alessandro singetta

Alessandro Singetta, avvocato potentino, con un passato da consigliere comunale e regionale, è stato spesso critico a proposito di alcune problematiche che riguarderebbero il tribunale di Potenza, ma –dopo aver scritto ad alcune testate- questa volta, in occasione del nostro invito a pranzo, ha deciso di parlare fuori dai denti.


D - Come giustifica la sua esistenza?


R - Ho sempre pensato di essere un avvocato in grado di difendere i diritti di chi si affidava a me. Tuttavia ritengo che oggi tanti avvocati risentano dell’eccessiva subordinazione ai magistrati; cerco di dire ai giovani colleghi, che se gli avvocati non riescono a difendere i propri diritti, non potranno mai difendere quelli dei loro assistiti.


D- Chiarisca, prego.


R - Significa che a volte non si ha il coraggio di muovere delle eccezioni giuste, perché si sa che queste saranno rigettate. Sembra quasi che spesso non si voglia disturbare il ‘manovratore’. D’altronde, il rispetto per la classe forense da parte della magistratura lo vedo in continua diminuzione. Non posso non citare una frase di Sciascia: “I giudici hanno un potere delegato dal popolo, devono sudarlo invece che gustarlo”. Ma secondo me oggi accade il contrario.


D - Aveva ragione Berlusconi, allora, quando diceva che la Magistratura è “uno tra i poteri con più potere”?


R - Sì, anche se la Costituzione non prevede la magistratura come potere, bensì come Ordine. Voglio dire di più: in Italia la magistratura gode di un’autonomia che altrove non c’è; eppure, a ogni piè sospinto, si sentono lamentele circa attacchi “all’autonomia della magistratura”. Io voglio citare un altro detto, invece, “Chi controlla i controllori?”.


D - Tribunale di Potenza. Quali le maggiori problematiche, secondo lei?


R - Sono sempre del parere che, finché non si arriva a una sentenza definitiva, non si possono pronunciare sentenze di condanna. Oggi come oggi, invece, vale quasi il contrario, anche a causa di questa eccessiva esposizione dei pubblici ministeri. Non ricordo in passato queste conferenze stampa che ora si fanno con grande clamore mediatico, in totale assenza della tesi difensiva. È un meccanismo che va a stravolgere i dettami di un giusto processo, perché anche l’opinione pubblica, in Italia, viene influenzata dai mass media.


D - Veniamo al caso del giudice Romaniello e della famosa “contro-registrazione”, ovvero l’audio che –secondo il Quotidiano del Sud- avrebbe immortalato il giudice, suo marito (cardiochirurgo del San Carlo) e la direttrice di Basilicata 24, testata online che aveva pubblicato un “audio shock” relativo alla morte della Signora Presta in cardiochirurgia all’ospedale potentino, sollevando un polverone mediatico senza precedenti. In merito a ciò, Lei ha scritto al nostro e ad altri giornali.


R - A prescindere da giudizi di “colpevolezza” o meno, che non spettano a noi, sarebbe opportuno che il magistrato in questione attendesse ‘in panchina’, cioè aspettasse che la sua posizione nella vicenda sia chiarita. Non ha senso che venga trasferita dal Penale al Civile, come se nel Civile non occorresse la stessa serenità. È chiaro che tutto quello che è scaturito dalla cosiddetta “contro-registrazione” fa sì che la gente s’interroghi sul ruolo effettivamente assunto o meno dalla Romaniello nella vicenda, o quantomeno si pone delle domande sulla sua attuale serenità di giudizio. Mi rendo conto che è una situazione abnorme, che meritava un’attenzione diversa rispetto a quella che ha avuto. A mio avviso, infatti, questa era la classica situazione in cui -a prescindere dalle norme- CSM e istituzioni competenti sarebbero dovuti intervenire tempestivamente, con la celerità solitamente riservata ad altre occasioni: occorreva arrivare, cioè, a un giudizio molto rapido per chiarire una volta per tutte la sua posizione (ovvero se le cose siano andate veramente così o se ci sia stata una manipolazione dell’audio) o almeno dirle di attenderlo, magari mettendosi in aspettativa retribuita o in ferie.


D - Parlando in generale, si sente spesso ripetere la massima che un giudice oltre che “essere” imparziale, dovrebbe anche “apparire” tale.


R - Proprio su questo fatto dell’apparire non ci siamo. Qui a Potenza, noi avvocati ci troviamo a tenere cause contro avvocati che sono mogli o sorelle di magistrati, avvocati che sono mogli di pm. C’è di tutto, forse troppo, nei corridoi si dicono tante cose. La nostra è una piccola realtà: verrebbe da chiedersi, a volte, se un dato avvocato è assunto per meriti o solo perché è parente del magistrato. Ciò lede la giusta concorrenza tra avvocati, oltre a offrire un’immagine della giustizia non consona, con possibilità di sfociare in favoritismi. Insomma, nel cittadino che varca la soglia del tribunale insorge il dubbio che le decisioni possano non essere imparziali.


D - Quindi cosa fare, secondo lei? Trasferimenti in massa?


