agostino gerardi

A Potenza, quando si avvicina San Gerardo, nei bar e nelle auto le sue canzoni tornano in alta rotazione, mescolandosi ai classici di Michele di Potenza, fino al tripudio della festa in piazza, quando tutti –sobri o e meno- a un certo punto ballano “Rutulì Rutulà” o “I Lagh r Sant Vit”, i suoi brani più celebri. Agostino Gerardi, aviglianese di nascita, grande e grosso con i radi capelli tirati all’indietro, è senza dubbio l’artista folk più gettonato del capoluogo e provincia.

Ma, come ci spiegherà, alcuni potentini sono amanti della musica e delle tradizioni popolari, “a corrente alternata”.
Come giustifica la sua esistenza?
Cercando di migliorarmi, di andare avanti e di propormi alla gente sempre con cose nuove e diverse dalla solita routine.
Se dovesse darsi una definizione, quale sarebbe?
“Cantautore di musica popolare lucana”.
Che momento vive questo genere di musica in Basilicata?
E’ un periodo particolare. La cerchia dei musicisti si sta allargando, però a “centrare” al 100% la sua vera anima … ancora non ci siamo arrivati. Ci si gira intorno, si copia, ma la vera musica popolare lucana ancora non si è capito qual è.
E qual è?
La Tarantella, in primis, che è una cosa che noi dobbiamo valorizzare poichè attiene proprio alla nostra tradizione. Il resto è copiato dalla Taranta, dalla Pizzica, che sono contaminazioni di altre regioni. E’ una cosa che, per ragioni commerciali, stiamo proponendo un po’ tutti, però la vera tradizione nostra è la tarantella, che dobbiamo spingere nelle piazze, e anche fuori.
Lei ha citato la Taranta. Nella vicina Puglia, da anni ormai, sono riusciti a farne un business, un’attrattiva turistica e un caposaldo culturale. Potremmo mai fare lo stesso noi lucani con la Tarantella? E se sì, perché non si riesce ancora a farlo?
Si potrebbe fare, ma il problema è che in Basilicata ognuno vuole andare per conto suo e guarda con sospetto a ciò che fa l’altro. Non si parla, non si discute, non si ottiene un risultato comune. In Salento quelli del settore sono stati bravi a mettere a regime la cultura, lo spettacolo, la tradizione popolare, le risorse turistiche e anche l’aiuto della politica. In questo modo sono riusciti a far conoscere in tutto il mondo la Taranta e la Pizzica: la gente non appena sente quelle musiche, subito pensa al Salento, al mare, ai tamburelli.
Il mare ce l’abbiamo anche noi e anche i tamburelli.
Sì, ma come dicevo, non siamo uniti, noi come gruppo di musicisti, e anche la politica investe solo in cose sbagliate.
Non è attenta alla musica?
Lo è pure, ma non guarda mai al discorso d’insieme, punta sempre su uno, due “cavalli” alla volta. Un po’ di soldi a questo, un po’ a quell’altro…. Ripeto, secondo me in Basilicata si può fare un bel discorso, anche collegato al turismo, ma bisogna unire le forze.
Matera 2019 potrebbe giovare.
Esatto. Fra quello che abbiamo qui in provincia di Potenza, e il discorso della Capitale della Cultura, si può organizzare un bel tour, con tappe itineranti per i paesi delle due province, e poi concludere il tutto con una grande serata finale: proprio come fanno a Melgpigano con la Notte della Taranta.
Diceva che i gruppi lucani sono aumentati, ma il livello della qualità?
E’ buono, in giro ci sono musicisti preparati, professionisti seri che credono nello strumento. Tuttavia, però, si preferisce fare la seratina qua e là, o magari andare a fare il turnista con me o con qualche altro gruppo, e finisce lì. Ed è un vero peccato.
Lei, a occhio, è quello che suona di più, almeno in provincia di Potenza...
Beh, sì…
Crede che ci siano invidie su di lei?
Secondo me sì. Come dicevo, non cresceremo mai proprio perché si tende prima a guardare ciò che fanno gli altri, e poi a badare alle proprie cose.
C’è stato un momento in cui, quasi contemporaneamente, sono usciti tre o quattro “inni” alla Basilicata, o simili. Come mai?
