a oggi registriamo ancora seimila posti di lavoro in meno, anche se c’è stato un piccolo recupero, rispetto al 2014. Fenomeni positivi come quello della Fca, pertanto, nulla hanno a che fare con le politiche regionali: sono scelte fatte all’epoca da altri, cioè il gruppo Fiat.
Lei ha detto che non è questione di “ottimismo” o “pessimismo”, eppure il Governatore ha sempre avuto un atteggiamento “ottimistico”, in ambito lavoro.
Le istituzioni in Basilicata non sono più elemento di garanzia di “terzietà”: hanno assunto una connotazione da “spot” di se stessi. Ciò accade perché ormai lo scontro politico, dei partiti e del Pd, fa sì che i conti si regolino all’interno delle istituzioni. Ciò spinge chi occupa determinate postazioni a fare auto-promozione a ogni piè sospinto; si dà sempre enfasi alle cose, dimenticando però ogni azione di programmazione.
C’è chi sostiene che questi meccanismi traggano origine dalla particolarissima situazione venutasi a creare all’interno del Pd con la candidatura di Pittella, che, una volta eletto, sarebbe stato quindi spinto a un’operazione di “lottizzazione” delle postazioni.
Hanno ragione. Basta guardare le scelte e le nomine fatte in questi due anni. La lottizzazione ha portato a un abbassamento nella qualità: la Regione Basilicata oggi certo non spicca per autorevolezza delle posizioni apicali e dirigenziali. L’ente non è più quello di metà anni Novanta e dei primi anni Duemila, quando faceva da “benchmarking” per il Mezzogiorno. E’ colpa della situazione creatasi nel centrosinistra lucano e dell’eccessiva personalizzazione delle istituzioni. Il mio giudizio critico sulle nomine, pertanto, non è rivolto alle persone, ma è dovuto al contesto politico e alle modalità in cui maturano le cose.
Quindi lei sembra parlare di “Involuzione” piuttosto che di “Rivoluzione”.
Il fatto è che si corre soltanto dietro alle emergenze. Non si capisce quale sia -perché in effetti non c’è- la visione della Basilicata che si vuole delineare per il futuro. Non c’è una scelta di fondo che delinei una prospettiva.
Questione petrolio: la Basilicata ha più “avuto” o più “dato”? O siamo nel campo del “Chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato”?
La perdita di credibilità delle istituzioni regionali a cui accennavo, sta proprio nella differenza fra ciò che abbiamo dato –molto di più- e ciò che abbiamo avuto – molto di meno. Dal 1998 a oggi non si è aperta nessuna vertenza con L’Eni o col Governo: noi viviamo ancora delle compensazioni delineate diciotto anni fa! E le compensazioni non possono essere solo le royalties, ma anche gli investimenti e le infrastrutture: tutte cose che ben si potevano chiedere al Governo, dato che noi lucani provvediamo al 70% della produzione nazionale. Perché non è stato fatto? L’errore, madornale, è stato quindi commesso su due fronti. Primo: la nostra Regione ha dimostrato che, pur avendo le risorse, non ha l’autorevolezza e la capacità per alzare la voce e chiedere di colmare il deficit infrastrutturale. Secondo: le royalites qui sono state utilizzate per coprire la spesa corrente, il che ha trasformato le istituzioni in “dipendenti” delle compagnie petrolifere, il che comporta, com’è ovvio, la perdita della libertà e dell’autonomia di rivendicazione. Non solo: la presenza delle royalties ha consentito alla nostra Regione –a differenza di altre che hanno dovuto fare una riforma della governance per adattarsi ai tagli imposti dallo Stato- di mantenere intonsa tutta la macchina burocratica.
Maurizio Bolognetti, segretario dei Radicali Lucani, però, dà la colpa anche a voi: «Se la Basilicata si è lasciata imbrigliare in ‘una dipendenza tossica dal petrolio’ –dice- è anche grazie al cerchiobottismo del sindacalismo lucano, che non solo non si è opposto in passato ai progetti tesi a trasformare la Basilicata in hub petrolifero, ma ha praticato una politica di piccolo cabotaggio, tesa a spuntare qualche decina o centinaia di assunzioni in Val d’Agri e nella Valle del Sauro a discapito di altre possibilità di crescita e di sviluppo».
Non so a cosa si riferisca Bolognetti. Io so solo che sul petrolio e sulla salvaguardia ambientale noi della CGIL abbiamo sempre avuto una posizione molto coerente, ma la difesa del lavoro certamente non ci ha mai spinto a compromessi o ad abbassare la guardia sulla questione sviluppo. Sono tantissimi i documenti che comprovano le nostre denunce. L’altro tema di grande criticità con cui occorre fare i conti, di là dagli “spot” e dai “masterplan”, è quello delle prossime assunzioni all’Arpab -che si prospettano con contratti di lavoro interinale- con cui si cerca di ovviare al deficit di personale.
Perché?
Per la trasparenza. Nel caso si ricorra al lavoro interinale, il rischio è di trovarsi in presenza di assunzioni discrezionali, nel qual caso ci sarà da chiedersi se chi viene assunto in quel modo abbia poi quell’autorevolezza, libertà e autonomia necessari a fare i controlli ambientali. Tornando al petrolio in generale, io dico che in Basilicata potevamo avere i migliori professionisti, che potevano aprire interlocuzioni con le compagnie a tutela del nostro territorio, ma siamo sprovvisti di qualsiasi professionalità nel campo, non abbiamo ingegneri, nulla. E nessuno sembra averci pensato.
