morena rapolla

Un tempo all’anagrafe si chiamava “Piero”, ma anni dopo è stata la prima “neo donna” (per usare una sua definizione) a esercitare la professione di avvocato a Potenza.

E attualmente è anche l’unica. E’ componente del Corecom (Comitato regionale per le comunicazioni), ed è un esponente molto in vista dell’attivismo per i diritti delle persone Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender). Morena Rapolla, alta, simpatia contagiosa ed eloquio brillante, sa bene di essere un simbolo e un esempio, non solo per la comunità omosessuale, ma per tutti coloro che vogliono farcela in un mondo che sembra di parere contrario.
D: Come giustifica la sua esistenza?
R: L’esistenza non si giustifica, ognuno di noi è l’estrema sintesi di un gesto d’amore. Io vengo da una famiglia molto umile; mio padre e mia madre mi hanno insegnato dei valori molto solidi, ma senza mai sfociare nel bigottismo e nell’ammaestramento culturale. Vorrei lasciare un messaggio forte agli altri. Gandhi in India da solo scacciò gli Inglesi. Io vorrei fare qualcosa di questa levatura, dare un esempio di grande forza di volontà. Le rivoluzioni si fanno con intelligenza.
D: E lei chi vorrebbe “scacciare” dalla Basilicata?
R: Scacciare? No, nessuno. Non sono per l’ostracismo, perché so cosa vuol dire, avendo provato sulla mia pelle cosa significa essere emarginati, essere relegati in un ghetto. No, per una volta mi piacerebbe trovare la chiave giusta per entrare nella matrice culturale e ideologica delle persone: cercare di arrivare alla loro testa, passando prima per il loro cuore. L’opera di “persuasione” deve sempre camminare su due binari.
D: Da quanto tempo è a tutti gli effetti una donna?
R: Ho potuto riabbracciare me stessa nel 2008. Sono volata in Thailandia, a Bangkok, e ho fatto l’intervento. Era il 23 settembre, il giorno di san Pio da Petralcina e non credo sia un caso perché io sono molto credente. Se non avessi avuto la Fede, adesso non sarei qui a parlare con lei. Per me l’intervento è stato un salto nella luce. Sono uscita dal buio in cui mi trovavo.
D: Prima dell’operazione era un transessuale?
R: Sì e ritengo che il mio vissuto sia una ricchezza. Non ho mai rinnegato chi ero: prima ancora, fino ai 26/27 anni, ero stato un bel ragazzo, anche molto corteggiato dalle donne, anche se non ho mai provato l’amore etero. Ero solo Piero, Piero che credeva di essere un gay e basta, ma poi, per gioco, ho indossato degli indumenti femminili e ho scoperto che mi si sono cuciti sull’anima. E’ stato un periodo molto difficile, perché ho dovuto fare delle scelte non sempre felici. Mio padre non la prese bene e devo dire che in certe occasioni non alzò solo la voce. Ma alcune scelte “forti”, io non le ho mai fatte.
D: Si riferisce alla vita di strada?
R: Sì, ma non mi ergo a giudice, non giudico le amiche che si sono viste costrette a farlo, perché la società a volte ti ci costringe, ma io sono un’attivista dei diritti Lgbt e lo dico sempre ai giovani transessuali: “La strada non è l’unica strada”.
D: C’è qualcosa del suo passato da uomo che le torna utile ancora oggi, specie nel rapporto con le altre donne?
R: Non mi piace mettermi dietro la cattedra, ma a volte cerco di insegnare quel sano cameratismo maschile, ovvero quella capacità di fare coesione che molto spesso manca fra le donne.
D: Potenza, la Basilicata: che tipo di contesti sono per una persona che non si riconosce negli attributi sessuali del proprio corpo?
R: Le difficoltà sono diverse, ma la più grande difficoltà ero io stessa, cioè quella persona che si alzava la mattina, si guardava nello specchio e non si riconosceva. Ma attenzione: il cambiamento di sesso non è il viatico per la felicità, né per trovare lavoro. E’ solo il modo per trovare un po’ di serenità.
D: Quindi non si sente diversa da chi è rimasto transessuale?
R: Assolutamente no. Io mi definisco orgogliosamente una “Neo Donna”, il che significa che Piero è ancora una parte di me, quel Piero che ha studiato, sudato e costruito tanto, perché a casa non avevamo tutti i soldi necessari per l’università. Pensi che mia madre fino a sera tardi faceva la pasta di casa e la vendeva a un negozio, per potermi garantire l’abbonamento dell’autobus utile a recarmi a Salerno e dare gli esami. A mia madre devo tutto e anche all’amore smisurato di mio fratello. Come dicevo prima, però, ho sofferto tantissimo, e voglio che nessun ragazzo transessuale lucano affronti quei viaggi di sofferenza che ho affrontato io, al termine dei quali rischi di credere che ci sia soltanto la morte.
D: Vuol dire che ha pensato al suicidio?
R: Sì, mi è successo.
D: Insisto: Potenza come si è comportata con lei?
R: A parte i pianti dell’adolescenza dovuti ai soliti, crudeli sfottò, devo dire che la nostra è stata una città abbastanza accogliente. I pianti si sono trasformati in rabbia costruttiva, che non si è mai trasformata in odio. E’ stata la rabbia di chi dice “Ora devo costruirmi la vita che ho sempre sognato, costi quel che costi”. Il prezzo da pagare è stato molto alto: quel ragazzo che studiava per l’Università e che non capiva se stesso è rimasto chiuso nella sua stanza anche per mesi. Lo studio per me è stato sempre un rifugio, un rifugio che ha animato i miei sogni.