R - Certamente non in massa, ma secondo me più di qualche persona è in situazione d’incompatibilità familiare, come sancito dall’articolo 18 dell’Ordinamento Giudiziario, anche se alcuni colleghi affermano il contrario. A mio parere il problema c’è, invece, e il CSM dovrebbe esserne messo a corrente, il consiglio giudiziario dovrebbe essere molto più attento a queste situazioni.


D - C’è poi la questione dei processi troppo lunghi e dei rinvii troppo in là nel tempo.


R - Per la verità questo accade soprattutto nel civile. Le statistiche dicono che a Potenza siamo al penultimo posto in Italia per la durata dei processi, la Corte d’Appello all’ultimo o penultimo. Si parla spesso della mancanza di personale nelle cancellerie, ma nell’epoca della trasparenza, uno dei dati meglio custoditi dal CSM è quello sulla produttività dei magistrati, il numero delle sentenze da questi emesse e i procedimenti disciplinari a loro carico. Penso che una riforma della giustizia vada fatta anche tenendo conto di questi aspetti. I magistrati sono funzionari pubblici e proprio per questo dovrebbero dar conto del loro lavoro, ma su questo c’è silenzio assoluto, anche e soprattutto della classe forense.


D - Ma spesso conviene anche agli avvocati tirarla per le lunghe: “finché pende, rende”, no?


R - Non è più così, da quando è cambiata la norma che disciplina le prescrizioni. Se un avvocato chiede un rinvio, ammesso che il giudice accetti, si sospendono i tempi di prescrizione.


D - Qualcuno potrebbe obiettarle che lei è molto critico con la Magistratura perché, come ex consigliere regionale, è imputato nel processo “Rimborsopoli”.


R - E io risponderei che non conoscono il mio curriculum: mi sono sempre battuto, non a chiacchiere, ma con atti scritti e formali, affinché la classe forense prendesse posizione verso alcuni comportamenti nella magistratura che a me sembravano abnormi, con un accanimento particolare, nello specifico, nei confronti di alcuni avvocati. Ho effettuato anche un’analisi comparativa di come si sono comportate le magistrature in Italia per casi analoghi: ci sono stati provvedimenti cautelari solo per importi superiori a 50 mila euro, nessuno si è comportato come a Potenza. E poi, me lo lasci dire, io avevo avuto a che fare con alcuni parenti o coniugi di magistrati pertinenti al procedimento di “Rimborsopoli”, sia per ragioni professionali, in aula, sia politiche, ovvero come consigliere regionale, in commissione. E’ il discorso che si faceva prima sull’apparire imparziali: il legittimo dubbio su una poca serenità di giudizio nei miei confronti, in me rimane.


D  - Anche Pittella è imputato in Rimborsopoli: nell’eventualità di una condanna, secondo lei farebbe bene a dimettersi?


R - Finché non arriva una condanna definitiva, non si può giudicare colpevole una persona. La legge Severino, tuttavia, prevede che anche in caso di condanna in primo grado, ci si debba dimettere. Il caso di Pittella, mi pare, rientrerebbe in questa fattispecie.


D - Si legge e si sente spesso di polemiche a proposito di presunte “indagini a orologeria”, di magistratura politicizzata. Lei che ne pensa?


R - Da ciò che leggo sui giornali, alcuni accadimenti, in corrispondenza delle elezioni magari, sembrerebbero proprio “a orologeria”. Quanto alla politica, beh, lo ammettono gli stessi magistrati, rivendicando il diritto di esprimere delle opinioni. Il problema è delicato: per esempio c’è un magistrato del CSM andato più volte in tv per dire No al Referendum: una posizione pur legittima, ma ci vorrebbero regole uguali per tutti…


D - Pensa che sua moglie la rimprovererà, leggendo questa intervista?


R - Penso di sì! (ride). Perché, come dicevo, la percezione che la gente spesso ha della magistratura è di un potere incontrollabile.


D - A parte questo, qual è il rimprovero che le fa più spesso sua moglie?


R - Di aver lasciato, anche se temporaneamente, la professione per la politica. Sono stato consigliere regionale in un momento in cui c’è stato un accanimento particolare nei confronti della politica, che va ancora avanti, dimenticando che sono stato uno di quelli che ha proposto il maggior numero di leggi, provando a difendere gli interessi della gente.


D - Si sente ‘in panchina’ dalla politica, o ‘in tribuna’? Voglio dire, ci tornerà?


R - Sinceramente non è uno dei miei pensieri ricorrenti, ho fatto politica per un breve arco temporale di 10 anni, per me non deve essere una professione. Non ho mai votato un politico che nella vita faceva solo quello.


D - Il suo libro preferito?


R - Se proprio devo indicarne uno, direi “Il nome della Rosa” di Umberto Eco, ma sono un lettore onnivoro, solitamente leggo un libro a settimana, d’estate capita qualcuno in più.


D - La canzone?


R - “Sono ancora qui” di Vasco Rossi. Chi vuole intendere, intenda.


D - Il film?

 

R - “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.


D - Tra cent’anni cosa vorrebbe ci fosse scritto sulla sua lapide”?


R - «Non era un uomo giusto, ma ha cercato di esserlo».