pietro quinto

Cinquantaquattro anni, avvocato specializzato in diritto sanitario, Pietro Quinto è il Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria di Matera.

Ha la scriminatura un po’ “ribelle”, i modi poco auto-referenziali e lo sguardo sornione. Con un accento marcatamente “policorese”, ci invita a pranzare nel bar poco più sotto il suo ufficio. Il tempo stringe e poi lui, a pranzo, per abitudine e impegni, mangia solo qualcosa “al volo”.
D: Come giustifica la sua esistenza?
R: Cerco di fare delle cose che devono rimanere dopo di me, sia nel lavoro quotidiano, sia nelle relazioni personali.
D: Quali sono oggi le preoccupazioni di un direttore generale come lei?
R: La prima preoccupazione è quella di dover necessariamente rispettare le norme, poi di rispettare i limiti di spesa, ma anche di non riuscire a dare tutti quei servizi che un dg dovrebbe offrire alla comunità. Il lavoro del direttore generale è complicato, ogni giorno si trova di fronte alla scelta della priorità dei servizi da garantire ai cittadini, sapendo, però, che le priorità che individua lasciano fuori altre urgenze.
D: Quali sono le priorità che lei oggi si trova costretto a dover sacrificare all’ASM ?
R: Al momento, tutta la parte che riguarda la sanità territoriale, la cosiddetta “medicina di prossimità”. Eppure in un tempo di crisi i cittadini hanno proprio la necessità di trovare risposte vicine. Spesso avere dei punti dislocati è un modo anche per decongestionare gli ospedali centrali, riducendo inoltre i costi.
D: E perché l’Asm non riesce, in questo momento, a garantire la “medicina di prossimità” come lei vorrebbe?
R: Gli ospedali assorbono gran parte delle risorse e anche del tempo di un direttore generale. Quotidianamente noi proviamo a occuparci dei problemi “ospedalieri”: rapporti all’interno dell’azienda, modelli organizzativi che continuamente vanno implementati e modificati, situazioni su cui bisogna intervenire: tutte cose che spesso distraggono il dg da quello che io ritengo il vero futuro dell’ospedale. Personalmente, immagino una sanità nella quale bisognerà ricorrere all’ospedale solo per prestazioni urgenti e per l’altissima specializzazione. Tutto il resto bisognerà trattarlo nei presidi distrettuali o a domicilio.
D: Come ci si arriva?
R: Facendo una netta distinzione tra un management dedicato alla gestione dell’ospedale per acuti e un altro che dovrebbe dedicarsi alla sanità sul territorio. Quando sei costretto a occuparti di entrambe le cose, il rischio è di occupartene male.
D: Se la sanità lucana fosse una paziente, che tipo di patologia avrebbe?
R: Riflettendo, direi Ipertrofia. Troppe le strutture che potrebbero funzionare meglio se fossero organizzate in maniera più appropriata e corrispondente a quelli che sono i bisogni. In alcuni casi c’è una ridondanza di strutture che potrebbero essere riviste, a vantaggio di altri modelli che darebbero sicuramente risposte positive ai cittadini.
D: Prima ha parlato di “medicina di prossimità”, uno dei temi più dibattuti è proprio la chiusura eventuale di alcuni presidi locali.
R: Non bisogna chiudere nessuna struttura, bisogna organizzarle meglio, accorpando quelle che svolgono la medesima funzione: in particolare mi riferisco alle strutture per acuti che trattano le patologie più gravi. Dall’altra parte omogeneizzare quelle che hanno bisogno di essere sul territorio, che rispondono a patologie croniche o degenerative.
D: La spending review della Regione: si parla di 61 milioni di euro risparmiati, in gran parte attinenti proprio alla sanità. Se si sono risparmiati tutti questi milioni vuol dire che prima si sprecavano: possiamo fidarci di quelle persone che prima li sprecavano e ora dicono di aver risparmiato?
R: Sono i modelli organizzativi a essere variati: le stesse persone –se sono le stesse- in passato operavano in totale solitudine, nel senso che ogni ente pubblico e ogni struttura sanitaria lavorava come se fosse una “monade” che non comunicava col resto. Mi riferisco alle gare per l’acquisto di beni e servizi: se è solo un’azienda sanitaria a partecipare a una gara per l’acquisto di un presidio sanitario, la richiesta sarà sostanzialmente un volume ridotto in termini di acquisizione. Con il modello della “stazione unica appaltante”, invece, significa che c’è l’aggregazione della domanda e quando si andrà a fare una gara, i volumi saranno significativi e appetibili da parte dei fornitori, che per aggiudicarsi la commessa dovranno necessariamente abbassare il prezzo. Come conseguenza, si avrà la contrazione dei costi e l’omogeneità del prezzo di acquisto da parte di tutto il sistema sanitario.
D: Ha fatto cenno alle “monadi” che prima non comunicavano. Perché oggi invece accade?
R: Tra noi direttori c’è un rapporto straordinario, di grande rispetto e di grande amicizia personale. Non c’è più una competizione, forse prima eravamo convinti che questa potesse determinare il più bravo e il meno bravo. Oggi, probabilmente, abbiamo capito che c’è solo la nostra capacità di rendere il sistema migliore; perché solo se il sistema funziona nella sua totalità, noi siamo in qualche modo appagati e valorizzati dalle nostre professionalità. Non c’è la necessità di lavorare a scapito di un’altra azienda anzi, abbiamo determinato le cosiddette strutture interaziendali in cui ci scambiamo i nostri collaboratori, oltre che le nostre cose.
