renzi a matera

Talvolta si dice che la Magistratura si muova a orologeria, che la politica faccia altrettanto se non di più lo si può riscontrare sistematicamente.

E’ troppo sospetto il dinamismo di questi giorni del premier Renzi per non associarlo agli appuntamenti delle prossime amministrative e del referendum sulla riforma costituzionale di ottobre. In questo movimentismo c’è qualcosa di berlusconiana memoria.
E’ di tutta evidenza che c’è molto marketing politico nel lanciare i 10 mila comitati (sic!) del sì al referendum costituzionale e nella stipula di patti con le singole regioni, utilizzando quindi un metodo gesuitico, finalizzato alla ricerca di consenso verso la sua leadership, saltando a piè pari il suo stesso partito.
I fondi stanziati per i patti regionali si riferiscono a progetti e finanziamenti di qualche decennio, per giunta con una sottrazione di qualche miliardo di euro, ripetono logiche spartitorie che non vanno alla radice del divario Nord-Sud. Si è sorvolato sul nodo della scarsa utilizzazione e soprattutto del cattivo impiego dei fondi europei che lo Stato si è impegnato a cofinanziare; i masterplan regionali sono scollegati tra loro e si rifanno a un generico patto del sud non incardinato in puntuali impegni normativi e finanziari, relativi ad un disegno generale della politica italiana.
Così configurati i patti regionali rischiano di confinare ancora una volta il Mezzogiorno in una sorta di ghetto progettuale e finanziario con interventi più sostituitivi che effettivamente straordinari.
Il patto della Basilicata attiene a generiche indicazioni di interventi giustapposti in discussione da tempo, non essendo supportati peraltro da un disegno programmatico che in circa 50 anni la regione non ha mai avuto.
Sia detto per inciso che nel ’71, l’allora presidente V. Verrastro diede incarico al Politecnico di Matera di redigere un piano territoriale. L’idea abortì, quando il Politecnico rinunciò all’incarico, avendo avuto consapevolezza che si voleva uno studio da mettere in biblioteca e non uno strumento strategico a cui rapportare le scelte territoriali.
I master plan regionali risentono del metodo politico di un Franco Evangelisti degli anni ’80 – quello di “A Fra’ che te serve”- e in ogni caso non vanno alla radice della questione meridionale che concerne la qualità della sua classe dirigente, l’impostazione estrattiva delle istituzioni interessate, finalizzata non certo allo sviluppo ma a difendere le prerogative di una elite sempre più isolata dalla realtà a cui dovrebbe rifarsi.
Il problema del Mezzogiorno non ha mai riguardato le risorse pubbliche di cui avvalersi, bensì chi, come e verso quali fini utilizzarle.
Siamo pur sempre in presenza del vecchio armamentario su cui si è retta la governance del Mezzogiorno: l’apparato burocratico asservito alla politica, l’enorme spesa pubblica, un ceto politico con una sola idea in testa che concerne la difesa cinica, acritica dello status quo per tutelare gli interessi della varie caste che occupano le sue istituzioni con logiche proprietarie quanto parassitarie.
Non c’è nulla di sinistra in questo scenario, ma semplice lotta di potere per il potere.
In Basilicata questo modo di operare ha raggiunto livelli di concentrazione del potere mai avuti nella storia regionale, siamo con un solo uomo al comando che fa ritornare in mente l’organizzazione medioevale.
Siamo in presenza di un governatore di fatto osannato dall’intera classe dirigente che lo circonda e che si è fatto sistema personale della istituzione che governa, dimostrandosi purtroppo incapace di attivare politiche che creino lavoro, ma capacissimo di attivarne per sostenere e incoraggiare politicamente le tante locuste voracissime presenti nella regione.
Renzi molto furbescamente ha glissato sul tema del petrolio, sul collegamento ferroviario di Matera. Con una impudenza straordinaria ha rilevato che nella sanità come nell’ambiente è tutto sotto controllo e che si è operato finora bene, allineandosi alle fandonie che ci propina da tanti anni il ceto politico regionale, contestate da Raffaele Cantone dell’autorità contro la corruzione e dalla Procura di Potenza.
Il patto sottoscritto a Matera si pone a valle di un patto più generale che ha caratterizzato larga parte della storia del Mezzogiorno che si è sempre sostanziato nell’accordo scellerato tra i governi nazionali e quelli regionali, basato sulla erogazione acritica dei trasferimenti dello Stato e della Ue alle regioni ottenendone in cambio il consenso elettorale. Ai governanti nazionali non è mai importato come i cacicchi regionali ottengono il consenso immediato. Ciò che conta è il suo trasferimento acritico quanto passivo alla politica nazionale.
Il Presidente del Consiglio si è guardato bene dal richiedere al governatore lucano la esplicitazione di un’idea nuova, originale del futuro della Basilicata, la riforma della politica e della amministrazione regionale, il superamento del fallimentare modello lucano l’accorpamento dei comuni, la spending review, l’eliminazione delle tante sacche di clientelismo ed assistenzialismo e così via.
Renzi è un politico che guarda alle prossime elezioni, non certo uno statista che guarda alle prossime generazioni, per dirla con A. De Gasperi. Uno stato di fatto che vale per Renzi come per i Pittella di turno.
Non è un caso che larga parte delle nuove generazioni lucane vadano via, spopolando la regione (vedi dati Istat) e che restino in Basilicata tanti giovani costretti a vivere senza lavoro o con lavoro degradante, respirando l’aria acre che sale dalla politica.
Così come non è un caso che stiamo aspettando con pazienza infinita che arrivi finalmente Godot.