marina buoncristiano

«La Regione deve risolvere subito l’emergenza povertà»; «Allarme povertà per anziani e pensionati…»; «Povertà … lettera aperta al Presidente della Giunta. E’ un’emergenza». Sono solo alcuni dei titoli che i quotidiani, la scorsa settimana, hanno dedicato allo spinoso tema. Ne abbiamo discusso con Marina Buoncristiano, responsabile Promozione della Caritas Diocesana “Potenza - Muro Lucano – Marsico Nuovo”, dell’Osservatorio delle povertà della Diocesi, nonché del Centro Caritas “A Casa di Leo”.


Come giustifica la sua esistenza?
E’ una meravigliosa avventura che ricomincia ogni giorno. Sono nata in una famiglia molto prodiga, per cui sono cresciuta con questo spirito. L’attenzione all’altro fa parte del mio Dna. Ho poi incontrato la Caritas e persone meravigliose, come Don Tonino Bello, che mi ha lasciato una eredità notevole.
La Cgil sui dati Istat: “A sentire il peso delle criticità crescenti sono i giovani nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni e le persone tra i 35 e 64 anni. Autorevoli rapporti ci dicono che sono troppi i bambini che convivono con stenti, sacrifici, mal nutrizione e sopravvivenza. E’ da troppo tempo che si è passato i limiti umanamente sostenibili”.
Che qui ci siano tanti bambini in povertà, è un’assoluta verità. E parlo di vera deprivazione. Il tasso di povertà in Basilicata è del 25 %, la terza più povera in Italia. E’ vero che c’è stata una lievissima diminuzione, ma è chiaramente un’inezia.
Ovviamente si parla di povertà “vera”, non di aride elucubrazioni.
Certamente. Su quel dato del 25%, è compresa sia la povertà “relativa”(ovvero quella di non totale indigenza) che una sostanziosa parte, l’8-10%, di famiglie assolutamente deprivate, ovvero senza alcuna fonte di sostentamento. Ovviamente, il nostro Osservatorio ha una contezza precisa di Potenza e di qualche comune.
Qual è l’identikit di una famiglia “deprivata”?
E’ un nucleo familiare che è costretto a risparmiare sull’alimentazione, sulle cure, sull’acquisto di beni primari. Nel Meridione, il dato di chi ha dovuto rinunciare a beni di prima necessità, ovvero il 67%, rimane confermato. Al Nord e al Centro, invece, quel dato è sceso. Pertanto, qui da noi, possiamo dire che 3 bambini su 10 vivono in uno stato di deprivazione e si alimentano male.
Parliamo di figli di disoccupati, in prevalenza?
Sì, di persone che hanno perso il lavoro o che non l’hanno mai avuto, ma parliamo anche di famiglie in cui c’è un disagio ampio, a 360 gradi, che si è tramandato nel tempo.
Qual è invece l’identikit di una famiglia “svantaggiata”, ma non ancora totalmente “deprivata”?
E’ una famiglia che ha comunque un reddito insufficiente per il fabbisogno normale. Solitamente sono nuclei con un solo reddito, per di più incostante (lavori saltuari o part-time), con figli minori; oppure parliamo di coniugi separati, in assenza di un reddito alto che possa garantire la sopravvivenza a entrambi; ancora, possono essere famiglie con una o più persone affette da malattia cronica o disabilità. Ovviamente la costante è un reddito basso. Prendiamo ad esempio i vedovi: molti di loro vivono sulla soglia della povertà. Di più: a Potenza ci sono interi nuclei familiari allargati che sopravvivono grazie alla reversibilità o alla pensione sociale del nonno o della nonna.
E pensare che la Uil ha lanciato l’allarme proprio sulla povertà dei nostri anziani, chiedendo interventi urgenti.
I pensionati lucani percepiscono, in media, pensioni fra le più basse in Italia. Anche il reddito pro-capite è fra i più bassi. Il problema è che noi ci siamo abituati a vivere così.
I sindacati infatti sostengono che “I cittadini non hanno più neanche la forza di lamentarsi”.
