raffaele nigro

Il grande scrittore Raffaele Nigro, lucano di nascita e barese d’adozione, da poco è diventato assessore alla cultura e vice-sindaco al Comune di Melfi, suo paese natio.

Ha 68 anni, una splendida barba bianca e la voce roca.
Come giustifica la sua esistenza?
Con il fatto che mio padre era stato per quasi sette anni prigioniero tra l’India e Liverpool. Tornando a Melfi aveva già una bella età, mia madre lo aveva aspettato per tutto questo tempo e bisognava sbrigarsi. Il risultato di quello sbrigarsi sono io.
Che senso cerca di dare alla sua vita?
Io mi sento in una condizione di debito nei confronti dell’esistenza, dei luoghi che attraverso. Quello che provo a fare è risarcire il mondo che mi sta attorno o ‘pagare il fitto’ per le cose che utilizzo, per le persone che mi offrono la loro amicizia.
Lei in qualche modo si sente anche in debito con i lucani?
In debito no, ma sento di amarli. Io ho avuto una vita privilegiata, vivendo a Bari, ma ho sentito sempre la Basilicata, la terra in cui dovevo tornare, a cui dovevo offrire quello che stavo imparando.
Quando lei sente persone come Sorgi dire che la Basilicata è una terra desolata, cosa pensa?
Sinceramente mi fa ridere, perché evidentemente lui non è mai venuto qui. Anche se lui non è del nord, mi fa pensare a tutta quella fascia di settentrionali che, pur non essendo mai venuti qui, hanno un’idea stramba del nostro mondo.
Siamo sicuri che la Basilicata, o meglio, chi la governa e chi l’ha governata, ha saputo proiettare l’immagine “giusta”?
A riguardo io ho un’idea che nasce dalla lettura del “Tour” e del “Grand Tour”. Il primo era il viaggio a cui si affidavano gli stranieri, che li portava a conoscere Roma, Firenze, Bologna e non altro. Il “Grand Tour” permetteva, agli europei, dal XVII° secolo in poi, di scoprire l’Italia Meridionale. Quando parliamo di “Meridione”, dobbiamo però intendere che una volta arrivati a Napoli, queste persone prendevano un traghetto e scendevano a Palermo, da li poi ritornavano a Napoli. Questo fa comprendere che non è mai stata conosciuta quella che è la parte meridionale-orientale dell’Italia. Voglio dire che Calabria, Basilicata, Puglia, Molise e Abruzzo sono rimaste sempre fuori. Il “Grand Tour” ha significato solo Napoli e Palermo, ed è rimasto così anche nel Novecento. Infatti, in molti raccontarono la difficoltà di arrivare a Melfi, trovandosi a Matera, così come nella stessa Puglia. Quegli autori, La Base Forte, Proust, Ulisse De Salis Marschlins, Les Normands, hanno lasciato dei manoscritti, ma quanti li hanno letti? Quanti hanno letto la Basilicata di Cesare Malpica? Quindi, queste terre sono state raccontate solo dopo la fine della seconda guerra mondiale
Come si può recuperare questo gap?
Adesso, per fortuna, ci sono degli elementi che hanno convinto le persone a scendere quaggiù, Padre Pio è uno tra quelli che ha attirato a San Giovanni Rotondo una marea di lombardi.
Ci è voluto un “miracolo” praticamente.
A questo poi si è aggiunto il mare: dal tempo dell’eutrofizzazione delle alghe, a metà anni 80, la gente in cerca di un mare pulito è scesa più in giù di Pescara. Il sud dell’Adriatico, lo Ionio, il Tirreno, il Mediterraneo, richiamano gente e man mano che arrivano scoprono le bellezze dell’Italia meridionale. Accanto al Barocco e alla Magna Grecia siciliana, hanno scoperto il romanico-pugliese. Adesso scoprono Matera.
Ecco, Matera 2019. C’è la polemica sui soldi a pioggia, sulle occasioni mancate, sull’“eventificio”: secondo lei stiamo sfruttando bene questa opportunità?
Secondo me, a Matera possiamo fare quello che vogliamo: il miracoloso di Matera è che la tv l’abbia scoperta e che la stia proiettando nel mondo intero. Come il miracoloso delle coste adriatiche negli anni ‘90 fu che albanesi, curdi e cingalesi si rivolsero alle tv nazionali chiedendo di mandare immagini, così che anche dall’America potessero vedere l’esistenza di quel mondo. Secondo me il ruolo di Matera si è già concluso, il ruolo termina nel momento che una città viene scoperta come Capitale della Cultura. Adesso potremmo fare quello che vogliamo, se riuscissimo a realizzare delle strade sarebbe ‘grasso che cola’, per il resto è importante che il mondo l’abbia scoperta.
