saverio brienza

Aggressioni ai danni di agenti (anche donne), risse tra detenuti, incendi appiccati in cella: negli ultimi mesi, le sigle sindacali della Polizia Penitenziaria lucana, hanno diffuso a ripetizione comunicati stampa dai toni e dei contenuti drammatici.

“Un bollettino di guerra”, così lo chiama Saverio Brienza, sostituto commissario, trent’anni di carriera alle spalle, di cui diciotto al carcere di Potenza. E’ il segretario regionale del Sappe, Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, organizzazione che vanta il maggior numero d’iscritti in Basilicata.
Come giustifica la sua esistenza?
Col rispetto verso il prossimo. Se tutti quanti fossimo rispettosi, il mondo sarebbe diverso.
Sempre più spesso si legge di aggressioni ai danni di agenti o d’incidenti nelle carceri lucane. Che sta succedendo?
E’ un bollettino di guerra. Nell’ambito del pianeta penitenziario, la Basilicta sta subendo una grande trasformazione. I penitenziari lucani ospitano soggetti a volte poco sereni, molti di loro sono detenuti abbastanza irruenti, difficoltosi anche sotto il profilo psichiatrico. Tutto ciò va a influire sulla serenità di un istituto penitenziario. È ovvio che anche la questione della carenza di organico, che noi abbiamo sempre denunciato, fa sì che la sicurezza ne risenta. Ciò si ripercuote anche sull’organizzazione del lavoro degli agenti della polizia penitenziaria, sul loro “massacro”, perché è chiaro che laddove non c’è personale, i turni si dividono fra quelli disponibili e diventano durissimi.
In cifre, quanti agenti mancherebbero all’appello?
Mancano 40 su Potenza e una trentina sia su Melfi che Matera. Siamo sul centinaio di unità in meno, rispetto a quello che dovrebbe essere.
Parlava di “massacro” nei confronti dei poliziotti penitenziari. Chiarisca.
C’è un massacro a livello fisico, perché i colleghi sono obbligati a osservare turni tremendi tra le notti e gli straordinari, a volte neanche retribuiti perché abbiamo un monte ore che non può essere superato. E poi anche a livello psicologico: di fronte a questi episodi di violenza che avvengono, il poliziotto subisce passivamente ciò che non dovrebbe mai accadere. L’istituto penitenziario è un luogo dove le regole dovrebbero essere rispettate, dove la sicurezza dovrebbe essere a livelli ottimali. I problemi invece ci sono per la superficialità di qualche autorità che, a livello centrale, dovrebbe essere più attenta. Molto dipende anche dalle assunzioni, perché se manca il personale non è una situazione che si può risolvere così facilmente. La nostra amministrazione centrale dovrebbe far leva sulle istituzioni, sul ministro della giustizia: non viene assunto nessuno da oltre due anni e puntualmente ogni anno molti vanno anche in pensione.
Tutto ciò quali conseguenze ha sui detenuti?
Ci sono due tipologie di detenuti: c’è quello che subisce anch’egli questa problematica, perché tutto ciò che gli spetta a volte non viene garantito, in quanto l’organico esistente non è in grado di svolgere tutto. Poi c’è il detenuto che invece di questo abbassamento della sicurezza ne approfitta e compie atti di aggressione o violenza. Di questi episodi se ne possono raccontare tantissimi, negli ultimi mesi le statistiche hanno rilevato un incremento.
Ha detto in apertura che in Basilicata ci sono molti detenuti “difficili”. Cosa significa?
Diciamo che c’è una buona parte. Deve sapere che una norma di qualche anno fa ha previsto la chiusura degli OPT, Ospedali Psichiatrici Giudiziari, dove erano ristretti soggetti curati e tenuti sotto osservazione. Dalla loro chiusura, sono stati re-distribuiti in Italia e praticamente in ogni istituto: non avendo presidi sanitari e psichiatrici per gestire queste situazioni è normale che accadano determinati fatti.
Che percentuale di stranieri c’è nella popolazione dei detenuti?
