carmine vaccaro

Carmine Vaccaro è il segretario generale Uil per la Basilicata.

E’ un dipendente Fiat, in permesso sindacale retribuito, ma in vita sua ha fatto molti altri lavori, che qualcuno avrebbe definito “umili”. Lui è una persona gentile e sorridente.
Come giustifica la sua esistenza?
La mia vita è fatta di molteplici fasi, ho vissuto anche momenti drammatici, sono stato in mobilità, per esempio; lo scopo della mia vita è mettermi a servizio degli altri.
Lei continua a lavorare in Fiat?
Sono in permesso sindacale retribuito, con 1.150 euro di stipendio, più la mia indennità di carica di 1.000 euro. Con una moglie e due figlie, di cui una all’università. Faccio una media di 50.000 km all’anno, sono sempre in giro perché il territorio è troppo grande, e poi il sindacato è come una missione, che ti sconvolge, ti avvolge e ti prende.
Parliamo del Tavolo della Trasparenza sul petrolio in val D’Agri. Prima di essere a tavola con noi lei era seduto a “quel” tavolo.
Io credo che bisogna approfittare di questo momento particolare, di questo momento di blocco, nell’attesa che la Magistratura finisca un iter. Lunedì ci sarà un’ulteriore verifica, vedremo quando si riavvierà la produzione. La questione petrolio, è una situazione, in Basilicata, in Italia e nel mondo, sempre vissuta su un piano inclinato. Sta nella qualità, nella capacità, della classe dirigente stabilire il punto di equilibrio, tra produzione, ambiente e comunità. Bisogna approfittare del momento, come detto, e stabilire questo punto di equilibrio. Occorre recuperare 25 anni di ritardo, perché il petrolio prima o poi finirà; abbiamo detto tutti che oltre i 154.000 barili, compresi quelli della Total, non si va. Aggiungo che nell’Appennino Tosco Emiliano e Umbro Marchigiano c’è tanto petrolio. La Basilicata ha dato. Basta. Quando finirà, noi ci dovremo trovare pronti, a capire come non lasciare una cattedrale nel deserto. Recuperare 25 anni di ritardo significa creare uno sviluppo parallelo; l’Eni è in compartecipazione con 500 aziende nel mondo, parte di queste aziende deve portarle giù in Basilicata. Come dire, bisogna cambiare anche qui l’assetto culturale: non solo soldi, ma più lavoro.
La politica attuale e quella che l’ha preceduta, questo concetto l’hanno compreso oppure no?
Secondo me si fa fatica a capirlo. Perché c’è un problema di qualità di relazioni, tra Eni e Amministrazione regionale. Il fatto stesso che ci sia poco coinvolgimento della società civile lo dimostra. Iniziammo un bel percorso quattro anni fa, con l’istituzione del Cluster, un momento di confronto e coinvolgimento di chiesa, università, banche, società civile, società imprenditoriale, tutti insieme che accompagnano una fase. Quella fase, sostanzialmente, doveva servire a informare bene i cittadini, sul cosa significa estrarre petrolio. Questo non è avvenuto, qualcuno ha impedito che tutto ciò si realizzasse, e questi sono i risultati. Adesso bisogna voltare pagina.
Qualcuno chi?
Chi era parte del mondo dell’imprenditoria e ha evitato questo cammino; non capisco il perché. Probabilmente per una visione corta. Ma questa regione ha bisogno di visione, di proposta, di indirizzo, di programmazione. Da 10 anni la Basilicata si è fermata, ha smesso di pensare.
L’attuale Governatore usa spesso metafore calcistiche. Se fosse una partita, questa del petrolio, a che punteggio saremmo adesso?
Secondo me sarebbe una partita di calcio giocata senza nemmeno uno spettatore. Cioè senza i cittadini. E giocata in un campo arido, perché la difficoltà del campo merita un coinvolgimento a tutto tondo. Quella gente vuole sapere cosa accade domattina, che cosa succede intorno. Pittella fa un’operazione giusta, quella di rafforzare l’ArpaB. Fossi stato io, l’avrei fatto prima e coinvolgendo soggetti terzi che recuperassero un minimo di “terzietà”, penso all’Istituto Superiore della Sanità. Sarei andato da Renzi a chiedere una persona che potesse garantire “terzietà”, per capire i fenomeni legati al petrolio. Quello che si sconta oggi è il limite di non aver provveduto a rafforzarsi per dare garanzia alle persone da un lato, dall’altro creare le condizioni perché parallelamente all’Eni ci fosse uno sviluppo sostenibile e possibile, perché quando finirà dobbiamo trovarci pronti a dire a quei lavoratori che fine faranno. Se non creiamo l’alternativa adesso potremo avere altri problemi di occupazione, in una Regione già martoriata da una migrazione giovanile pesantissima (negli ultimi dieci anni, abbiamo perso 30.000 giovani); abbiamo una disoccupazione giovanile nell’area sud lucana, intorno al 66%, vale a dire 6 giovani su 10 non hanno mai visto un lavoro, 4 lo vedono in alcune stagioni e in forma saltuaria, non a tempo indeterminato.
