paolo sirna

All’“Antica Trattoria Lucana”, campeggiano un po’ ovunque le foto con l’attore Mel Gibson, che era solito frequentare il ristorante ai tempi del suo film girato a Matera.

Ma quando il questore Paolo Sirna arriva e si siede al nostro tavolo, salta subito all’occhio che lui non ha atteggiamenti “da divo”. Siciliano puro sangue (è nato a Capo d’Orlando) ha un curriculum notevole: è giunto nella Città dei Sassi a settembre 2015, dopo prestigiosi incarichi a Perugia e Reggio Calabria; ha collaborato nella celebre operazione “Mare Nostrum” e nella sua Sicilia è stato tra i principali esponenti nella lotta al racket. Davanti a un menù di peperoni frigitelli, “cialledda”, zucchine fritte, pettoline e ricotta, si è parlato del “piatto ricco” di Matera 2019. E non solo.
Come giustifica la sua esistenza?
Sono il frutto di un grande gesto d’amore tra mia madre e mio padre, che all’epoca sfidarono un contesto avverso per sposarsi, ma prima ancora concepirono me. Hanno avuto grande coraggio e vinto tante resistenze.
Quando ha capito che sarebbe diventato poliziotto?
Quando ho superato il concorso. In famiglia non c’era nessuno che avesse intrapreso questa strada all’interno delle forze di polizia. Il padre di mio suocero era sottoufficiale della Guardia di Finanza, non l’ho mai conosciuto, ma mio suocero era fiero e conservava una medaglia d’oro. Quando superai il concorso, la persona che trovai più vicina a me fu proprio mio suocero, perché i miei genitori avevano un po’ timore e non sapevano cosa fosse la Polizia.
In che senso?
La Polizia non era presente nel mio paese in provincia di Messina, Capo d’Orlando. Oggi esiste un piccolo commissariato, istituito nel 1991, ma allora c’erano solo i Carabinieri. Inoltre Capo d’Orlando ha il merito di aver fondato l’ACIO nel 1990, la prima associazione antiracket –quella di Tano Grasso- che ha combattuto la mafia sulle strade, ma prima ancora nelle aule di tribunale.
Si ricorda lei dov’era quando uccisero Falcone?
Certo, io ero a Sant’Agata di Militello, sempre in provincia di Messina, dove poi venne fondata la seconda associazione antiracket. Mi ricordo perfettamente questa giornata di maggio quando si seppe la notizia. Mi ricordo bene i funerali, in cui uno dei nostri capi di polizia più grandi, Vincenzo Parisi, entrò in chiesa senza alcuna protezione, prendendosi anche gli schiaffi della gente che era inferocita. Lui, un grande animato da una straordinaria umanità, capì che era una croce da portare e ci mise la faccia, soprattutto per dimostrare ai familiari delle vittime che la Polizia non era latitante –come invece altre istituzioni- in quella Cattedrale. Ricordo con grande commozione, il perdono che la vedova Schifani fece agli assassini quando declinò le sue generalità, professò la sua cristianità e disse «Io vi perdono, ma voi dovete mettervi in ginocchio». Poi a luglio, quando ci fu l’omicidio di Borsellino, chiamai immediatamente l’avvocato Piero Milio, avvocato dell’ACIO, e con voce rotta dal dolore, ci confrontammo su cosa potesse fare lo Stato in quel momento.
Lei crede alla trattativa Stato-Mafia?
È un’inchiesta giudiziaria, di cui so ben poco. Credo nelle cose che conosco, e cioè nell’effetto dirompente che ha avuto la legge sui collaboratori di giustizia, all’epoca definita da molti una legge non etica. Oggi, a distanza di 25 anni, possiamo dire che senza quella legge, non avremmo mai scoperto i mandanti di quegli omicidi. Lo Stato è laico, il pentimento di un collaboratore di giustizia non coincide con il pentimento religioso in sede di confessione. Sono due cose diverse. Lo Stato ha dimostrato di avere una grande dirittura morale, perché è stato uno strumento per scardinare questi sodalizi. Le rispondo indirettamente: Carabinieri, Polizia e Magistratura erano un tessuto connettivo sano, in cui si è potuta inserire questa legge che ha scardinato la Mafia. Se ci fosse stata collusione, non si sarebbe ottenuto questo risultato. Alcuni casi singoli certamente ci sono stati, ma la cosa più importante è che la società civile ha potuto riscattarsi dal fenomeno Mafia, che oggi non è certo quella di una volta.