Io ho partecipato a uno di questi, “Fior di Lucania” e tengo a precisare che non ho percepito un soldo, ma l’ho fatto con piacere, per la mia terra. Forse chi ha fatto queste operazioni ha trovato il modo, pur legittimo, di intercettare fondi pubblici, non lo so.
Proprio su “Fior di Lucania” ci sono state polemiche.
Sì, tantissime. Molta gente mi ha fermato per strada e mi ha chiesto: “Uè, ma quant’ sold’ ti si chius’?”. Ma io l’ho fatto gratis.
Io mi riferivo al contenuto, alcuni hanno criticato il tema marcatamente “culinario”, per la serie: “Fammi mangiare bene e non farmi pensare”.
La gente mi diceva anche questo. “Ma in Basilicata s’ magna sol? Sauzizz’ e provolon’?”. Forse è vero, si poteva fare anche qualcosa di diverso.
Ma lei quando ha capito che avrebbe fatto il musicista?
Sin da piccolo suonavo la fisarmonica e l’organetto, era una tradizione di famiglia perché mio padre cantava e suonava ai matrimoni. Più in là ho imparato il sax e ho iniziato a suonarlo in una band di musica leggera qui a Potenza; all’epoca collaborai anche con gli ex “Lupi”. Continuavano a invitarmi alle serate, però, affinché suonassi la fisarmonica. Vidi che le mie cose piacevano, e così nel 1984 incisi la mia prima cassetta, che si intitolava “Lu Scuarpar”, e che conteneva anche “La Monachella”….
Tutti brani gettonatissimi a San Gerardo.
Sì, “Lu Scuarpar” era un brano di Angiolino Santarsiero, aviglianese, morto proprio quell’anno. “Rutulì” e “La Monachella” sono brani miei, ma per completare la scaletta inserii anche brani tradizionali aviglianesi. Quella cassetta, nata per gioco, vendette oltre 20mila copie. Da lì sono rimasto sulla scia del folk ballabile fino al 2012, quando con mio figlio è nato il progetto “Terrania”, che è un discorso più di “contaminazione”, con la Taranta, la Pizzica e l’etno-popolare. Si avvicina molto al discorso di Antonio Infantino. Prima di questi due cd, però, avevo già fatto un cd insieme a La Ricotta, ai Tarantolati di Tricarico –quando con loro c’era Antonio Guastamacchia- e a Blue Cat Blues. Adesso sta per uscire un mio nuovo singolo di musica folk vera e propria. Sono tornato a proporre, anche sulle piazze, quello che facevo prima. La nuova canzone s’intitola “Terramore” e parla, infatti, di amore per la propria terra.
A proposito di amore per la propria terra, cosa pensa delle sorti della nostra regione, quando legge le ultime notizie, come quelle sul petrolio?
Che l’hanno rovinata, questa terra. Speriamo che ci sia un futuro per i nostri giovani, ma con queste storie d’inquinamento, non penso che ce ne sarà più di tanto. Però dobbiamo sempre sperare in bene.
Lei si è anche candidato alle comunali col Pd.
Sì, ma non è andata bene perché era una cosa nata solo per riempire la lista. Io pensavo a curare la musica.
Un’esperienza che non ripeterà.
No, basta.
E Potenza com’è messa?
Beh… da quando Matera è diventata Capitale della Cultura… insomma, io non la vedo tanto bene. Mi sembra che i ruoli con Matera si siano invertiti. Adesso il capoluogo sono loro.
E noi potentini?
Dovremmo provare a valorizzare anche noi il centro storico, la Torre Guevara. Le cose ce le abbiamo anche noi.
Adesso siamo a Maggio, sta per arrivare il momento “magico” della città.
Sì (ride), ma non possiamo limitarci ad aspettare quei due/tre giorni di maggio! Certo, in quel periodo la città è bella, la gente riempie le strade, ma poi siamo punto e accapo. Tutto l’anno. La Festa di San Gerardo è assai sentita, ma non si può rimanere aggrappati solo a quella decina di giorni. Ci vorrebbero più iniziativa e più iniziative, nel corso dell’anno, per ravvivare il commercio e tutto quanto.
Però in quei giorni dappertutto si sentono le sue canzoni. Cosa prova?
E’ bello. Al Pranzo dei Portatori una volta ho anche suonato. Però ci sono un po’ di cose che non vanno.
