antonio picerno

Già direttore del laboratorio analisi del San Carlo, 61 anni portati benissimo e sguardo attento dietro le lenti “transition”, dall’aprile dell’anno scorso Antonio Picerno è il direttore sanitario del nosocomio potentino.

D: Come giustifi ca la sua esistenza?

R: Ho avuto un’infanzia abbastanza serena, regolare, in una famiglia normale, non benestante ma neanche povera; con tre fi gli e genitori comprensivi e affettuosi. Abbiamo ricevuto un’educazione piuttosto rigida, considerati i tempi di allora. Ho fatto un percorso di studi regolare, dopo il liceo mi sono iscritto alla Facoltà di Medicina. Ho sempre avuto il desiderio di donare più che di ricevere. Questo è anche il motivo per cui ho intrapreso il mio percorso. Quando mi sono iscritto a Medicina, avevo l’intento anche di fare esperienze fuori dai territori nazionali; per un periodo sono stato anche affascinato da quei medici che lavoravano al’estero, in territori e in situazioni diffi - cili. Verso gli ultimi anni di università, ho avuto la fortuna di incontrare colleghi che appena laureati, avevano provato questa avventura ed erano molto soddisfatti. Poi però non è accaduto.
D: Perché ha deciso di fare il medico, chi l’ha ispirata?
R: Ho avuto sempre le idee chiare, andando contro il desiderio di mio padre che voleva facessi l’ingegnere, lavorando egli in un’amministrazione provinciale. Ai miei tempi per iscriversi bastava andare agli sportelli, prendere i bollettini e pagare. Andai a Napoli, ricordo che partii alle due di notte, arrivai alle sette, aspettai l’apertura della segreteria. Quando tornai a casa la sera, mio padre non fu entusiasta: potevo aiutarlo di più, facendo l’ingegnere.
D: Se la Basilicata fosse un paziente, quale patologia avrebbe?
R: Secondo me è un paziente con una patologia curabile, con l’impegno di tutta l’équipe medica. Il male curabile è aggravato dal momento storico che stiamo vivendo, dalla mancanza di fondi e restrizioni sempre più consistenti. Da questo punto di vista il momento è quasi drammatico.
D: Quali sono i sintomi di questo “male curabile”?
R: In Sanità, con scadenze perentorie, ci è stato chiesto di ridurre le strutture complesse imposte dagli standard nazionali, in base ai posti letto ecc. Se ne è sempre parlato, ma ora è arrivato il momento di farlo e basta. A ciò aggiungiamo il blocco del turn over; al San Carlo, nella popolazione sanitaria, ovvero la dirigenza medica, la media è anziana: c’è gente che ha dato tanto. E’ abbastanza spremuta e ora alle soglie della pensione si trova a lavorare tantissimo; ci sono reparti che lavorano con il 50% del personale, rispetto a qualche anno fa e il “blocco” non ci consente sostituzioni o aggiunte. La situazione è aggravata da altre norme: quella europea, la L.161, per esempio.
D: Quella che impone le famose 11 ore di riposo nelle 24 ore tra un turno e l’altro. La politica si è accorta tardi di questa normativa, però.
R: Si, anche a livello nazionale credo si sia buttato il can per l’aia. Fino a qualche tempo fa mi occupavo di sindacato e conoscevamo le situazioni ed eravamo certi che sarebbero venute a galla. E’ ovvio, però, che un’entrata così “a gamba tesa”, ci ha trovati impreparati. Ora si cerca di porre rimedi, con grosse diffi coltà.