La scorsa settimana abbiamo intervistato Marina Buoncristiano della Caritas che diceva che il Reddito Minimo d’inserimento è solo un palliativo e che la politica non dovrebbe fare dell’assistenzialismo, bensì fare in modo che i “poveri” si liberino della “povertà” e vengano messi in condizione di provvedere a loro stessi. È d’accordo?
Sono d’accordo. Il Reddito Minimo ci fa ritornare al passato, torniamo indietro di cinquant’anni. In assenza e in attesa, però, di un recupero di programmazione, era lo strumento più immediato, quello tampone, per cercare di dare una risposta, nel frattempo, e collocare, muovendo una tastiera di provvedimenti, il ritorno al lavoro (soprattutto di quelle persone che lo hanno perso e sono ormai 2.700 capifamiglia, che nessuno vuole più, ma che a 50 anni sono troppo giovani per andare in pensione) e dare all’individuo un po’ di soluzioni; d’altro canto, guardiamo alle sacche di povertà, povertà che si è raddoppiata dal 2009 a oggi. Anche qui bisogna fare un’analisi approfondita, ci vorrebbe un rapporto Censis, solo per la Basilicata, per studiare le fenomenologie, perché se non hai la fotografia di quello che c’è in Basilicata, non puoi mettere in campo le misure corrette; al di là di tutti gli sforzi che Pittella può fare, c’è un problema che attiene alla capacità di programmazione. Noi abbiamo litigato con la Regione, io in primis, dicendo che bisognava consegnare “un’anima” a quella programmazione, perché non si può più ragionare nella logica del mono-fondo, ma in una logica di pluri-fondo, cioè mettere tutte insieme le risorse e il 30% destinarlo all’anima.
E questa “anima” è?
L’occupazione, bisogna vendere cara la pelle, approfittando di un fatto che è strategico per la Basilicata, e che nessuno mi toglie dalla mente. Il Modello Fiat. La Basilicata ha un futuro se rimane un grande laboratorio, perché ha una composizione geografica, topografica, e anche per il numero di abitanti, 10.000 km quadrati per 578.000 abitanti. La fenomenologia di come Melfi rompe il diaframma della economia globale nessuno lo sta studiando, ma bisognerebbe prendere spunto per cercare di capire cosa si possa fare in Basilicata. Se rimaniamo “laboratorio” ci sono opportunità a go go.
Quali potrebbero essere?
Una di queste: 350.000 ettari di bosco. Capita di incontrare l’AD di Nestlé che mi dice: “Sa’ Vaccaro, sotto il bosco è tutto biomassa”. Cambiamo allora la forestazione da improduttiva a produttiva, da assistenziale a produttiva. Come si fa? Coltivare la biomassa con centrali di piccolo taglio, le biomasse non si bruciano nemmeno più, vengono degassificate. Se noi produciamo energia, parte la immettiamo nel circuito nazionale e introitiamo risorse che servono per la forestazione e parte la usiamo come “convenienza localizzativa”, cioè potremmo darla a un imprenditore come Nestlé dicendo di venire in Basilicata facendo pagare la bolletta il 30% in meno.
L’idea della “zona franca” di Berlinguer ci dà spunto per fare una valutazione sugli assessori tecnici uscenti e sul cambio di Giunta.
Sono sempre gli stessi soldi che si spostano. La zona franca va fatta per altre cose, quelle del risparmio per gli imprenditori. Perché un imprenditore di Padova sulla base produttiva di Padova, invece dovrebbe decidere di venire in Basilicata? Non ne ha nessun motivo, se non gli crei delle convenienze.
A proposito della promozione dei nostri prodotti, com’è stata la partecipazione a Expo 2015? Ha dato risultati?
