DE BIASI

E’ uno dei volti più in vista dell’ambientalismo regionale (anche perchè, data la stazza imponente, alle manifestazioni è impossibile non vederlo). Marco De Biasi, barbuto chimico in servizio all’Unibas, per dodici anni è stato il presidente regionale di Legambiente. Lasciata quella carica, da qualche giorno è diventato componente della segreteria nazionale.


D: Come giustifica la sua esistenza?
R: Mi sono sempre riconosciuto nell’impegno sociale e ho sempre creduto nella forza dei gruppi organizzati.
D: Si riferisce anche alla politica?
R: No, anche se da giovane l’ho un po’ frequentata. A diciotto anni fui anche candidato al consiglio comunale, quando la sinistra, quella tradizionale, era sinistra. Io però ho ritrovato me stesso nella dimensione associativa, nella quale si riesce a far politica in maniera più genuina, e anche trasparente.
D: Esistono “i professionisti” dell’associazionismo?
R: Dipende da cosa s’intende per “professionismo”. Non tutto l’associazionismo, specie a certi livelli, può essere volontariato puro. Chi lavora a tempo pieno ha bisogno di un reddito.
D: Lei percepisce un reddito da Legambiente?
R: No, e neanche l’attuale presidente. Da 28 anni lavoro all’Università: un posto quindi ce l’avevo, eppure mi sono messo in part-time per dedicarmi a Legambiente. Di conseguenza mi viene versata la metà dei contributi. Ma ne è valsa la pena.
D: Quando è entrato in associazione?
R: Una ventina d’anni fa. Era l’epoca in cui il nostro Enrico Fontana scrisse un libro sulle Ecomafie, anzi, fu lui a coniare quel termine. Lo acquistai, e vi trovai un coupon per iscriversi a Legambiente. Da lì è nato tutto. Proprio adesso, tra l’altro, gli “eco-reati” hanno finalmente trovato sponda legislativa.
D: Di cosa, invece, avrebbe immediatamente bisogno la Basilicata?
R: U-uuh!!! Tanto per cominciare, vedere in costa consiste realmente questo Piano Rifiuti. E’ costato 800mila Euro, mentre Abruzzo e Marche lo hanno fatto con 40-50 mila. Ora vediamo cosa c’è scritto, anche se non era necessario un Piano per capire che la Basilicata ha bisogno di 3 o 4 impianti di compostaggio divisi sul territorio. Soprattutto, bisognerebbe smettere di prendere quelli che sono temi buoni, e trasformarli in cose strane.
D: Mi faccia un esempio pratico.
R: I succitati impianti di compostaggio: ce n’è bisogno, ma se i target di ciascuno è di un milione e mezzo di abitanti, allora non ci siamo proprio. Un impianto del genere deve servire un territorio di 60, 70 km2, non puoi pensare che risolva i problemi di tutto il Mezzogiorno. Ripeto: il tema è giusto, ma poi c’è qualcuno che prova a fare il furbo.
D: Sempre in tema di cose fatte, il Parco Regionale del Vulture ha suscitato “tiepidi” entusiasmi.
R: Sì, e infatti rischia di essere il primo parco in Basilicata che incontra l’opposizione delle associazioni ambientaliste.
D: Sarebbe una notizia.
R: E’ un progetto che abbiamo chiesto e sollecitato. Però la perimetrazione che è uscita fuori dalle ultime conferenze di servizio, se è quella, è … tremenda. Non ha senso dal punto di vista ecologico: sono quattro porzioni di territorio completamente sconnesse fra di loro.
D: Insomma, mi pare di capire che lei sostenga che certe cose si fanno più per far vedere che si fanno, che per le cose stesse.
R: Io dico sempre che i “sì” non bastano. Se uno dice “sì”, poi le cose si devono fare bene. A volte, invece, si avanzano cose improponibili. Penso all’opificio di Senise, ad esempio. Il problema rifiuti non si risolve trovando un modo il più economico possibile per farli sparire, nasconderli o bruciarli, bensì con la raccolta differenziata spinta che a sua volta vuol dire recupero dei materiali.
D: Una domanda ricorrente in queste interviste: cosa succede, la politica non vuole o non sa capire?