La percentuale non è altissima in Basilicata, se rapportiamo questo dato alla media nazionale. Anche la presenza di diverse etnie crea delle difficoltà, perché le culture sono diverse e la comprensione stessa diventa difficile. In primis la comprensione verbale, figuriamoci sotto gli altri aspetti di natura religiosa e culturale. Noi chiaramente siamo anche in un momento di emergenza che riguarda la radicalizzazione del terrorismo.
In Basilicata ci sono stati o ci sono dei detenuti simpatizzanti del’Isis?
In questo momento no. Chiaramente c’è la massima attenzione. Abbiamo ricevuto disposizioni chiare e rigide, nel senso che qualsiasi atteggiamento sospetto deve essere immediatamente segnalato.
L’amnistia è un argomento che ricorre spesso, i Radicali l’hanno indicata come possibile soluzione al sovraffollamento delle carceri. Cosa ne pensa?
Credo che l’amnistia non dia una soluzione per il problema del sovraffollamento o delle condizioni di vivibilità. Penso che per migliorare le condizioni del detenuto basti semplicemente che lo Stato italiano applichi le norme che già possiede. Noi abbiamo un ordinamento penitenziario all’avanguardia nel Mondo, ma le esigue risorse fanno sì che non possa essere applicato e non si riesca a offrire molto a un detenuto che entra in un carcere. Le problematiche sono principalmente strutturali: in primis vanno riviste le strutture e la loro capienza. Lo Stato italiano dovrebbe farsi carico di creare degli istituti idonei.
Quindi a Potenza, a Matera e a Melfi il sovraffollamento c’è?
Siamo in una soglia ancora regolamentare, sotto il profilo strutturale. La criticità maggiore si registra nel personale, perché non c’è un numero consistente di guardie a contenere gli ospiti.
Si legge spesso sui giornali di suicidi nelle carceri. In Basilicata accade?
A Potenza ci fu un episodio, una quindicina di anni fa, ma non se ne capì bene il motivo, poiché lui non aveva dato segnali che ci consentissero di intervenire prontamente. La polizia penitenziaria è sempre molto vigile nel segnalare potenziali situazioni di rischio.
Quando legge queste notizie, qual è il suo primo pensiero?
E’ ovvio che un detenuto che si suicida è sottoposto a un problema psicologico molto grave e anche la detenzione per lui può diventare insopportabile, un grosso macigno che non lo fa proiettare nel futuro.
Quindi scaturisce da un problema personale? Non è il carcere, magari, il problema?
E’ normale che la difficoltà del carcere si ripercuota sull’aspetto psicologico del detenuto: c’è chi la supera e chi no. Fortunatamente, in Basilicata non abbiamo un dato rilevante per dare un’indicazione precisa. Alla base c’è comunque un disagio psicologico, dovuto magari anche alla distanza con la famiglia.
Qual è la cosa più brutta cui ha assistito?
Un episodio che mi ha segnato molto, quando sono stato io stesso vittima di una quasi-aggressione. Ero a Melfi, e un detenuto si era creato un’arma da una lametta da barba. Quando mi ha fatto avvicinare con una scusa, ha provato a sfregiarmi. Per fortuna non ci è riuscito. Quel giorno capii che in carcere bisogna stare sempre con gli occhi aperti.
A volte capita di sentir dire una frase che si attribuisce ai detenuti: “Gli agenti di polizia penitenziaria sono anche loro dei reclusi, ma a vita”. Come reagisce?
Ritengo di non essere un recluso e tutti i miei colleghi direbbero lo stesso. Apparteniamo a un glorioso corpo di polizia. Coniugare sicurezza, trattamento e umanità non è da tutti. Noi ci atteniamo alla Costituzione che dice che il carcere deve essere riformativo, ma al tempo stesso garantiamo la sicurezza. Siamo un corpo specializzato, fieri di essere poliziotti e lo gridiamo ai quattro venti.
Il rimprovero che le capita di fare più spesso ai subalterni?
Ho l’abitudine di guardarmi allo specchio la mattina e farmi un esame di coscienza. A tutti può capitare di sbagliare e io mi immedesimo. A volte ho dovuto richiamare qualche collega che era scorretto con un detenuto. Credo che la forma sia importante, non bisogna mai mortificare nessuno, detenuto o collega che sia.