Non è questo. La nostra povertà noi la viviamo in un quadro “storico”: la Basilicata non è mai stata una regione “ricca”, dal punto di vista reddituale, non parlo di risorse. Il popolo lucano è da sempre abituato a vivere in modo spartano, pertanto la sua percezione della povertà è a metà strada fra la rassegnazione e la normalità. Mi spiego meglio: se io, da sempre, vivo in un contesto povero (dal punto di vista economico, culturale e sociale) la mia percezione della povertà sarà inferiore rispetto a quella di chi mi guarda da fuori. E’ la “mia” normalità.
Per la Cgil: “I provvedimenti che si registrano per dare soluzioni sono insufficienti e fatti male”.
Me lo lasci dire, i sindacati pure la sanno lunga! Comunque, venendo al merito, sono d’accordo con quell’affermazione. Lo voglio dire in modo brutale: qui si continua a coltivare assistenzialismo. La Copes è stata un fallimento: non si possono tenere centinaia di famiglie “assistite” per anni, per poi inventarsi il “reddito minimo d’inserimento”. Dobbiamo chiarire questo concetto una volta per tutte: la politica fa il suo dovere quando bada all’ “emancipazione” dei poveri.
Che sarebbe?
Sostenerli dal punto di vista economico, senza dubbio, ma anche e soprattutto dar loro gli strumenti affinché escano dalla povertà. Da quanti anni sentiamo i politici che si riempiono la bocca di “inclusione sociale”? Almeno vent’anni, ma il punto è che non si offrono al povero gli strumenti per uscire dall’isolamento in cui si trova e cioè recuperando le sue capacità e il sapersi rimettere in gioco, riguadagnandolo a una vita sociale soddisfacente. Allo stato attuale, invece, la posizione del povero viene incancrenita, perché quando io istituzione non sarò più in grado di dargli quei dieci euro, quella persona cadrà in uno stato di totale prostrazione.
Cosa fare, allora?
Puntare alla vera “inclusione” del cittadino, attraverso progetti seri, e non di quelli che funzionano solo sulla carta. Il welfare deve essere ormai impostato su un processo “generativo”, che crei, cioè, nuovi condizioni e modelli di vita, e non semplice assistenzialismo.
Eppure Pittella attende con ansia l’attivazione del Reddito minimo d’inserimento: nell’ultimo consiglio regionale ha spiegato che si aspetta il Tavolo Tecnico per sbloccare il decreto interministeriale (non dipende dalla Regione Basilicata) già siglato dai due Ministeri.
Il Reddito Minimo ha un valore solo se inteso come uno dei mille strumenti atti all’emancipazione del povero. E’ un pezzetto del mosaico.
E’ il vecchio problema: siamo sicuri che alla Politica convenga “emancipare” il cittadino, interrompendo quel rapporto di “bisogno” che li lega l’uno all’altra?
Bisogna fare un’analisi storica. L’attuale governatore, infatti, è solo l’ultimo anello di una catena che va avanti da almeno trent’anni. Il compito e l’abilità della politica dovrebbe essere quello di leggere il territorio e attivare una programmazione, cosa che qui manca, mi sembra, da qualche decennio.
Ma manca la volontà oppure la capacità di fare queste cose?
E’ un’incapacità dettata principalmente dal dissolvimento della politica, che ha perso la sua essenza, diventando essa stessa molto più “politicante” e molto meno “politica”. E poi c’è un altro vulnus enorme: siamo abituati soltanto a mettere “toppe”. Ci sono i poveri, ok, ma la Copes ha coperto solo una piccola porzione, facendola vivere nell’assistenza, per giunta. Per esempio, a me piacerebbe capire quanti di quelli raggiunti dalla Copes, oggi hanno un lavoro stabile, quanti si sono emancipati, quanti sono usciti dallo stato di povertà. Come dicevo, la politica dovrebbe fare questo: leggere i dati e correggere. In assenza di ciò, si continua a produrre il nulla.
Ma la Regione, quindi, un’analisi del genere non l’ha pubblicata?
