dagostino pil

E’ frequente da parte della classe dirigente mettersi le penne di pavone in presenza di fenomeni economici positivi che risalgono a protagonisti che hanno poco a che vedere con la sua azione.


La crescita di poco più del 5% del Pil della Basilicata registrato nel 2015 è un indubbio dato positivo, dopo anni passati tra stagnazione e recessione che hanno colpito la regione in misura maggiore rispetto alle altre regioni. Parlare però di ripresa e di fuoruscita dalla crisi, su questa performance, è purtroppo fuori della realtà.
Per avere cognizione attendibile sui fatti economici occorre analizzare, in primo luogo le tendenze di lungo periodo e in secondo luogo quello che sta dietro al singolo dato statistico, sapendo che il diavolo esce nei dettagli, tenendo conto del contesto nazionale e meridionale in cui si colloca.
Sul primo punto va rilevato come il Pil meridionale tra il 2008 ed il 2015 sia diminuito del 12,3 %, quello del centro nord soltanto del 7,15%. La Basilicata, avendo subito una recessione più marcata del resto del Mezzogiorno, sfiora una perdita del Pil del 15%. Ciò significa che il divario tra Nord e Sud è cresciuto e che il ritardo andrà colmato con un maggiore sviluppo del Pil meridionale e quindi lucano che possa durare molti anni, cosa alquanto improbabile, come vedremo tra un attimo.
Il premier Renzi sta proponendo pannicelli caldi al Mezzogiorno con i patti stipulati con le singole regioni, usando il metodo gesuitico del rapporto uno ad uno, facendo finta di non capire che per invertire la tendenza del divario occorre una politica nazionale coerente con tale obiettivo e non con il riciclaggio di fondi già stanziati. Ha osservato il prof Gianfranco Viesti, citando i dati dell’Agenzia per la coesione territoriale, che le politiche in questione sono ai minimi storici col tracollo dei fondi di investimenti passati dai 24 miliardi di euro nel biennio 2000-2002 ai 14 del biennio 2012-2014.
Nel frattempo il fenomeno migratorio sta impoverendo ulteriormente il Mezzogiorno con un picco negativo per la Basilicata, collocata ormai tra le regioni più vecchie d’Italia.
Si aggiunga che per la Basilicata il 2016 sarà alquanto problematico e che sarà difficile ripetere il 2015.
Gli effetti della Brexit si faranno sentire anche per l’azienda Fiat di Melfi che esporta circa il 15 % della sua produzione nel mercato inglese e che a seguito della svalutazione della sterlina ormai abbondantemente sopra il 10% prevedibilmente qualche contrazione delle vendite dovrebbe averla. Difficoltà analoghe attengono alle altre grandi aziende esportatrici. La chiusura del centro oli di Viggiano per circa sei mesi inciderà negativamente sui dati occupazionali e reddituali regionali (a partire dalle royalties), il flusso turistico di Matera si sta sempre più orientando sul “mordi e fuggi”, al netto delle turbolenze amministrative in corso, sia all’interno della amministrazione materana e sia nel rapporto con la Regione. La Jobs Act ha esaurito la sua funzione occupazionale e finanziaria. Prima o poi si sarà costretti a fare i conti con la Sanità lucana, improponibile nella sua attuale offerta.
Se esaminiamo la composizione del Pil regionale osserviamo non poche sorprese: la gran parte della crescita del 2015 va attribuita in termini occupazionali e di reddito alla grande impresa esterna alla regione (Fiat, Eni, Natuzzi, ecc.) e non tutta peraltro si può caricare sulla Basilicata, investendo anche altre regioni meridionali e nazionali. Il suo ruolo trainante è effimero in termini di creazione di nuove imprese.
In realtà l’economia lucana è duale, viaggia a due velocità: la grande impresa opera sostanzialmente da separata in casa: va per conto proprio.
Il sistema produttivo regionale in senso stretto arranca e resta imprigionato dalle sue piccole e piccolissime imprese che operano soprattutto per il mercato interno caratterizzato da basso livello dei consumi, relativi ad una platea di consumatori molto modesta, da una Pa inefficiente, da un vasta area di sommerso che incide per oltre il 20% della produzione complessiva, da larghi fenomeni di sottoccupazione in agricoltura e nel commercio, dalla scarsa utilizzazione degli esercizi alberghieri che non arriva al 20% della potenzialità disponibile, da un deficit dell’apparato infrastrutturale e da fattori non economici (autostima, fiducia nelle istituzioni, ecc.) che rendono problematico porre un qualsiasi obiettivo di economia moderna.
La produttività del lavoro totale straordinariamente negativa ne è logica conseguenza.
Occorre aggiungere il problema dei problemi: l’opera profondamente perniciosa delle istituzioni pubbliche che non si pongono minimante il tema della crescita. La vedono come un pericolo per la propria sopravvivenza e in fondo hanno ragione: lo sviluppo è sconvolgimento degli assetti economici e di potere politico esistenti. E dunque perché rischiare la propria carriera?
L’economia regionale è subalterna a quella nazionale. Parlare di auto-sviluppo è pura utopia, dovremo aspettare qualche secolo per realizzarlo.
I fattori di dipendenza e di subalternità possono concentrarsi su due poli:
1° la grande impresa che ha sostanzialmente dettato l’attuale quanto discutibile assetto del territorio regionale, esposta ai venti della competizione internazionale;
2° lo statalismo regionalistico che ha drogato il sistema produttivo, il suo mercato del lavoro, il contesto sociale, rendendone debolissime le difese immunitarie sul piano democratico e le sue energie vitali per una eventuale crescita economica e sociale.
I problemi strutturali richiedono riforme strutturali che la classe dirigente non riesce neanche a concepire.
E purtroppo il cambiamento è vitale e passa attraverso una nuova classe dirigente, due temi che alla ripresa a settembre saranno al centro delle riflessioni che vorrò riprendere, alla luce di precedenti articoli che qualche lettore forse ricorderà.