ILARIO UNGARO

Ci sono quelle persone alle quali non riesci a dare del “tu”, anche se le conosci da anni.

Non è qualcosa che ha a che fare con la differenza di età, col “lignaggio” o con la timidezza. Semplicemente, davanti a chi ha un vissuto densissimo come Ilario Ungaro, ti capita di renderti conto che qualsiasi cosa tu possa raccontare, lui l’ha già vista, e che -soprattutto- le asperità della vita che lui ha affrontato tu manco te le sogni. “Da guardiano di maiali a sindaco”, è infatti il titolo che usammo su queste pagine per raccontare la sua storia, di cui andava orgoglioso. Il noto imprenditore di Potenza, già primo cittadino della sua Trivigno, era uno che amava parecchio dire la sua (“uno che non si tiene niente”, si dice in gergo), ma le sue stilettate (le avrebbero chiamate “picconate” se le avesse dette un Cossiga) non erano mai dovute a uno sterile piacere di sparare, ma erano sempre mirate a un bersaglio, grande o piccolo che fosse: insomma un fatto concreto, concretissimo, un problema sul quale lui intravvedeva e proponeva una possibile soluzione. Certo, una certa saccenza rusticana faceva parte del personaggio –quel bastone sembrava che prima o poi te lo potesse anche sbattere bonariamente in testa- ma dietro gli accenti spesso sanguigni del “Mastino del Gallitello” (come lo aveva ribattezzato questo giornale) c’era quel vissuto così “forte”, da privarti del vezzo di dargli del tu: «Amico mio, io ho fatto il pastore, e dormivo in un soppalco sopra un gregge di 150 pecore e con i cavalli dietro la porta, perché se no se li venivano a rubare. Puoi immaginare il “profumo” che c’era, e ti garantisco che il “Sociale”, in quei momenti, ti viene in mente eccome!». Adesso Ilario Ungaro è andato via, a dormire su un soppalco molto più in alto, e sicuramente il “profumo” delle nequizie di noi che siamo rimasti quaggiù non mancherà di arrivare alle sue acute narici, sollecitandogli qualcuno dei rimbrotti che facevano parte del suo, colorito, vocabolario («Ho preso una cappella al cimitero nuovo, così, quando sarò “steso”, potrò fare i comizi anche da lì!»). Quel che è certo, è che Potenza e provincia hanno perso uno dei personaggi più vitali in circolazione (la sua ultima conferenza stampa, incentrata sulla questione dell’assistenza agli anziani, l’aveva tenuta solo qualche giorno prima della sua scomparsa), un vero amministratore “operaio” (o “contadino”, o “pastore”, se preferite) che nella Trivigno del post-terremoto aveva agito con una decisione e una prontezza che in paese difficilmente dimenticheranno («Trivigno era il primo paese nella Ricostruzione, tra Campania e Lucania. Io facevo Commissione fino alle sei del mattino, per approvare le pratiche e portarle avanti. E quando arrivava il finanziamento, dopo otto giorni partivano i lavori, “o sì, o si no”»); un imprenditore che, con indubbia lungimiranza e scaltrezza, aveva scommesso (vincendo) su una zona, come quella del Gallitello, in un tempo in cui persino i cani randagi preferivano bighellonare altrove, e che aveva ancora un peso “politico” da non sottovalutare (quando, provocatoriamente, sulle nostre pagine aveva annunciato la sua candidatura alle ultime regionali, aveva ricevuto telefonate “preoccupate” e “importanti”); ma soprattutto –perché era la cosa che per lui contava di più- un animatore del sociale spiccio, ma efficace, puntiglioso, ma generoso (La “Stella del Mattino”, di cui era vice-presidente, brilla grazie anche al suo infaticabile impegno: “Faccio tutto io, in pratica”, amava ripetere).
Gli Inglesi, per definire un personaggio esuberante come Ungaro, usano l’espressione “Larger than life”, “Più largo della vita”, ma il Nostro aveva anche il gusto difficile di fare ironia su se stesso e sui propri “handicap”: «Quando guardavo i maiali nel bosco, mio padre mi dava un libro da leggere e io sai che facevo? Imparavo il primo rigo e l’ultimo. Ma poi nella vita, sai quante volte mi sono pentito di non aver studiato! In politica avrei potuto avere qualche incarico più grosso. La mancanza d’istruzione mi ha danneggiato. Oggi, se devo fare un telegramma, su sette parole otto sono “orrori”».
A noi di Controsenso, e anche a chi si recava in negozio da lui per “scucirgli” un consiglio (non mancavano amministratori o aspiranti tali, o giornalisti in cerca di spunti), mancherà la sua capacità di essere terribilmente “pratico”, tanto più in settori – quali quello della stampa o della politica- in cui c’è sempre il rischio di perdersi in rivoli filosofico-politici, e di affogare nel mare dei comunicati stampa e delle polemiche con le polveri bagnate.
Che ci fosse un giardino da curare, un letto del fiume da pulire, una strada dissestata da risistemare, o una svista politica da segnalare (ricorrenti i suoi interventi sulle disattenzioni nel settore agricolo) o una “pagella” da stilare (come quelle pubblicate sul nostro giornale, a proposito dei politici locali) lui era sempre focalizzato e sempre genuino: mai “interessato” o ventriloquo per “interposta persona”. Semplicemente, lui che aveva cominciato da zero (o forse da meno uno) e che, risalendo la china, per strada non si era dimenticato di chi era rimasto indietro, non riusciva a mandare giù che qui in Basilicata, invece, c’è gente che se ne fotte alla stragrande («C’è tanto da fare. Solo che i politici non riescono a inculcare ai giovani la mentalità giusta»). Pur con i suoi difetti, le sue paturnie, il carattere spigoloso e il suo essere spesso dissacratore a ogni costo, Ilario Ungaro era uno che per gli altri si dava da fare. Punto e basta. E poiché gli uomini, alla fin fine, vengono sempre giudicati per i fatti e non per le parole, non è azzardato credere che il Mastino abbia chiuso in attivo il conto con questa vita. La brulicante folla presente al suo funerale, è lì a testimoniarlo.
Ciao, Ilario, oggi voglio darti del tu.