D: In altre interviste con figure apicali della sanità è emerso il discorso sul paziente che deve abituarsi anche un po’ a viaggiare, a non pretendere che ci sia il servizio sotto casa…
Il sistema sanitario regionale è unico, è giusto che non ci siano duplicazioni, almeno per i servizi più importanti. La duplicazione a volte comporta la polverizzazione delle risorse e in alcuni casi si rischia di avere prestazioni pessime ovunque. Concentrando tecnologie sofisticate e personale qualificato in un polo unico, si raggiungono elevate prestazioni e servizi di eccellenza. È bene che il cittadino sappia che ci sono servizi che non può avere sotto casa, solo perché si prova a garantire un servizio al meglio delle nostre possibilità
D: Ci sono molte aspettative circa la dialisi a Tinchi.
R: Era vetusta. Il presidente Pittella ha attivato un percorso che aveva un unico obiettivo: non privare quella comunità di un servizio che già aveva. Le risorse non ci consentivano di fare un investimento diretto e l’ASM, d’intesa con la Regione, ha messo in campo il “project financing”: senza spendere un centesimo d’investimento, la ditta che si è aggiudicata la gara costruirà la dialisi, gestirà la parte impiantistica dell’erogazione della prestazione –al netto del personale medico e infermieristico, che è dell’Azienda- e noi pagheremo una percentuale sul costo del DRG della prestazione di dialisi. Si attendono gli ultimi permessi, i lavori inizieranno il 18 aprile, e come risultato noi avremo una dialisi di nuovissima generazione senza aver anticipato un euro, ma ammortizzeremo questo costo pagando negli anni la percentuale sulle dialisi effettuate.
D: L’ospedale di Matera: se lei dovesse dire qual è il reparto fiore all’occhiello e quale, invece, quello su cui si deve ancora lavorare?
R: Non me la sento di citarne uno in particolare: il Madonna delle Grazie è un ospedale di eccellenza. La qualità dei professionisti e delle unità operative non vede una graduatoria: sono tutti alla stessa altezza per competenza, professionalità e umanità.
D: In termini di percentuale, l’ospedale a che livello è della sua potenzialità?
R: Penso che potrebbe esprimersi di più se avesse la possibilità di potenziare il personale medico e paramedico; sul versante delle tecnologie abbiamo già avuto delle risposte dalla Regione –Pittella a settembre ci ha assegnato un finanziamento di 5 milioni, e altri due ancora prima- e altre ne avremo anche in relazione al piano strategico Matera 2019. E’ proprio di questi giorni la notizia che il Governatore, sotto mio impulso, mi ha invitato a fare immediata richiesta per ottenere il fondo di 1 milione di euro per l’allargamento e il miglioramento del Pronto Soccorso di Matera. È importante, perché viene preso d’assalto dai tanti turisti e rispetto alle esigenze attuali è diventato inadeguato.
D: In ambito sanità, solo questo è cambiato con Matera 2019?
R: No, abbiamo avuto risorse per ammodernare tutta la parte tecnologica, due nuove TAC, e funziona a pieno regime tutta la parte dell’Emodinamica. Dovremmo potenziare ancora un’altra serie di servizi come il personale medico, ma ad oggi la normativa nazionale non ci consente di migliorarlo come vorremmo. Tuttavia, se immaginiamo una riforma della rete degli ospedali della regione, quello di Matera potrà avvantaggiarsene, perché potrà avvalersi dalla rotazione delle sue stesse professionalità.
D: Lei appare molto calmo e riflessivo, ma c’è qualcosa che la fa arrabbiare?
R: Mi arrabbio quando, da parte degli operatori, ricevo richieste che non si intersecano con la meritocrazia.
D: Raccomandazioni?
R: No, prospettive di carriera personali che non hanno ragione di essere poste. Poi mi fa arrabbiare il fatto che per colpire l’immagine del dg si spara sulla struttura per intero; dico sempre che bisogna sparare sul pianista e mai sul pianoforte, perché il pianista cambia, ma se si rompe il pianoforte, la musica è finita. A volte si parla strumentalmente di “malasanità”, quando invece si tratta di normali disfunzioni, che in una struttura complessa ci possono essere.
D: Lei ha avuto diverse nomine apicali: da quando è direttore dell’ASM si è fatto qualche nemico in più?
R: Sì, certo: ho dovuto ridurre 17 primariati e 120 strutture semplici, dovendomi adeguare agli standard nazionali. Sono cose dure da accettare. Spero almeno che sia chiaro che le nuove attribuzioni sono state fatte seguendo un criterio esclusivamente meritocratico.
D: A Potenza ci sono stati un po’ di episodi, ma a Matera la politica non cerca di entrare anche nell’ospedale?
R: Sinceramente, non ho interferenze con la politica, sono stato e sono libero nelle scelte; ho scelto io i miei due direttori (sanitario e amministrativo): Non ho alcuna pressione.
D. Qual è il libro che parla anche di Pietro Quinto?
R: “Se mi vuoi bene, dimmi di no”, della psicologa Ukmar Giuliana.
D: E una canzone?
R: “Pippicalzelunghe”, la colonna sonora del telefilm.
D: Il film?
R: “Quo Vado?”, l’ultimo di Checco Zalone
D: Fra cent’anni, cosa vorrebbe leggere sulla sua lapide?
R: “Ha sempre detto quello che pensava”.