Tutti questi film e telefilm che “spettacolarizzano” e banalizzano la mafia … lei che ne pensa?
Il mafioso prima lo si immaginava con la coppola, poi con la lupara o in mezzo ai fichi d’india. Prima era mafia imprenditoriale, poi collusa, perciò l’immagine del mafioso è cambiata nel tempo. La cultura mediatica ha sicuramente influito, ma questi stereotipi spesso non rappresentano la realtà. Secondo me bisogna parlare di mafia, ma in modo tale da differenziarla dagli altri fenomeni criminali: intanto è un fenomeno trasversale, nel senso che nella mia famiglia io posso esserlo e magari mia madre, mia padre e mio fratello non ne sanno niente. È un elemento sconvolgente, come fu il caso di Pietro Aglieri, lui mafioso e il fratello prete. La ‘ndrangheta è l’opposto, invece.
In Basilicata si è spesso parlato, dei Basilischi, della quinta mafia: non siamo al riparo da queste realtà?
Nessuno è al riparo, come col terrorismo o la corruzione.
Sì, ma siamo maggiormente a rischio con Matera 2019?
Si, se arrivano i soldi. Ci sarebbe un appetito da parte di tanti, non significa necessariamente mafia, anche solo corruzione e criminalità legati a un maggiore circolo di denaro. Uscendo da Matera, ad esempio su Potenza, non c’è lo stesso fervore economico e le cose cambiano. Le economie effervescenti, si sa, attirano nel bene e nel male. Ci devono essere degli antidoti endogeni e qui ci sono, perché c’è una cultura contadina non incline alla delinquenza.
Nel suo curriculum leggo la “Gestione di Grandi Eventi di ordine pubblico”. Lei è stato mandato qui per questo, per Matera 2019?
Non so perché sono stato mandato qui. Certo però queste dinamiche mi appartengono.
Secondo lei, Matera e la Basilicata, in cosa sono più a rischio?
Il rischio principale è la corruzione, un fenomeno sommerso e dilagante.
Si riferisce alla politica?
No, parlo dell’apparato amministrativo. Anche se non sono stato mandato per seguire un diktat specifico.
Dal punto di vista della città, invece, “Matera 2019” quali cambiamenti può portare a livello di piccola criminalità?
Quella ci sarà sempre, ma questo evento potrà essere sconvolgente. Mi riferisco alla popolazione anziana, perché i materani sono avanti con l’età. Trovarsi all’interno di un turbinio di eventi, sicuramente può destabilizzarli nella qualità della vita quotidiana. Già il solo ritrovarsi in piazza o al bar può cambiare, e addirittura mi è capitato di sentire una signora che diceva «Ma cosa vengono a farci?»: un segno del disagio personale che si trovano ad affrontare i cittadini. Un disagio che va ascoltato e compreso. A Matera non c’è un giro di delinquenza o di spaccio di droga come può esserci nel Metapontino d’estate. Però attenzione: se un anziano viene scippato e cadendo batte la testa e muore, la città finisce nel baratro. Sarebbe a dire che il giocattolo può rompersi da un momento all’altro: la sicurezza è l’obiettivo principale. Qui i turisti sono pacati e ci vengono con la famiglia. Un episodio banale finito male, provocherebbe una caduta verticale della città. Lo dico sulla base dell’esperienza che ho vissuto a Perugia con il caso Meredith: loro erano come Matera, una città tranquilla con le porte aperte tutto il giorno. Non avevano capito niente di come la città stava cambiando, e dalla sera alla mattina si sono ritrovati vulnerabili e incapaci di affrontare qualcosa d’inaspettato.
Allora quale messaggio vorrebbe lanciare ai cittadini?
Fate attenzione ai più deboli, cercate di capire e ascoltare le persone più vulnerabili, che sono un patrimonio, ma possono essere anche il Tallone di Achille. D’altronde, la scommessa di Matera 2019 non si gioca sull’arricchimento, che è transitorio, ma sull’individuazione delle fasce di persone che vi resteranno, ovvero se nel 2019 incrementerà la fascia compresa tra i 18 e i 40 anni. Alla società, pertanto, chiedo la collaborazione con le forze dell’Ordine e l’ho fatto anche attraverso degli incontri sui problemi della città e della sicurezza. Io dico: troviamo delle soluzioni il più possibile condivise, “con la legna che abbiamo”.