Tornando alla questione lavoro, gli ‘Invisibili’ (ex mobilità) in presidio permanente di fronte la Regione, ci hanno inviato una lettera, in cui dicono: “Il reddito minimo di inserimento non è la nostra soluzione”, cosa ne pensa?
Loro hanno ragione, il presidio che c’è da due anni è importante ed è stato anche per noi delle tre sigle un grande stimolo. L’accordo del ‘reddito minimo’ è di grande proiezione, ma non è attuato, è rimasto sulla carta, non ci sono ancora i 140 milioni di euro della card carburante. Il reddito minimo non è una misura assistenziale, prevede l’inserimento in attività di pubblica utilità, ma ci sono anche bandi che prevedono direttamente l’inserimento nelle cooperative sociali e nei servizi. Ma io dico, dall’accordo sindacale del 2 Dicembre 2013 ad oggi, è possibile che la Regione si sia preoccupata solo delle emergenze, e agli accordi che fa non dia consequenzialità? Mi chiedo se è normale che la Regione che ha una dotazione organica di 1000 funzionari, non abbia ancora istituito alcun ufficio dedicato alla gestione del reddito minimo, impegnato a fare una mappatura delle necessità e dei settori in cui c’è bisogno di questi lavoratori. Insomma, si fanno gli accordi per dare risposta alla protesta, ma poi tutto resta invariato.
Gli Invisibili, sempre nella lettera che ci hanno mandato, fanno anche una critica al sindacato: “I nostri sindacati hanno buttato giù l’ancora. Si sono stancati anche loro di lottare per i lavoratori? Eppure il 9 aprile alla marcia per il lavoro c’erano 10mila persone che credono in loro”. Perché dicono questo?
Dicono questo, e in qualche misura hanno anche ragione, perché la Marcia del Lavoro è stata una grandissima e storica mobilitazione, ma che non ha avuto un seguito, non c’è stata un’apertura al confronto da parte della Regione. Noi c’eravamo e sono pronto a dire che se non avremo risposte, sarà un autunno non “caldo”, come si dice, ma molto “determinato”.
Non ha nulla da rimproverare al sindacato nello specifico? C’è qualcosa che sente di aver sbagliato o che si poteva fare meglio?
Il fare meglio non dipende solo dalla nostra azione, noi abbiamo messo in campo una serie di iniziative, e la Marcia del Lavoro è la più emblematica. Ci siamo anche misurati su problematiche che vanno oltre la nostra funzione, scrivendo un documento programmatico su come utilizzare le risorse di Basilicata 2020, e credo che bisogna alzare sempre di più il livello della nostra rivendicazione. E’evidente, però, che se chi sta dall’altra parte non riconosce quella denuncia, significa che la mobilitazione messa in campo, non è stata sufficiente e che il livello di rivendicazione sindacale debba essere ancora più forte.
L’atro grande tema è lo stra-potere dei dirigenti regionali.
La prima cosa che Pittella doveva fare, una volta eletto, era riformare la macchina organizzativa regionale. Un dirigente non può stare per troppo tempo nello stesso ufficio, perché si creano situazioni di comodo e di natura clientelare. Molti dirigenti sono fermi da anni al loro posto, e si sono sedimentate posizioni di potere che la politica non riesce a scardinare. Ma i mezzi ci sono. Solo, non si applicano.
Se avesse la possibilità di prendere Pittella sotto braccio, cosa gli direbbe?
Come sindacato non parteggiamo per nessuno, ma più volte gli abbiamo detto chiaramente che, per
evitare che la nostra regione sprofondi, sempre di più, sarebbe stato utile un patto per il lavoro, delineare un confronto sulle questioni prospettiche di dove allocare le risorse, in quali settori e come uscire da questa situazione. Il patto doveva mettere al riparo le istituzioni regionali e le risorse pubbliche da una pressione di sola convenienza. Quasi tutte le scelte non sono dettate da analisi di modelli di sviluppo economici, bensì dal consenso elettorale. Guardi, lo capiamo tutti che oggi le dinamiche della politica locale sono determinate esclusivamente dagli scenari per le prossime elezioni politiche.
C’è poi la questione, anche questa storica, dell’uso delle risorse pubbliche.
L’uso errato di queste è uno dei grandi mali del Mezzogiorno, che comporta un duplice danno: non si creano occasioni di sviluppo e si perde di credibilità, in particolare si perde il potere contrattuale nei confronti del governo nazionale. È evidente che se le classi dirigenti perdono di autorevolezza, si arriverà a credere che tutto ciò che arriva al Sud sia uno spreco. Nei prossimi mesi non solo il Sindacato, ma anche la società civile, deve rivendicare la trasparenza dei fondi comunitari. Sarebbe opportuno che la Corte dei Conti, e anche la Procura, indagassero un po’ su queste cose, perché sono convinto che le programmazioni in cui abbiamo avuto a disposizione 3 miliardi di euro, non abbiano declinato nessun fattore di sviluppo. L’uso e l’allocazione di queste risorse comunitarie è un problema etico e morale verso tutti i cittadini e necessita di trasparenza, non solo marketing pubblicitario. Non credo siano risorse ben spese.
Il film che la rappresenta?
La Vita è bella, di Benigni
La canzone?
Amo Rino Gaetano, “Il Cielo è sempre più blu”.
Il libro?
I “Malavoglia”.
Tra cent’anni cosa vorrebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?
“Ci siamo visti”.