R: La risposta non è univoca. A volte –non nascondiamoci dietro un dito- ci sono forti interessi economici in gioco: in Basilicata spendiamo 25/30 milioni di euro l’anno per portare i rifiuti in discarica, di conseguenza chi si vede togliere l’immondizia dalla discarica non è proprio contento. Il secondo motivo, è che esistono consulenti e professionisti che entrano ed escono dagli uffici dei sindaci con queste valigette e propongono soluzioni ingegneristiche miracolose e sollecitano scelte di questo tipo, trovandosi di fronte amministratori che non sono propriamente preparati e che ne rimangono affascinati. E va a finire che proprio quei comuni la raccolta differenziata non la fanno.
D: Lei ha parlato di consulenti e professionisti che girano per le amministrazioni eccetera. Verrebbe da dire: ma allora i famosi assessori “tecnici”, come Berlinguer –che ha la delega proprio all’ambiente- che ci stanno a fare?
R: Lui direbbe che dopo tanti anni finalmente ti ha portato quel Piano Rifiuti. Ma noi vogliamo ancora vederci chiaro, anche sul parco del Vulture, vorremmo sapere come si risolve la questione degli impianti energetici diffusi sul territorio. Se l’eolico viene fatto male, è ovvio che la gente non lo vuole, mentre ne abbiamo un estremo bisogno, per affrancarci dal petrolio, ad esempio. Come diceva anni fa il ministro saudita dell’energia alle riunioni dell’Opec, l’età della pietra non è finita per mancanza di pietre. Allo stesso modo, l’età del petrolio deve finire, ma non per mancanza di petrolio.
D: E come e perché deve finire, secondo voi?
R: Oggi in Italia il petrolio dà un contributo quasi nullo alla produzione di energia elettrica ...
D: …ma l’estrazione del petrolio, qui da noi, non potrebbe convivere con le altre attività, in presenza di contromisure e contropartite adeguate?
R: No, lo dimostrano vent’anni di attività. Vent’anni fa anche la sinistra storica lucana era convinta che il petrolio avrebbe dato la svolta “industrialista” alla nostra regione e noi ambientalisti che dicevamo “no” eravamo visti un po’ come dei bravi ragazzi che però non capivano una cippa. No, la strada può e deve essere un’altra ed è scritto in tutte le programmazioni, anche regionali, anche se non viene mai attuato. Certo, c’è l’automotive e quelli non li puoi cacciare, anche perché distribuiscono molto lavoro, al contrario del petrolio...
D: … e infatti è emerso che nell’indotto della Val D’Agri, il lavoro “specializzato” lucano è praticamente inesistente.
R: Sì, ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare; l’Eni, già nei documenti di vent’anni fa, su questo era stata molto onesta: “Non c’è lavoro”. E’ stata la politica, locale e non, a farci credere che potevamo essere il Texas d’Italia. In nessun posto al mondo il petrolio ha reso ricchi i cittadini. Ha portato con sé manodopera sottopagata e –laddove non c’è manco la democrazia- anche sfruttamento, guerre e problemi sociali.
D: E allora, qui da noi, con cosa andrebbe sostituito?
R: Nonostante ogni giorno proviamo a rompere qualche pezzo, il nostro è un territorio che ha grandi risorse in termini di bellezza paesaggistica e naturalistica. Abbiamo un potenziale di agricoltura di qualità spettacolare: in Val D’Agri, prima del petrolio, furono spesi fondi ingenti. Lo stesso, però, rimaniamo l’unica regione che non ha una centrale del latte, che non tutela i suoi allevatori, che svende agli speculatori esterni il suo latte di qualità. Dobbiamo puntare su queste cose e su un turismo inteso come accoglienza diffusa, che non è quella degli anonimi villaggi turistici. Però, non bisogna improvvisare. E poi c’è tutta la partita che si potrebbe giocare sul campo dell’artigianato di qualità. Infine, c’è il filone –enorme- della “rigenerazione urbana” e della manutenzione del territorio. Salverebbe il comparto e si metterebbe mano al patrimonio edilizio già esistente. Noi stessi stiamo facendo un esperimento del genere a Potenza, allo scalo merci della Stazione Superiore, che potrebbe diventare il fabbricato a più alto efficientamento energetico della Basilicata. Pensi, non c’è neanche l’allaccio del gas.