Forse ne abbiamo fatto un’eccessiva esaltazione, ma è stato anche un modo buono per il quale 20 milioni di persone hanno saputo che esiste la Basilicata, in una postazione. Avessimo avuto più soldi, avremmo fatto qualcosa di più grande. Conta anche la capacità di saper vendere se stessi. Su Rai Uno esce sempre la pubblicità: “tra le montagne e il cielo, il Veneto”, io avrei detto “Se vuoi scappare dalla routine, la Basilicata è la regione del turismo del silenzio”. Ma manca la capacità di programmare e fare cose che servono per dare risposte. L’Istat dice che nel 2050 saremo un popolo per il 65% di ultra 65enni, se così è, cominciamo a fotografare il bisogno di cura, i servizi sociali che potremo offrire, la cooperazione, cominciamo a lavorare. Bisogna programmare dentro una visione. L’ultimo vero documento di programmazione economica e finanziaria è stato fatto nel 2012, Obiettivo Basilicata, che era un documento che faceva sintesi, ma soprattutto che metteva misure e risorse che viaggiavano parallelamente. Adesso non c’è più.
Manca anche il piano del lavoro.
Manca il piano del lavoro, manca la risposta alle 10.000 persone che abbiamo portato in piazza. Ma tutto ciò si recupera dentro una programmazione, una progettazione vera.
Se avesse la possibilità di prendere Pittella sotto braccio, cosa gli direbbe?
Gli direi che se non riesce a riprendere un dibattito politico, deve andare avanti, scegliendo di fare alcune cose, subito, nella programmazione: la Basilicata non è quella rappresentata dai giornali e tanto meno quella di Sorgi; abbiamo un tessuto agroindustriale che è la fine del mondo, e anche qui unirei tutti i prodotti agricoli della nostra regione in un unico marchio; quindi, non farei una distribuzione delle risorse a pioggia in mille rivoli che significa accontentare, e pensare più a se stessi che al bene comune. Deve avviare, invece della rivoluzione democratica, la rivoluzione culturale, io sono disgustato del fatto che i miei figli possano vivere grazie a una “relazione corta”. Nella rivoluzione culturale i direttori generali non possono essere sempre gli stessi. Io sarei andato nell’Università e avrei preso i primi cinque più brillanti, e dopo due mesi di formazione a Milano, avrei detto questa è la Basilicata, fatemi vedere cosa siete capaci di fare.
Ma Pittella potrebbe rispondere che questo esperimento lo ha fatto, con i “tecnici” accademici.
Io avrei fatto l’esperimento con i Direttori Generali. Gli assessori tecnici non conoscono la Basilicata. La rivoluzione culturale impone che se gli obiettivi non vengono raggiunti, con i 150.000 euro annui (qualcuno ne prendeva anche 200.000), vai a casa, come succede altrove. Il manager della struttura privata se non raggiunge gli obiettivi viene mandato a casa.
Perché qui non accade?
Perché si pensa così: “quanto più sarò bravo a tenere le persone per la gola, tanto più la prossima volta toccherà nuovamente a me”. Bisogna uscire da questo, sennò non facciamo il salto di qualità.
Le piace questo metodo di comunicazione del Governatore, quello di dire le cose in video su Facebook?
Per una comunicazione più efficace e veloce? Io sarei per una videoconferenza in meno e una possibilità in più di guardarsi negli occhi e offrire un contraddittorio. Un bravo dirigente (sia presidente, assessore, che sindacalista ecc) deve avere la capacità di leggere e ascoltare anche i silenzi delle persone.
Cosa rimprovera, invece, al mondo del sindacato?
Noi scontiamo un limite: non ci siamo adeguati al mondo che è cambiato totalmente. Siamo un po’ strutture elefantiache. Puoi chiedere all’elefante di correre? Devi diventare gazzella. La riorganizzazione nostra interna si è avviata, anche con ritardo. Abbiamo provveduto a fare le regionalizzazioni.
Non ci sono dirigenti sindacali che prendono troppo, per esempio?
A livello nazionale qualche cosa può accadere, qui in Basilicata sicuramente no.
Il libro preferito?
Se il Sud muore, di Stella e Rizzo.
La canzone?
Napule è, di Pino Daniele.
Il Film?
Il Gladiatore. Penso a quella parte in cui Cesare dice al Generale Massimo “Bisogna consegnare Roma al Senato, alla Politica”. Spero di poter consegnare la Basilicata alla Politica.
Perché, finora non c’è stata?
Totalmente assente.
Cosa vorrebbe fosse scritto fra cent’anni sulla sua lapide?
“Una persona umile al servizio degli umili”.