D: Come si coniuga la chiusura dei piccoli presidi sanitari con l’ottimizzazione e la garanzia dei servizi?
R: Credo che se bisogna fare i conti con le restrizioni, la riorganizzazione è necessaria. Da noi, nella fattispecie, non è mai avvenuta; più che altro abbiamo assistito alla riqualifi cazione di ospedali, ma mai a una vera chiusura. Il personale è rimasto dov’era, ci sono stati al limite dei cambiamenti di indirizzo. È opportuno pensare alla razionalizzazione seria.
D: Che signifi ca …?
R: Dove c’è poca utenza, dove le norme nazionali lo impongono (al di sotto di 500 nascite), lì bisogna purtroppo intervenire. Comprendo il malcontento della popolazione, ma …
D: I politici locali, in questi casi, preferiscono non rischiare. Chiudere un ospedale del posto –che sia giusto o meno- signifi ca perdere consenso.
R: Sì, ciò porta la Politica ad andare con i piedi di piombo. Eppure questo potrebbe essere il momento migliore, perché abbiamo la fortuna di avere quattro Direttori Generali che fi nalmente parlano tra di loro e sono persone molto competenti.

D: Perché, prima non si parlavano?
Prima c’era molta concorrenza, e poca collaborazione, e ciò ha fatto molto male alla Sanità lucana.
D: Al di là della Politica e dei suoi stop, non sarà forse che anche il paziente lucano è un po’ pigro? Restio a spostarsi?
R: Sì. Si consideri che in certi casi abbiamo personale sottoutilizzato e in altri personale stressato. Non si può più andare avanti così. Da questo punto di vista si sta lavorando, c’è un tavolo regionale, di cui fanno parte i quattro direttori; ritengo che i provvedimenti debbano essere resi concreti entro l’estate. La Regione ha fatto la deroga alla 161, ma poi bisognerà affrontare il problema.
D: L’Aadi (Associazione Avvocatura di Diritto Infermieristico) interviene sulla riorganizzazione del servizio di Pronto Soccorso dell’Ospedale San Carlo di Potenza per il tramite del segretario provinciale, Lorenzo Pace: “In data 1 marzo 2016, doveva partire il provvedimento urgente delle fast-track sul triage infermieristico, ma nulla di fatto, questo ritardo non ha una spiegazione e quindi ne chiediamo pubblicamente giustifi cazioni”.
R: Stiamo occupandoci della questione come Direzione Strategica, per cercare di organizzare le guardie e quindi per recuperare personale; stiamo istituendo una guardia centralizzata di medicina d’urgenza. Stiamo facendo le selezioni e dirò che non è facile selezionare medici lucani di pronto soccorso, perché mancano i laureati specializzati: quando assumiamo quelli di fuori, alla prima occasione se ne vanno. Con la guardia centralizzata, stiamo cercando di togliere quelle interdivisionali (che prevedono si intervenga in più divisioni). Visto che le chiamate riguardano perlopiù problemi di tipo internistico, il medico di medicina d’urgenza viene chiamato e se c’è bisogno dello specialista viene chiamato il collega reperibile. Il medico del reparto non è impegnato nella guardia, il giorno dopo può essere presente, resta a disposizione dell’équipe e ciò implica sale operatorie più effi cienti. Il “fast track” è un modo per abbreviare la tempistica, serve per eliminare lungaggini, accorciare la fi liera. Si manda il paziente dal consulente, lo specialista compie la pratica e dimette direttamente il paziente. Massimo per il primo di aprile, si provvederà a rendere tutto effettivo. Abbiamo avuto alcuni problemi informatici, pertanto abbiamo chiamato gli specialisti della divisione e li abbiamo messi in condizione di agire.
D: Infezioni ospedaliere. I consiglieri regionali Napoli e Castelluccio hanno presentato un documento durante una conferenza stampa: “Il dato della Basilicata è fortemente preoccupante, se non ci saranno risposte da parte del governo regionale, chiederemo l’istituzione di una Commissione d’inchiesta”.
R: Premesso che le infezioni sono sempre esistite ed esisteranno sempre, poiché nessuno sarà mai in grado di debellare il fenomeno, noi non abbiamo avuto criticità particolari o “preoccupanti”. C’è molta confusione in merito. Al San Carlo esiste un comitato apposito ed è presieduto dal sottoscritto. Siamo assolutamente nella media nazionale: 6.5 %. Stiamo facendo una campagna pressante su alcuni accorgimenti, che spesso si trascurano, ma, come dicevo, rientriamo nella media. Anche sulla questione delle sale operatorie abbiamo indagato, non ci sono anomalie: non esiste che lo stesso straccio usato in corridoio poi venga usato in sala operatoria! Mai in questa vita. I consulenti, chirurghi eccetera, quando entrano nelle nostre sale operatorie si complimentano, restano impressionati dalla pulizia. Come direttore sanitario, sono più che soddisfatto dell’igiene.
D: La storia della signora Giuliana, che sarebbe incappata in una serie di ritardi e/o di errori per poi essere trasferita altrove, è balzata agli onori della cronaca. Il figlio, lo scrittore Luca Lancieri, in una lettera a Pittella consigliava ai lucani tutti di non recarsi al San Carlo per curarsi.