D: Bubbico-De Filippo-Pittella: il grafico della qualità nella gestione politica del petrolio è crescente o decrescente?
R: Recentemente, in tema di “Sblocca Italia”, a Pittella glielo dicemmo che stava facendo un suicidio politico. I fatti ci hanno dato ragione e poi c’è stata quella specie di inversione a “U”. Mah, in generale, in questa regione la politica sul petrolio ci si è sempre seduta, peccato che tutto ciò, come dimostrato anche in un recente libro di Davide Bubbico, non ha portato lo sviluppo sperato, ma danni enormi. Le risorse in Basilicata non hanno sostenuto le riforme –vedi la Sanità- che costano, bensì il sistema, così com’era. E adesso i soldi del petrolio stanno finendo. A Milano milioni di cittadini non usano più l’auto, ma le biciclette: una cosa del genere, detta a Potenza, farebbe gridare alla pazzia, perché viene vista come un ritorno alla povertà, quando non è affatto così. E’ invece la cifra di una nuova modernità, anche molto più civile. Certo, qualcuno potrebbe risponderci che i soldi del petrolio hanno ammortizzato anche la Crisi...
D: …infatti.
R: Può essere di sì e può essere di no, ma noi lo stesso ci domandiamo cosa sarebbe stato se in Basilicata si fosse puntato su altro. Forse adesso saremmo in condizioni migliori. Ma limitiamoci a quello che abbiamo davanti: sappiamo per certo che il petrolio, dal punto di vista socio-economico, non ha funzionato. I dati demografici, in questo senso, sono sintomatici.
D: Recentemente mi è successa una cosa che mi ha messo un po’ i brividi. Sto lavorando a un certo progetto e nel riversare in digitale la registrazione di un vecchio concerto di Antonio Infantino, tenutosi nel 1979, probabilmente nei pressi di Nova Siri, a un certo punto si sentiva il musicista che avvisava il pubblico dell’imminente arrivo delle “bare” a Rotondella. Si riferiva alle “barre” di uranio della Trisaia…mi ha fatto un certo effetto. Lo “spettro” del nucleare ci tormenta ancora oggi.
R: … sì, forse è stata registrata quando c’erano i campeggi anti-nucleare. Che dire, i rifiuti nucleari ci sono e vanno messi in sicurezza, ma è una follia pensare di fare un deposito unico di scorie. I Tedeschi, con un deposito di profondità, non hanno mica risolto il problema.
D: In Basilicata il pericolo però non sembra scongiurato.
R: In Italia nulla è scongiurato, perché mancano le strategie. Puoi aspettarti di tutto. Quel che sappiamo è che a Rotondella stanno costruendo un deposito per mettere in sicurezza i rifiuti che sono lì, e questa è una cosa buona. Sul tema più generale, ritengo che i rifiuti, vadano stoccati lì dove vengono prodotti.
D: Mi dice un difetto dell’ambientalismo in Basilicata?
R: Che non basta dire o scrivere qualcosa su Facebook – a volte anche con una certa ignoranza- per poi essere definiti “ambientalisti”. Anche Umberto Eco, in una delle sue ultime uscite, si è espresso su quelli che scrivono cretinate sui social network. E a volte, poi, la “spinta” ambientalistica nasce da questioni troppo “localistiche”, che rimangono tali, senza andare al di là degli interessi contingenti. Senza contare quelli che prendono di mira questo o quell’amministratore locale.
D: Le è dispiaciuto lasciare il ruolo di presidente regionale di Legambiente?
R: No, perché dopo dodici anni, come in tutte le cose, bisognava cambiare l’acqua. (Ride) E poi mica sono andato via da Legambiente. Sarei rimasto anche a pulire i bagni. E oggi chi mi ha sostituito è assolutamente all’altezza.
D: Il film che la rappresenta?
R: “Mission”, di Costa Gravas.
D: La canzone?
R: Pino Daniele, “Putesse essere allero”.
D: Il libro?
R: “Confesso che ho vissuto”, l’autobiografia di Pablo Neruda.
D: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
R: Beh, veramente, io vorrei essere cremato e portato via in un vasetto.