Per quanto riguarda il terrorismo, ha detto che ogni luogo è potenzialmente a rischio: oggi Matera dovrebbe prestare maggiore attenzione? In che modo?
Sì e deve farlo creando un flusso d’informazioni molto articolato. Oggi sia le forze di polizia che i servizi di sicurezza sono uniti, e questo ha creato un sistema che ogni settimana valuta le informazioni che arrivano da vari soggetti, cestinando anche quelle non attendibili, a prescindere dalla provenienza. Al contrario, posso parlare di una cosa che mi è accaduta mentre ero in viaggio con la mia famiglia in Olanda. In albergo non ho esibito alcun documento, è bastata la carta di credito, e il tutto dopo la strage di Bruxelles! Ovunque andavi, non c’era la minima percezione di sicurezza.
Una settimana fa qui c’è stata la Festa della Bruna, com’è andata?
Nella folla qualcuno che si è fatto male c’è stato, ma tutto sommato è andata bene. Bisogna capire però che ci sono delle fasi della Festa che sono del tutto pagane, oserei dire tribali o ancestrali, e quindi anche pericolose, un po’ come correre dietro i tori.
C’è stata una polemica sul fatto che un carabiniere si sarebbe fiondato sul carro prima del tempo.
È un carabiniere che ha sempre lavorato bene, compreso quel giorno, poi non so se è stato un fatto istintivo: tendo di più a giustificarlo e non a colpevolizzarlo, perché si è dato un gran da fare come altri. È successo che era appoggiato al carro e si è portato via un pezzo, ma non è stato un gesto premeditato.
Gli uomini della questura di Matera sono in numero sufficiente?
Non sono pari a quelli che la questura dovrebbe avere, ma il Ministero dell’Interno sta facendo un ripianamento, sulla base del carico di lavoro che abbiamo avuto, e proprio nell’ultimo mese si sono aggiunti altri 9 poliziotti. Il percorso è iniziato, perché il Ministero conosce quali sono le esigenze.
Cosa chiede ai suoi uomini?
Di essere tra la gente, e di stare tanto con loro. Non siamo un algoritmo, siamo parte della società e bisogna stare vicino ai Materani, anche per il bene delle proprie famiglie, oltre che della collettività.
Il suo libro preferito?
“Retablo” di Vincenso Consolo.
La canzone?
“Cara” di Lucio Dalla
Il film?
“C’era una volta in America” e “Il Postino”.
Tra cent’anni cosa vorrebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?
Devo copiare necessariamente Sciascia, il quale si fece scrivere “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”. Io piuttosto vi vorrei dire come vorrei morire: recitando il Magnificat. È la preghiera più significativa mai stata scritta, ed è così che mi piacerebbe lasciare il mondo.
Lei è siciliano: la differenza tra il Commissario Montalbano e i personaggi di Leonardo Sciascia. Quali preferisce?
Per farmi una risata sicuramente Camilleri, se voglio stuzzicare il mio intelletto, Sciascia. Ho avuto la fortuna di conoscere entrambi e sono due intelligenze favolose che comunicano in maniera diversa con il pubblico e hanno una taratura morale e civile che non si può paragonare ad altri letterati. Sciascia era uno studioso, un uomo di lettere che scriveva solo d’estate. Si portava i fascicoli processuali a casa e d’estate si trasferiva e faceva un lavoro di fino. Un giorno venne al mio paese, dove c’era una mostra che ospitava artisti vari, che dovevano dipingere per strada. Sciascia venne nominato presidente di giuria quell’anno in cui partecipò un pittore sudamericano, che venne accompagnato dalla moglie e la cognata, due donne che si facevano notare. Erano gli anni’70 e fece scalpore il fatto che in albergo dormivano tutti e tre insieme, perciò iniziarono a circolare voci. Arrivarono pure al parroco, che durante il taglio del nastro si rifiutò di benedire la mostra, definendola “peccaminosa”. Il Maresciallo dei Carabinieri allora prese e portò tutti in caserma, Sciascia compreso. Quest’ultimo, dopo un po’ di attesa, chiese al maresciallo cosa diavolo stessero facendo e questi gli rispose «Stiamo generalizzando». (risate – ndr). Sciascia, ovviamente, su questo “stiamo generalizzando” ci fece un grande articolo! Avete capito allora cha sono i letterati siciliani?