Cosa non deve mai fare un agente di polizia penitenziaria?
Farsi corrompere. Purtroppo a volte si è sentito di colleghi che portavano al detenuto il cellulare, droga ... diventa una grande mortificazione, ed è una cosa che non dovrebbe mai accadere.
Riassumiamo: quali sono le richieste che fate voi alle istituzioni?
Alle istituzioni, così come ai nostri vertici, chiediamo l’assunzione di altro personale: ci sono già più di mille giovani che hanno passato le prove concorsuali. Sono idonei e non vincitori, ma servirebbe un solo emendamento per far partire questa idea. Si potrebbe dar spazio ad altri concorsi, inoltre. In Italia abbiamo chiesto l’assunzione di 800 agenti, proprio per perseguire questo obiettivo. Chiediamo inoltre di potenziare gli istituti, anche dal punto di vista tecnologico. Sistemi di videosorveglianza, sistemi d’allarme e mezzi di trasporto più efficienti, in assenza di nuovo personale, possono essere di grande aiuto. E’ capitato che i mezzi impiegati per fare la traduzione di un detenuto si siano fermati per avaria o perché non erano state pagate le forniture di carburante. Un altro tipo d’intervento che chiediamo –e anche in questo caso la legge c’è già- è quello di far lavorare un maggior numero di detenuti.
A Potenza svolgono qualche attività?
Pochissime, cose che riguardano la manutenzione e le pulizie. Il lavoro però è un elemento fondamentale del trattamento.
Cosa vi chiede, invece, un detenuto nel rapporto quotidiano?
Richieste che, se pur banali, a volte sono basate su mancanze dell’amministrazione. Le lamentele riguardano l’ubicazione... troppi in una cella! O magari capitano detenuti poco compatibili tra loro che necessitano di essere spostati. Devo dire, però, che in Basilicata, rispetto ad altre sedi, da questo punto di vista si riesce ad andare in maniera abbastanza tranquilla, proprio perché non c’è un grande sovraffollamento. Ma anche perché c’è un grande lavoro da parte nostra.
Se un giorno un suo figlio le dicesse di voler fare questo lavoro?
Se avesse altre possibilità, gli consiglierei di fare altro. Questo è un lavoro molto impegnativo e poco riconosciuto.
Quali possono essere, invece, le soddisfazioni?
Avere un buon rapporto con i colleghi e riuscire a raggiungere i propri obiettivi, io per esempio mi occupo del trasporto dei detenuti. Avere un rapporto buono con il personale ti gratifica, perché si sente spesso dire che è raro che non ci siano conflittualità fra agenti. Poi c’è la parte dei detenuti. Con loro ho sempre avuto un rapporto sereno, ma diretto.
A Potenza c’è stato anche qualche detenuto “vip”, penso a Corona, al Principe di Savoia. Erano detenuti più “fragili” rispetto agli altri?
Io non l’ho notata questa fragilità, ma il rispetto nei nostri confronti era alto. Indubbiamente, il livello culturale e sociale fa la differenza, in un carcere. Il detenuto che magari proviene dal ghetto e non ha istruzione, non la conosce proprio la parola rispetto. Ricordo che quando il Principe è andato via, ha voluto salutare e ringraziava tutti per il trattamento ricevuto. Ma lui è stato gestito esattamente come gli altri, senza preferenze.
Di Corona cosa ricorda? E’ forse un personaggio più esuberante.
Corona con noi è stato piuttosto taciturno. A mio avviso aveva altri obiettivi, voleva raggiungere popolarità anche come detenuto. Comunque non ha creato criticità.
C’è un detenuto che le ha lasciato o insegnato qualcosa?
Tanti, soprattutto quelli che sono usciti dal carcere e realmente hanno compreso il valore della loro detenzione. La nostra soddisfazione è proprio questa, riportare alla società una persona che ha sbagliato facendole capire in cosa ha sbagliato. Poi ci sono anche detenuti che hanno dei talenti artistici, e quelli difficilmente si dimenticano, persone che avrebbero potuto fare a meno di delinquere.
Tra cent’anni cosa vorrebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?
Mi piacerebbe che la gente mi ricordasse come una persona perbene.