Credo di no, perché vedo che quelle stesse persone che ieri vivevano di Copes, oggi sono state richiamate per il Reddito Minimo. Di che cosa stiamo parlando? Emancipazione? Zero. Uscita dalla povertà? Zero. Voglio dire, è “inclusione” avere 500 euro al mese in tasca? Facciamo due conti banali…le bollette, il cibo, le scarpe per un figlio, i libri di testo, le cure. E ho detto il minimo sindacale …
... chiaro, ma se lei avesse la possibilità di prendere Pittella sottobraccio, a tu per tu, cosa gli direbbe?
Che a fronte di un aiuto economico di pochi spiccioli, perché sono veramente pochi spiccioli, bisogna mettere in moto la creazione di nuovi e più dignitosi modelli di vita per i lucani: non può essere bastevole l’idea che se c’è la Fiat che va a pieno regime, abbiamo aumentato la percentuale degli occupati. E’ vero, è un dato positivo, ma proviamo a chiederci cosa succede se l’esportazione delle automobili precipita. Succede che la Basilicata è ai piedi di Pilato. Stessa cosa dicasi a proposito della filiera del petrolio. Ma certe domande bisogna farsele prima, non dopo, quando è troppo tardi. Aggiungo che ho provato a intervenire, su Facebook, nel corso degli interventi in video del Governatore, ma i commenti che ho postato non hanno mai ottenuto risposta.
Come si crea allora l’occupazione?
Investendo sulla ricerca, sulle imprese. Voglio dire una cosa che forse è ovvia: gli iter burocratici che si perdono nei meandri degli uffici pubblici, le imprese le fanno morire, prima ancora che nascano; il tutto in una terra ormai geriatrica flagellata dallo spopolamento e dal calo delle nascite, in cui chiudono scuole e presidi sanitari. Persino la risorsa di Matera 2019 non mi sembra si stia sfruttando al meglio. La stessa Potenza, in cui leggo che si vorrebbe fare il Capodanno della Rai, versa in uno stato preoccupante.
Al di là dell’aiuto diretto e immediato a chi ne ha bisogno, attraverso quali strumenti la Caritas cerca di attivare il processo di “emancipazione” del povero?
Oltre al sostegno al reddito, attraverso l’Otto per Mille, noi investiamo in progetti “generativi”. Facciamo tutta una serie di laboratori volti alla promozione dell’ “agio” familiare, e funzionano davvero. Il nostro è un centro dove avvengono incontri e confronti per le famiglie, trasferimenti di sapere, sussidiarietà e “rete”. Tutto ciò produce nuovi modelli di vita per le famiglie, ma anche “ricchezza” e benessere psicologico, grazie alla riscoperta delle proprie capacità. A ottobre 2015, dopo un biennio di sperimentazione di welfare “generativo”, trenta famiglie si sono costituite in un’Associazione di Promozione Sociale. Provi a immaginare il prodotto finale di qui a dieci anni.
Che cosa ha insegnato, a lei, il confronto quotidiano con le famiglie indigenti?
A ridimensionare tutto ciò che nella mia vita io vivevo come un “problema”, perché ho toccato con mano cos’è un problema “vero”. Ho recuperato uno stile di vita più sobrio, ma più vero, e la capacità di godere della gioia dell’incontro.
E cosa potrebbero “i poveri” insegnare ai nostri politici?
Il buon uso delle poche risorse a disposizione, visto che sentiamo dire sempre che le risorse sono poche. Il povero può insegnare quali sono le priorità, e in una società civile la priorità è la centralità dell’uomo. I Lucani hanno bisogno di sviluppo, di programmazione, di valorizzazione.
Il film che la rappresenta?
“L’Attimo Fuggente”.
La canzone?
“Vita spericolata” di Vasco Rossi e “La Cura” di Franco Battiato, anche se sono un po’ agli opposti.
Il libro?
“Le affinità elettive” di Goethe e “Nessun luogo è lontano” di Bach.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
«Qui c’è Marina che ha amato la vita e, in modo smisurato, quasi malato, la sua famiglia».