vito gruosso

Sessantotto anni, fisico asciutto e capello un po’ più rado ma sempre ribelle, Vito Gruosso è partito dal lavoro di operaio in uno stabilimento Fiat, per poi arrivare a diventare segretario regionale della CGIl, nonché senatore della Repubblica, per ben tre mandati (l’ultima volta con i Ds-Ulivo).


Come giustifica la sua esistenza?
Sono stato una persona molto impegnata in politica e in campo sociale, e dopo tre legislature da parlamentare, praticamente non potevo più essere ricandidato. A quel punto ho dovuto pensare ad altro per dare un senso alla mia vita. Sin da piccolo ho avuto la passione per la scrittura, ma mai il tempo, quindi ho pensato che fosse arrivato il momento per dare sfogo a questa passione. Ho cominciato col pubblicare “Fermata Ferrosud” che in parte è un’autobiografia, oltre che la storia dell’involuzione delle classi dirigenti regionali.
In una recensione di questo libro si leggeva “È un j’accuse implacabile delle forme degenerate del potere e dei nuovi poteri, anche di quelli originati da una sinistra deforme” Quali sono oggi in Basilicata queste forme degenerate di potere? E questa deformità della sinistra?
È evidente ormai da diversi anni che la classe dirigente, in particolare quella politico/istituzionale, ha imboccato una deriva clientelare e affaristica. Questa impostazione ha portato allo scadimento della funzione politica, fino a prendere atto che si è trattato di un percorso fatto solo in direzione di un governo per interessi di gruppo. Ad un certo punto abbiamo dovuto affrontare anche vicende controverse sotto il profilo della legalità. Penso a Iena 1, 2 e 3. Poi, certo, è successo che non sempre le indagini hanno dimostrato l’esistenza del malaffare, ma in ogni caso hanno fatto emergere un metodo di gestione e di governo fortemente discrezionale, orientato quanto meno a incrementare le sacche di clientele su cui si regge il sistema politico.
C’è chi dice che è colpa dei partiti che non ci sono più, chi dice che sia colpa delle ideologie che sono venute meno, altri pensano proprio ad uno scadimento della qualità dei politici. Secondo lei da cosa dipende?
Le ideologie non potevano esistere in eterno. Bisogna prendere in considerazione gli ultimi 20 anni, quando si è verificato un avvicendamento delle classi dirigenti. Si è passati dal predominio della DC e del vecchio Centrosinistra, ad un nuovo Centrosinistra che per la prima volta vedeva gli eredi del Partito Comunista entrare nel governo della Regione. Questa svolta ha segnato un cambiamento delle classi dirigenti e ha alimentato grandi aspettative. Ci si aspettava un cambiamento radicale nei contenuti e nel metodo di Governo. Si doveva passare da un’impostazione clientelare ad una fatta di trasparenza ed efficienza: un’aspettativa che è stata delusa. Proprio per questo motivo, è accaduto che anche le nuove classi dirigenti si siano adagiate al vecchio metodo di governo. Una sorta di omologazione, in cui si è verificato che l’azione politica mirava solo ad allargare la base elettorale e del consenso, utilizzando le risorse non a fini produttivi, ma assistenzialistici.
Quindi i “tempi di Colombo”, per citare monsignor Orofino, non sono … “finiti”?
Non sono finiti, e forse per molti aspetti sono anche peggiorati. Quando poi viene meno un’azione di governo trasparente, si finisce per scadere nella mera gestione che porta a ciò che abbiamo descritto.
Le royalties del petrolio, quanto hanno contribuito a questa politica fatta solo di gestione?
Dovevano avere una ricaduta assolutamente positiva sullo sviluppo non solo per quell’area, ma per tutta la regione, invece hanno finito per rappresentare anche quelle un elemento di gestione clientelare ed assistenzialistico, al punto che oggi le ricadute occupazionali e di sviluppo sono imparagonabili a quelle che erano le premesse. I primi accordi prevedevano che ci sarebbe stata una contropartita per compensare l’impatto ambientale di queste attività. L’impatto c’è stato ed è molto pesante, ma la contropartita è stata minima; rispetto al prezzo pagato l’utile avuto, in termini di occupazione e di sviluppo, è stato inadeguato.
Venendo ai fatti di questi giorni, ovvero all’inchiesta della Procura di Potenza, quanto di quello che stiamo dicendo –dal punto di vista politico- può applicarsi alla questione del petrolio?