D: Se c’è un insegnamento che si può trarre dalla sua storia, quale potrebbe essere?
R: C’era un membro della mia famiglia che non credeva che “proprio io” un giorno sarei diventata avvocato, e a Potenza, per giunta. L’insegnamento più grande me l’ha dato l’avvocato Maria Giorgio, che mi diede la possibilità di fare il praticantato: io sono stata la prima ragazza transessuale a entrare in un tribunale a Potenza, prima da dottore in legge e poi da avvocato. L’avvocato Giorgio mi preannunciò che sarebbe stato difficile, ma che sarei potuta diventare un esempio.
D: E adesso il suo percorso professionale prosegue con un’altra donna, l’avvocato Ivana Pipponzi.
R: Sì, la mia migliore amica, anzi, una sorella. Ringrazio il Signore di averla messa sulla mia strada.
D: Comunque dalle sue parole, una volta tanto, non emerge il solito ritratto della Potenza “bigotta” e “oscurantista”.
R: Potenza deve sicuramente crescere, ma il problema non è il bigottismo, quanto piuttosto l’ipocrisia, che è un problema di carattere nazionale. A me dà molto fastidio, ad esempio, quando mi si avvicina qualcuno e si prende delle confidenze o tenta un approccio “per le vie brevi”, perché secondo lui il mio vissuto particolare lo consente. In quei caso sono io a diventare la screanzata. Forse l’unico “step” che manca a Potenza è vedere una ragazza transessuale che cammina mano nella mano col suo compagno.
D: Quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere il suo, di compagno?
R: Dovrebbe avere la stessa dose di coraggio che ho avuto io ed essere più forte di sorrisini, pregiudizi e maldicenze. Il coraggio d’amare, insomma. Sono stata a un passo dal matrimonio e nell’amore ci credo ancora.
D: La sua posizione sulla “Teoria del Gender”.
R: E’ una truffa ideologica: non esiste questa “Teoria”, esistono gli “studi di genere”, che sono un’altra cosa. Si vuol far passare questo concetto della “fluidità di genere”, secondo il quale ciascuno di noi, ogni giorno, può svegliarsi donna, uomo o viceversa. Non c’è sciocchezza più grande. Coloro che parlano di “Teoria del Gender” sono quei cattolici estremisti che hanno sostanzialmente paura di due persone che si amano. Temono, inoltre, che le persone lgbt, un giorno, possano arrivare alle piena uguaglianza civile.
D: La legge sulle unioni civili: una vittoria parziale, una vittoria di Pirro o una sconfitta vera e propria?
R: Su questo vado un po’ controcorrente, rispetto alla comunità lgbt. Io credo che, dopo 30 anni di nulla di fatto, sia un significativo passo in avanti, che ha garantito una dignitosa esistenza giuridica agli occhi dello Stato, attraverso tutta una serie di diritti che prima erano inesistenti. E’ vero che l’articolo sulla “stepchild adoption” è stato stralciato, ma sono fiduciosa lo stesso, perché il Pd ha già presentato una proposta per modificare la legge sulle adozioni, introducendo questo istituto.
D: Perché due persone dello stesso sesso possano essere genitori altrettanto “naturali” rispetto a quelli “tradizionali”?
R: Per verificare che due persone possano essere dei genitori validi, non occorre rovistargli nelle mutande. L’unico posto dove andare a rovistare è il cuore. Non credo che sia una cosa sbagliata dare amore, tutele –anche economiche- e sicurezza a un bambino, che altrimenti non potrebbe averli. E perché negare a due persone la possibilità di dare amore? Chi sostiene che il figlio di due persone dello stesso sesso diventerà anche lui un omosessuale, è il sottoprodotto di una cultura becera, che per fortuna sta scomparendo. La società –nonostante alcuni settori “refrattari”- sta facendo dei passi in avanti.
D: Un grande passo in avanti, per lei, è stata la nomina come componete nel Corecom.
R: Sì, stiamo cercando con passione di costruire una comunicazione più consona per i lucani.
D: I mass media locali come affrontano le tematiche di cui stiamo discutendo?
R: Non sempre c’è una informazione sapiente e consapevole, anche se è vero che almeno se ne parla, rispetto a qualche anno fa. Come dicevo, però, si è ancora troppo infarciti di ideologie preconcette. Da componente del Corecom, ritengo che vada recuperata la valenza educativa dell’informazione, nel senso di fornire alla gente i sani strumenti di riflessione.
D: Lei ha anche avuto una breve esperienza politica. Si è sentita strumentalizzata o crede che questo possa avvenire in futuro?
R: Due anni fa mi candidai nella lista Socialisti e Democratici su proposta di Mario Polese: è stata una bella sfida, una scelta mia, molto consapevole. Altre forze politiche, all’epoca, mi “corteggiarono”, ma col senno di poi ho capito che avevano tutt’altre idee in testa e che il loro, quello sì, era stato un tentativo di usarmi come serbatoio di voti. Mario Polese, invece, ha presentato la mozione “Ready” e ha fatto tante altre cose con convinzione.
D: Si ricandiderà in futuro?
R: La macchina delle comunali è stata un po’ infernale, quindi non credo. Però non lo escludo.
D: Il film della sua vita?
R: “Il Colore Viola” di Spielberg.
D: La canzone?
R: “With or without you” degli U2.
D: Il libro?
R: “La Strega di Portobello” di Paolo Coelho.
D: Perché, lei è una strega?
R: No, o forse sì. Anzi, è meglio che qualcuno lo creda. Incutere un po’ di timore fa sempre bene.
D: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
R: “Ha imparato ad amarsi, nonostante tutto e tutti”.