Si riferisce al vino?
Beh, sì. I ragazzi andrebbero più tenuti sotto controllo. Si beve troppo vino. Fino a un certo orario la cosa è bella, ma poi si comincia a esagerare, si comincia a lanciare il vino e la gente che viene per sentire la musica si trova tutta sporca, e senza aver bevuto!
Crede di aver ricevuto quanto meritava, da Potenza e dalla Basilicata?
Non al cento per cento…
… in alcuni ambienti lei è considerato troppo “commerciale”, la sua musica troppo “paesana”…
E’ l’invidia causata dalla mia popolarità e dal fatto che lavoro più degli altri. Io ho quarant’anni di carriera! Sono trent’anni e più che propongo certi brani come “Rutulì” etc.. A San Gerardo, quando smettono di suonare le band dal vivo, mettono su i miei brani: “I Lagh r Sant Vit” e lu “Braccial”, che è di Michele Potenza. Anzi, io ho preso questa grande responsabilità del folk, proprio in corrispondenza della sua morte.
E’ lei il vero erede di Michele di Potenza?
Lo sono, perché ho proseguito il suo discorso poco dopo che era scomparso.
Ma perché, pur essendo così popolare nel capoluogo, quei dischi non si trovano e non vengono ristampati?
Perché la famiglia, probabilmente, ha ceduto i master a persone che non sanno e non hanno capito bene chi era Michele di Potenza. E’ tutto fermo. Ma la vera questione qui, è che lui ha ottenuto tutta questa popolarità DOPO la sua morte. Oggi a San Gerardo torna sempre in auge, ma forse quando era vivo non se lo calcolava nessuno. E’ l’unico che ha fatto canzoni veramente inerenti a Potenza, al dialetto, ai suoi posti, come le cundane. Raccontava quello che succedeva nella vera Potenza di un tempo.
Qual è il vero spirito del potentino?
Al potentino certe cose, come la tarantella, piacciono solo a San Gerardo. Gli piace buttarsi nella mischia e ballare, ma poi della musica popolare non gliene frega niente.
Quasi se ne vergogna, forse?
Io non l’ho voluto dire, ma sì, quasi. Diciamo che la snobba. Ecco, in Salento questa cosa non accade. Lì vediamo bambini con le tammorre, anziani che ballano e cantano “a rampogna”. Anche in Basilicata ce le abbiamo ‘ste cose qua, ma se ti metti a farle ti dicono: “Ma che cazz fai? Le cose dei pastori?”. Forse alcuni potentini sono un po’ filo-borghesi. Tutto l’anno vanno in giro in giacca e cravatta, e poi a San Gerardo li vedi in canottiera con la fiaschetta in mano. Posso dire una cosa?
Certo.
Sono molto felice quando vado a suonare nei paesi. Lì ti vogliono proprio bene, percepiscono la musica e ti trattano con calore familiare. E un’altra cosa: a San Gerardo –pur avendo l’artista in casa- fanno venire musicisti da fuori con cachet alti, ma la gente rimane scontenta e allora per farli ballare mettono su “Rutulì” e “ Lagh r Sant Vit”, cioè le mie canzoni. Ma a me in piazza non mi fanno suonare, a parte una volta e un’altra in Largo Pignatari.
Un tuo maestro quale potrebbe essere?
Oltre a Michele di Potenza, direi Gino Volpe, che è ancora vivente e che forse tornerà sulla scena.
Due parole su Pietro Basentini e su Antonio Infantino.
Due personaggi diversi. Il primo era più un cantastorie legato al folk vero e proprio; l’altro invece contaminava di più, dalle cose di Tricarico alle cose brasiliane, africane e di altre regioni. Un grande.
Il film preferito?
Mi è piaciuto molto il film di Vinicio Capossela, “Il Paese dei Coppoloni”.
La canzone?
De Gregori, “Titanic”.
Il libro?
Per la verità non ne leggo molti.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
“Ei fu, siccome immobile”. No, scherzo, vorrei solo il mio nome. Sta agli altri ricordarmi.
La canzone per la quale vorrebbe essere ricordato?
“Rutulì Rutulà”. C’è chi mi chiama così e quando mi vede, dice “U’ vìr a Rutulì Rutulà!”.