R: Quando ci si trova interessati da casi di parenti e familiari stretti, è ovvio che tutti vorremmo che ne uscissero. Manifesto tutta la solidarietà, ma ho visto una enfasi esagerata. Dire “non ricoveratevi” è allarmismo. Posso dire che è stata avviata un’indagine interna. Attendiamo risposte da parte di tutti i medici che hanno avuto i contatti con la persona interessata, faremo il sunto e la relazione che manderemo all’assessore alla Sanità che ha chiesto lumi sulla questione.
D: In quella lettera si parlava anche di “maleducazione”. Che mi dice a proposito dell’umanizzazione delle cure?
R: Stiamo lavorando molto in questo senso. Mi rendo conto che si può migliorare. Noi non dobbiamo educare, poiché certi istinti nascono da indole e sensibilità personali, ma ci stiamo lavorando molto. Mi riferisco al personale tutto. Non esistono giustifi cazioni per risposte sgarbate e una di queste non può essere certamente lo stress: qualora lo stress ci fosse, andrebbe denunciato in direzione, e non scaricato sul paziente. Il paziente è l’anello debole della catena, va protetto e compreso. Va tenuto conto che dipende da noi. In quel momento mette la sua vita nelle nostre mani e aspetta e merita tatto e considerazione. L’Hospice per esempio è la nostra punta di diamante, tutto ciò che viene fatto, è fatto con il cuore. Una struttura davvero esemplare.
D: Com’è la situazione, oggi, nella Cardiochirurgia?
R: Sta riprendendo l’attività normale. In previsione, v’è il concorso per la nomina del Direttore. Entro l’anno verrà espletato.
D: …sperando che la Politica non ci metta le manine.
R: Siamo i responsabili dell’andamento dei prossimi anni, la scelta di chi guida la struttura dovrà essere al di sopra di tutte le parti. Le condizioni ci sono perchè il San Carlo è una splendida struttura.
D: La volta in cui lei è stato paziente?

R: Con tutti i dovuti scongiuri, non sono mai stato ricoverato! (ride)
D: Il Film della sua vita?
R; “Risvegli” con De Niro, l’ho
visto più volte.
D: Il Libro?
R: Mah, l’ultimo che ho letto è del mio amico Gaetano Cappelli, “Scambi, equivoci eppiù torbidi inganni”.
D: La canzone?
R: Amo molto i Pink Floyd, quindi direi “Another Brick in the Wall”. Ricordo che da giovane sentivo tanto parlare dei Black Sabbath, acquistai un disco, ma era terribile. Lo ascoltavo più volte al giorno per capire perché non mi piaceva. Sa, ai miei tempi, se ti piacevano i Pooh … eri fottuto! (risate) Con i New Trolls già si era al limite. (risata collettiva) D: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
R: Nulla in particolare, data di nascita e morte. Sperando che la forbice sia più larga possibile