Questo sbocco è inevitabile quando manca un programma strategico della politica, capace di sfruttare al meglio le risorse. Si finisce fatalmente con l’imboccare una strada che ti coinvolge in atti e in relazioni che ti fanno incappare in situazioni discutibili anche dal punto di vista giudiziario. Non so come finiranno le indagini, non conosco i vari livelli di coinvolgimento dal punto di vista penale, ma il problema vero è che siamo in presenza del fallimento della prospettiva per cui si è iniziato ad estrarre il petrolio. Adesso l’elemento di debolezza è che noi abbiamo assistito ad una classe dirigente -istituzioni, partiti, sindacati e associazioni- ferma su una posizione difensivistica: ognuno ha cercato di scaricare su altri le responsabilità di ciò che sta venendo fuori, senza chiedersi come poter dare una nuova impostazione al processo in atto.
Secondo lei cosa bisognerebbe fare?
Bisognerebbe ripartire col fare un’autocritica rispetto a questa esperienza, individuare i punti deboli e intervenire modificando i criteri di gestione. Ricordo che negli anni ‘70/80, incidevano molto le “Commissioni Ambiente” dei sindacati all’interno dei luoghi di lavoro. Oggi abbiamo memoria di qualcosa di simile? Assolutamente no. Bisogna prendere atto che servono nuovi strumenti di controllo sociale per non ritrovarsi di fronte a un impatto ambientale come quello di cui si sta discutendo in questi giorni.
Il tema del giorno inevitabilmente riguarda anche le eventuali responsabilità politiche del governatore. Durante la recente riunione del PD, è stato detto “Pittella è la vera vittima di tutto ciò”. Cosa pensa?
È un modo per rimanere sulla difensiva. Chi governa si deve assumere le responsabilità governative, e non esistono alibi, anche rispetto al passato, perché il tuo compito è dare proprio un indirizzo di governo visibile, distinguibile e diverso. Tu, cioè, devi realizzare il programma che ti ha fatto vincere. In questo caso Pittella avrebbe dovuto impostare un’autocritica su quello che era stato fatto e annunciare un programma di intervento ex novo. Siamo in presenza di una situazione che rende impossibile lo scarica barile. Chi governa oggi, ieri non era mica su un altro pianeta, ma nella squadra di governo. Il mio è solo un ragionamento di metodo, non faccio polemica. E’ una cosa di corto respiro, secondo me, scaricare le responsabilità. Credo che lui e la politica non si siano fatti carico di una riflessione autocritica, non solo rispetto al petrolio, ma su tutto. Mi spiego: è mancato a Viggiano il controllo sociale? E allora bisogna individuare soggetti e azioni adeguate. Oggi si dice:“Ha sbagliato l’Arpab”, ma il problema vero è che la politica ai suoi enti assegna una funzione assolutamente inadeguata rispetto alle necessità richieste da un impianto complesso di quel tipo. Per questo la politica non si può scaricare dalle responsabilità. Non si può dare la colpa solo al direttore dell’Arpab o al tecnico di turno. Mi sembra un po’ puerile. Adesso qualcuno potrebbe obiettarmi: “Ma lei dov’era?”…
Ma lei dov’era?
Ecco dov’ero: in tempi non sospetti, dal canto mio, avevo avviato una battaglia politica su un’inversione radicale di tendenza proprio su questi temi, ma è evidente che ho perso e mi sono dovuto ritirare. E’ stata una battaglia persa.
Anche questo Referendum è stata una battaglia persa?
La Legge di stabilità aveva definito tutti i punti, tranne questo che poi è stato oggetto di referendum. Era sproporzionato il ricorso al referendum, sia in termini di costo, sia in termini di ricadute concrete sull’esito. L’unica cosa registrata è stato il fatto che esiste un’area della regione, e un’altra del Paese, più sensibile all’ambientalismo che ha dimostrato di rimanere sul terreno andando a votare.
Lei è andato a votare?
No, non ho problemi a dirlo, proprio perché l’ho ritenuto sproporzionato. Avrei visto politicamente più produttivo che le Regioni interessate avessero capitalizzato il risultato ottenuto per la legge di stabilità, piuttosto che focalizzarsi sull’unico punto tenuto fuori.
