grafico basilicata

Diventa sempre complesso isolare le grandi variabili socio-economiche che caratterizzano un territorio: le varie componenti interagiscono tra loro in rapporti causa-effetto difficilmente scomponibili.

A tale complessità, si aggiungono le statistiche che solo in parte documentano la realtà; non a caso si dice che ci sono le bugie, le menzogne e le statistiche che sono la terza forma di menzogna (Jacques Chirac). La quarta, come è noto, riguarda la politica che quotidianamente, qui come altrove, ci subissa di millanterie che molti creduloni ritengono vere.
Ciò detto, per poterci capire qualcosa dobbiamo riferirci a tendenze di lungo periodo che raccordino l’insieme dei fenomeni da considerare. Per la Basilicata tutti gli indici economici e sociali, come dire, strutturali documentano una situazione di grave declino: la regione è tra le più povere in Europa, ha un altissimo tasso di disoccupazione, registra un invecchiamento della popolazione, come vedremo di seguito, tra i più negativi in Italia, ha una economia da lungo tempo in decrescita, una sfiducia nelle istituzioni che negli ultimi anni ha raggiunto livelli mai riscontrati in passato e si potrebbe continuare. Ora, le statistiche si possono discutere, ma c’è un settore che presenta dati molto aderenti alla realtà ed è quello che concerne la demografia.
La demografia indica in modo quasi meccanico lo stato di una nazione, di un territorio, il suo andamento di lungo periodo ne traccia senza equivoci il possibile futuro. Il grafico che si riporta di seguito non lascia dubbi interpretativi del fenomeno: la Basilicata per restare agli ultimi 10 anni è in costante decrescita demografica, a fronte di una sostanziale tenuta e di qualche lieve miglioramento registrato nel Mezzogiorno e di un incremento di popolazione riferito all’intero Paese, con maggiore intensità per il Centro-Nord, se si esclude il periodo 2010-2012 che attiene comunque ai tre comparti territoriali considerati. Cresce dunque il suo divario anche demografico col resto del Paese.
La popolazione regionale sta scivolando su un piano inclinato con il concorso combinato di un saldo naturale molto sfavorevole che vede il tasso di natalità inferiore a quello della mortalità e di quello migratorio dello stesso segno, con lucani in massima parte giovani con percorsi scolastici elevati che abbandonano la regione in parte sostituiti da anziani che ritornano in Basilicata dopo avere speso una vita lavorativa altrove.
Qualche dato: una perdita secca di oltre 10 mila abitanti dal 2000 ad oggi, con un saldo naturale negativo annuale intorno alle 1.000 unità ed un saldo migratorio negli ultimi 15 anni di – 23,4 mila abitanti, frutto di una contrazione di circa 43 mila abitanti, a fronte dei circa 20 mila nuovi iscritti nelle liste anagrafiche. Vivono in Basilicata 160 anziani, a fronte di 100 giovani dando luogo ad un invecchiamento della popolazione tra i più nefasti in Italia.
Lo spopolamento è particolarmente intenso nelle zone interne, “l’osso” della regione. Nei comuni più isolati la nascita di un bambino è un vero e proprio evento, con tutto ciò che ne consegue in termini di composizione di asili nido, scuole e così via.
La stessa forte emigrazione universitaria peraltro non lascia prevedere niente di buono, avanti ad una domanda di lavoro nelle aree più avanzate del Paese che verosimilmente riprenderà e che tratterrà non pochi dei nostri attuali universitari.
L’entità della perdita di popolazione si può paragonare alla scomparsa ogni anno di un piccolo comune della regione che significa meno consumi e più in generale meno domanda interna.
Siamo avanti ad una grande emergenza sociale che purtroppo la classe dirigente regionale tende a ignorare. Non basta mettere nello statuto della regione del 1971 (art.8) la cessazione del fenomeno migratorio e addirittura il rientro degli emigrati. Stando ai fatti, queste finalità si sono rivelate solo chiacchiere. Da allora il quadro demografico é diventato ancora più drammatico, a causa del crollo delle nascite. Ogni anno “regaliamo”al centro Nord capitale umano stimato in circa 300 milioni di euro, al netto della spese sostenute dalle famiglie per la sua crescita e per il suo sostegno almeno nella prima fase di insediamento nei luoghi di lavoro.
Se a questo aggiungiamo il petrolio estratto in Basilicata e il ruolo di mercato di consumo che la regione assicura alle produzioni del nord, abbiamo un quadro abbastanza delineato dell’apporto che si dà allo sviluppo del Paese. In cambio abbiamo una cattiva demografia conseguenza di una cattiva politica nazionale e regionale a dir poco sciagurata. Occorre reagire e con immediatezza. Il fattore tempo non è una variabile indipendente.
Non siamo certo in una condizione di sovrappopolazione, anzi abbiamo una densità do popolazione tra le più basse d’Italia e quindi non siamo in grado di sopportare un ulteriore esodo, non compensato, come negli anni ’50, da un alto tasso di natalità che ne garantiva, sia pure in parte, il ricambio. Un dato è certo: così non si può andare avanti, stiamo avvicinandoci rapidamente ad un punto di non ritorno. C’è dunque una grande questione demografica da risolvere, c’è un grande allarme sociale da lanciare. Al solito, il quesito è: c’è una forza responsabile e capace di farla propria, facendo leva sulle molteplici opportunità di crescita che abbiamo e che la classe dirigente non sa vedere, accecata dal demone del consenso immediato?
Purtroppo segni di cambiamento non se ne vedono all’orizzonte. Si intravvede solo molta aria fritta, come direbbe Salvemini. E con tale materia, come è noto, non si va avanti da nessuna parte. Al massimo si può inciampare e cadere, come ci accade tante volte.