Quindi lei dice che adesso è una macchina che cammina da sola?
Già. Matera era stata scoperta già prima, da Mel Gibson, da Pasolini, da tutti coloro che l’hanno proiettata nella grande industria hollywoodiana.
Quindi ben venga il Capodanno Rai anche a Potenza, Melfi e Venosa?
È chiaro: più si vedono le cose, più esistono. Noi non siamo esistiti perché non ci vedevano e non sapevano come fossimo. Anche le nostre bellezze architettoniche e paesaggistiche hanno bisogno di essere viste per essere apprezzate e amate.
Argomenti ricorrenti: Matera ha il 2019, Melfi ha la Fiat, Potenza non ha nulla. Secondo lei, quali potrebbero essere le risorse e le attrattive in questa città?
Come assessore alla cultura a Melfi, ho proposto un riconoscimento Unesco per i prodotti normanni della conquista, attinenti, cioè, al loro primo momento di arrivo. Arrivavano, conquistavano, al massimo costruivano un “donjon”, con attorno un terrapieno -ne ho contati circa 20- attorno a cui sono costruite chiese. Voglio dire, se noi cerchiamo dei resti di questa cultura, mettiamo poi insieme una realtà normanna che passa per Potenza, Brindisi di Montagna, Castelmezzano, Melfi, Avigliano, Venosa fino a Tursi. Tirandola dentro questo progetto, Potenza mette a frutto ciò che ha.
Stiamo parlando della promozione della Basilicata, e da lucani ci siamo sempre preoccupati di quello che dicono di noi a livello nazionale. Oggi siamo preoccupati dell’accostamento negativo Basilicata-petrolio; Pittella minacciò di querelare chi ci dipingeva a tinte fosche.
Il dato è che una delle regioni più piccole d’Italia produce un bene che serve a tutti. Così come per l’acqua: una regione piccola ‘disseta’ una più grande, come la Puglia. Sono beni che bisognerebbe studiare, per capire fin dove restano effettivamente beni e dove diventano un male. La politica è qui che deve intervenire, ma anche la medicina, gli agronomi. Io non sono un tecnico, parlo per sentito dire, perché leggo i giornali, ma non ho ancora fatto uno studio per potermi schierare con il SI o con il NO al petrolio. Da lontano, mi sembra un beneficio, poi man mano che entro, capisco che ci sono una serie di problematiche che bisogna tenere in considerazione.
Sul sito della Regione c’è una sua biografia, si legge una frase: “L’esigenza più intima di questi lavori –i suoi, ndr- come è stato confermato dai romanzi, è sempre stata quella di ricostruire fenomeni storici della Basilicata solo apparentemente ambita dai grandi eventi della storia”. È ancora così?
E’ una regione lontana da Roma, lontana da Torino, ovvio che ha dovuto aspettare alcuni eventi storici come il Brigantaggio e la “guerra” col Piemonte. Altrimenti bisogna tornare ancora più indietro, ai tempi dei Greci e delle civiltà proto-italiche. Oggi, la Basilicata non la vedo proprio centrale, nello sviluppo della Storia, italiana ed europea. Certo, è una regione che è presente grazie a questi beni naturali, ma che ha bisogno di essere scoperta, o raccontata, o mostrata. Faccio un esempio: noi oggi sappiamo di aver partecipato a grandi momenti come il Rinascimento o il Barocco, ma in Basilicata non abbiamo mai accarezzato il progetto di fare una ricognizione dei beni che possediamo. Non esiste una mappatura del territorio. Non mi riferisco al numero dei castelli o delle chiese, ma c’è da chiedersi quante opere d’arte sono conservate nelle chiese o nei conventi, o quante collezioni esistono in mano ai privati. Una volta fatto questo lavoro, dovremmo poi pensare a organizzare delle grandi mostre, ma non qui, bensì alle spalle del Quirinale o a Firenze. In questo modo metteremmo ciò che abbiamo sotto gli occhi di chi attraversa quei luoghi.
Un po’ come si è fatto con la partecipazione della Regione Basilicata a Expo di Milano?