In Basilicata, comunque, questo referendum è stato un’occasione ghiotta per sbrigare faccende di partito.
Al di là di chi lo promuove, questi appuntamenti referendari hanno sempre avuto un significato e una strumentalizzazione di carattere politico. È da ingenui pensare che dietro un’azione così non ci sia un significato politico, in particolare in questa ricorrenza ci sono stati fini interni alla dialettica del PD.
Alla fine come è andata?
Secondo me alla fine è stato uno scontro fine a se stesso. Nessuno ha vinto, nessuno ha perso. Anzi forse chi ci ha perso sono ancora una volta i cittadini, perché il tutto è costato 300 milioni di euro.
C’è comunque chi dice che i tanti lucani che hanno votato SI, oggi non voterebbero più Pittella.
È un’analisi del tutto sbagliata. Il livello della strumentalità non è stato totale. Molta gente è andata a votare perché effettivamente ha creduto di giocare per la “partita” ambientalistica, indipendentemente da chi governa. Io penso che quelli che hanno votato Pittella una volta, lo rifarebbero, nonostante tutto. Anzi, per lui questo passaggio potrebbe essere un’azione di rilancio. Piuttosto che arenarsi su una posizione difensivistica, potrebbe partire dall’autocritica e rimettere tutti i soggetti sociali intorno a un tavolo, invitandoli a compiere un salto di qualità. Lui passerebbe come quello della svolta, poiché non ha nascosto le responsabilità, ma ha rilanciato.
Tornando alla riunione del PD degli scorsi giorni, la sala era mezza vuota. Che segnale è questo per un partito così litigioso?
Questo PD, per la verità, non è mai nato. È stato l’assemblaggio di un ceto politico che con questa operazione ha assicurato le sue postazioni. Nasce già male. Ricordiamo la definizione di D’Alema che disse “il PD è un amalgama mal riuscito”. Gli scontri interni hanno impedito che diventasse un vero partito.
In Basilicata c’è qualche aggravante?
La complicazione è rappresentata dal livello bassissimo del ceto politico, oserei dire scadente, eccezioni a parte. Ci sono tanti scontri nella nostra regione, che non vertono mai su contenuti politici. È sempre una questione di “lottizzazione”. La particolarità di questa realtà fa emergere la “gravità” rispetto ad altre regioni.
Faccio anche a lei la domanda sui “pensionati” d’oro, negli articoli di giornale appare anche il suo nome. Al di là della cifra, si sente un privilegiato?
Se mi guardo intorno e vedo il mondo e la sofferenza sociale, non ho alcun dubbio a dire che sono un privilegiato. In tempi non sospetti però, ho fatto pubblicamente denuncia dei privilegi ingiustificabili, quando ero ancora parlamentare. I privilegi della casta politica sono però cosa di poco conto rispetto ad altri settori, come quelli dei dirigenti sindacali.
Ma lei è stato anche dirigente sindacale.
Il mio stipendio di allora, oggi la farebbe ridere. Come dicevo, oggi il marcio non è solo in politica, dove alcuni benefit sono stati eliminati: basti pensare a quei manager di banca che le hanno portate al fallimento … non si può pensare che prendano fior fior di soldi di pensione. Ai tempi miei del sindacato, quando si andava in trasferta, il più delle volte si dormiva sulle panche in stazione perché trovare qualche albergo a poco prezzo era difficile. Oggi invece sono famosi i rimborsi spese: questi sono davvero i privilegi discutibili. Scriverò il mio prossimo libro su queste cose.
Il suo nuovo libro “Sono un precario, mi ami lo stesso?”, di cosa parla?
Questo è un libro di narrativa, una storia che racconta il rapporto di amore tra Tommaso, un precario laureato, e una giovane donna che viene dalla Romania, laureata in informatica, venuta in Italia con la prospettiva di costruirsi un futuro diverso da quello che si prospetta nel suo paese. Si parla della loro storia d’amore su cui però pesa la condizione sociale precaria di entrambi. Anziché usare il saggio politico, ho scelto di scrivere un romanzo a sfondo sociale per rendere l’argomento più accessibile.
Il suo libro preferito?
Mistero napoletano, di Ermanno Rea.
La sua canzone preferita?
Generale, di De Gregori.
Il suo film preferito?
Rocco e i suoi fratelli.
Tra cent’anni cosa vorrebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?
È stato un uomo onesto.