foto pagina 6

La legge finanziaria che ogni anno la regione Basilicata approva e che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere finalizzata alla stabilità e allo sviluppo, varata nei giorni scorsi, replica ciò che la politica regionale ha sempre fatto da almeno venti anni a questa parte: confermare e consolidare in negativo un sistema istituzionale, sociale ed economico di grave arretratezza, marcatamente assistenziale e clientelare.

La manovra finanziaria di circa 3 miliardi di euro, pari grosso modo al 30% del Pil (prodotto interno lordo) lucano ha scarso o nullo impatto sul sistema economico regionale come appunto si registra da lungo tempo. Una spesa pubblica che tutela lo status quo ante e che contribuisce in maniera consistente a mantenere l’economia regionale in bilico tra recessione e stagnazione non può che avere risultati del genere.
Le risorse mobilitate dalla Regione Basilicata non fanno altro che drogare e distorcere l’economia e il mercato del lavoro regionale, creando aspettative imprenditoriali e lavorative precarie, che sono l’anticamera del lavoro sommerso o erogando sussidi ad un’ampia fascia di ultimi che restano ultimi.
In fondo è ciò che il sistema di potere vuole. L’ente regione in materia dovrebbe imparare da organismi come la Caritas che pone al centro della lotta alla povertà la famiglia del povero e non il singolo meno abbiente, con un approccio metodologico innovativo che cerca di penetrare nella complessità dei problemi che attengono al lavoro e alla istruzione dei figli: il divario tra famiglie povere e quelle benestanti parte dai primi anni di vita dei figli e si consolida con la mancanza di lavoro.
Il grande assente in una fase di grande emergenza lavorative è un piano del lavoro straordinario. Se non ora quando? Di contro nella manovra si giustappongono interventi settoriali dai quali non è possibile ricavare un disegno, una visione, una strategia.
Se esaminiamo i cinque asset su cui si regge la manovra ci accorgiamo facilmente che essi attivano interventi assistenziali. Il piano straordinario per l’handicap, il reddito minimo di inserimento, la forestazione (im)produttiva, la sanità con i suoi 15 ospedali che costa oltre un miliardo di euro, pari al 38% dell’intera manovra, non sono altro che spesa corrente.
Destinare le royalties del petrolio che finora sono ammontate a circa un miliardo e mezzo di euro al finanziamento del reddito minimo, a coprire i buchi dei settori suddetti è una azione che ha tradito l’impostazione a suo tempo data al memorandum sulla estrazione di idrocarburi che era quella di impiegarle per lo sviluppo, come ha giustamente osservato la Corte dei Conti in un suo puntuale rapporto.
Sul resto della manovra siamo al futuribile: faremo, faremo, faremo e nel frattempo i nodi che strozzano la crescita (una PA inefficiente, la trama urbana debole, la scarsità di domanda interna, la nano-impresa) si stringono ancora di più.
Sull’avio superficie di Pisticci se non siamo alle comiche poco ci manca: la regione intende ”sperimentare” il funzionamento della infrastruttura: in un Paese in cui la Pa funziona, il progetto di un’opera pubblica viene preliminarmente subordinato ad un piano di fattibilità. Lo si è predisposto per Pisticci? Se sì, lo vorremmo conoscere. I piccoli aeroporti in Italia sono in profonda crisi, nel Mezzogiorno in particolare, vedi Pontecagnano, Foggia, Pescara, nonostante stiamo parlando di strutture verso cui gravitano ben altre popolazioni e ben altre economie. L’impressione è che la Giunta regionale voglia accontentare provvisoriamente istanze localistiche, come ha fatto per tante altre infrastrutture, bruciando qualche milione di euro.
Anche sulla ipotesi di una finanziaria regionale, occorrerebbe fare preliminarmente una riflessione su cosa è oggi Sviluppo Basilicata, un organismo che Borgomeo all’atto del suo insediamento disse che in breve tempo sarebbe dovuta vivere ed operare contando sulle risorse di mercato; sappiamo come è finito, con mamma Regione che accoglie tutti. Così come va fatta una riflessione su Basilicata Innovazione con un’attenta analisi dei suoi costi-benefici.
Qualsiasi strumento di intervento può essere utile, tutto sta nel contesto in cui si insedia, nel modo di gestirlo, nelle competenze che vengono mobilitate. Non è che le finanziarie regionali godano in Italia di buona fama. Pensare che possa funzionare in Basilicata, ossia in una regione in cui gli enti strumentali sono metodologicamente oltre che operativamente organismi totalmente asserviti alla politica, mi sembra cosa tutta da dimostrare. I bubboni dei consorzi industriali o di bonifica, per fare qualche esempio, sono illuminanti al riguardo.
Sulla sia pur modesta crescita economica su cui si stanno costruendo prospettive molto fallaci, va osservato intanto che siamo di fronte a una crisi multipla di lungo periodo che sarà tale per molti anni ancora e in secondo luogo che le statistiche vanno comunque prese con le pinze.
L’incremento di occupazione è dovuto innanzitutto all’industria dell’automotive, intorno alla quale circola una occupazione di circa 20 mila. Si tratta di aziende su cui la regione può vantare poco o niente. Circa il 30-35% di tale occupazione solo statisticamente riguarda la Basilicata, riferendosi a forza lavoro che proviene da regioni limitrofe che spende il suo salari o stipendi altrove. Una parte della restante nuova occupazione attiene ad attività-rifugio in agricoltura e nei servizi, avanti peraltro ad una produttività del lavoro per tali settori nettamente inferiore a quella riscontrabile nelle aree più avanzate.
La politica del lavoro la fa e la farà il Governo nazionale con il jobs act che sta producendo effetti positivi e col credito d’imposta che potrà essere cumulato col superammortamento degli investimenti per beni strumentali.
La Giunta regionale si mette soltanto le penne di pavone su meriti che non sono suoi.
Faccia il suo mestiere di far crescere le clientele a suo uso e consumo. Lo fa bene, almeno di questo gli va dato merito.