Quelle sono piccole cose. Io ero lì, come testimonial della Basilicata. Eravamo in questo stand…
Era piccolo?
In realtà a tutte le regioni d’Italia è stata data poca attenzione, ed era chiaro, specie di fronte a colossi come la Russia o la Cina etc. Ma intanto abbiamo avuto poco spazio, gli spazi costavano quel che costavano e non so che ritorno abbiamo avuto da quella presenza. Il fatto è che noi dobbiamo pensare sempre più a una presenza “raffinata”: io sono stufo, ma veramente stufo, di far sapere che siamo solo produttori del canestrato e così via. Siamo produttori ANCHE di questo, per carità, ma è bellissimo pensare che c’è una pattuglia di cinque o sei scrittori che pubblicano per le maggiori case editrici italiane e che sono nella discussione della critica letteraria di questi tempi. E’ straordinario pensare alla famiglia dei Persio di Matera, che ha avuto Altobello Persio che era allievo di Stefano da Putignano e ha riempito mezzo mondo di statue. E dopo di lui i fratelli. Antonio Persio, poi, è allievo di Bernardino Telesio e ne ha raccolto e pubblicato i libelli. Poi c’è Ascanio Persio, che nel 1550 dimostra che la lingua di Matera è più antica dello stesso fiorentino.
La nostra politica è quindi un po’ provincialotta, sempre con questa mentalità da “sagra” di paese.
I nostri politici pensano molto, se non esclusivamente, ai cinque anni in cui sono in carica, dopodiché, devono fare il “salto della quaglia” e salire di grado. Nessuno di quelli che sta lì pensa, invece -non dico a fare il bene di chi lo ha votato (perché sarebbe troppo retorico)- ma almeno a far conoscere quel mondo che lo ha espresso e che gli sta attorno. Gli assessorati, dal canto loro, si limitano a distribuire i contentini, atti a tenersi buono l’elettorato. Ma grandi progetti, grandi programmi, beh, non ne tirano fuori.
Lei ha citato Telesio, Telesio mi fa venire in mentre Franco Battiato –che gli ha dedicato un lavoro- e Battiato ci porta alla sua nomina di assessore a Melfi. Il noto cantante, infatti, divenuto assessore alla cultura alla Regione Sicilia, durò poco per via di un’uscita infelice che tutti ricordano. Anche lei ha intenzione di approfittare per levarsi qualche sassolino?
Io battutacce non ne farò. Io, invece, ho in mente alcuni progetti, in ragione dei quali mi taglio la lingua, me ne sto buono buono…
Di che si tratta?
Di trasformare il mio paese in un luogo di musei. A parte quelli che già ci sono e che funzionano bene, stiamo lavorando per trasformare un convento del ‘500 in un museo d’arte moderna e in una biblioteca-archivio gigantesca. Io contribuirò ad arricchirla, perché io stesso ho una biblioteca di circa 70mila volumi che donerò al progetto. Vi sono circa 200 cinquecentine, poi c’è tutto il mio epistolario, e anche la mia collezione di opere d’arte, che è costituita di circa 1500 pezzi del Novecento Italiano.
E dona tutto quanto al Museo?
Certo, sennò come si tiene in piedi? Stiamo provando anche a creare un museo dell’automobile, e in questo ci darà una mano la Fiat. Dovrebbe nascere nel vecchio macello comunale. Inoltre, in questi giorni abbiamo scoperto che a Melfi ci sono molti ipogei, che furono abitati dagli Ebrei. Ci sono vasche di decantazione o in cui si lavorava il pellame. La nostra intenzione è creare un gemellaggio con le catacombe ebraiche di Venosa.
Allora, questa Basilicata ce la può fare?
Secondo me la Basilicata è stra-ricca. Ma dobbiamo cambiare mentalità. Io, a uno come Giampiero Perri voglio bene, ma non dobbiamo pensare che quel che ci salverà è la storia delle lotte della diga di Senise o i film, in cui ci inventiamo delle storie “cinematografiche”. Qui hanno funzionato solo la Grancia e il Volo dell’Angelo, ma tutto il resto è stato un flop. Certe cose, o il popolo le “sente” profondamente, o sono solo “mangia-soldi”.
Il suo film preferito?
“L’Attimo Fuggente”.
La canzone?
“Vita Spericolata”.
Il libro?
“Demoni” di Dostoewskj.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
“E’ stato uno scrittore onesto”.