ligorio e de stradis in curia

Monsignor Salvatore Ligorio -68 anni, originario di Grottaglie in provincia di Taranto- da circa un mese è il nuovo Arcivescovo metropolita di Potenza, Muro Lucano e Marsico Nuovo.

Com’è noto, è subentrato a Monsignor Agostino Superbo, dopo essere stato per undici anni vescovo a Matera, e prima ancora a Tricarico. Ha una voce dolce, una gestualità delicata e l’eloquio elaborato.
D: Come giustifica la sua esistenza?
R: Innanzitutto parto dal Dono. Il profeta Isaia dice: “Sin dal grembo materno io ti ho chiamato”. Ciò è significativo di quanto ciascuno di noi rientri nella provvidenza del Dio che, sin dall’eternità, ci ha pensato, voluto e amato. Occorre che questa vita sia un dono e, come tale, deve entrare in una capacità di relazione e di servizio per gli altri. Perché è arricchimento.
D: E al giorno d’oggi, in cui per molti la vita è sofferenza, come dare seguito a queste parole?
R: Ritorna il valore della convivenza, dello stare insieme, che è una capacità rappacificante, perché tutti rientriamo in questo progetto di Dio. A maggior ragione, ognuno di noi ha un compito, una missione da svolgere, qualunque essa sia, se risponde alle impronte di questo Dio quale amore; un’espressione alta di una convivenza umana nell’amore, dove tutto può essere superabile se c’è un dialogo franco, un confronto anche nella diversità di idee. Ma in quella diversità occorre poi trovare un punto d’incontro tra persone, che amandosi danno un senso alla vita.
D: Lei ha parlato di convivenza e di amore, questo è il tempo in cui si discute sulla legge delle unioni civili di coppie gay. Uno dei punti più controversi è lo “stepchild adoption”. E’ “amore e condivisione” anche quello? Va legittimato anche quello?
R: Io sono convinto che ogni persona va rispettata per quella che è, in tutte la sue dinamiche, e già da questo può nascere la soluzione capace di dare risposte a riguardo. Se si capisce e si condivide questo concetto, allora ne deriva anche che non tutto è un diritto, soprattutto quando si ha a che fare con l’altro. Voglio dire che se io rispetto ogni persona, non posso prevaricare il suo diritto –nel caso di un figlio- di avere un padre e una madre.
D: Un’altra questione controversa è quella della pedofilia nella Chiesa. Alcuni sacerdoti da noi intervistati, hanno sostenuto che lo stesso clamore non è stato riservato ad altri ambienti in cui avvengono questi delitti.
R: In queste situazioni, bisogna essere perfettamente drastici. Il concetto è sempre quello del rispetto dell’individuo. In questo caso è il fanciullo, che vede lesa la sua dignità, il suo essere; ne consegue anche che bisogna evitare che questa “onda” di clamore sovrasti quel diritto di ognuno a essere rispettato per quello che è. Allora bisogna usare una forma decisa come già con Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI -che ha aperto profondamente questo varco- e soprattutto Francesco: se c’è un senso di disagio in chi compie questo gesto, deve essere aiutato e sanato, perché non può “contagiare” e violare il diritto alla libertà della vita di un altro. Su questo dobbiamo essere chiari. Certo, l’espressione diventa forte se è uno appartenente al clero, ma il fenomeno è ovunque, perché quello di cui parliamo è un 12-13%, ma c’è tutta un’altra parte sommersa su cui dovremmo avere, fortemente, attenzione. Ma ritorno sul concetto di fondo che desidero sottolineare: ogni creatura, soprattutto il debole, il piccolo qual è il fanciullo, deve essere fortemente tutelato su queste cose. Fermi e decisi.
D: Facciamo un esempio: nel segreto del confessionale, viene da lei un suo sacerdote e le dice: “Io ho abusato di un parrocchiano” ...
R: Abbiamo delle indicazioni chiare a riguardo. Naturalmente, non si prende subito la mannaia e si colpisce, ma bisogna fare un processo. A volte ci può essere il pericolo di infangare delle persone in modo ingiusto, pertanto c’è un processo che aiuta a scoprire la verità. Nel momento in cui si appura la verità, allora bisogna essere chiari, sospendere “a divinis” e aiutare umanamente il sacerdote, perché possa recuperare fortemente questo suo equilibrio e questa sua umanità. Penso di essere chiaro.
D: Il suo predecessore, Monsignor Superbo, è stato coinvolto in alcune polemiche sul caso Claps. Lei ritiene che la Chiesa locale adesso abbia bisogno di un rinnovamento, in qualche modo, d’immagine? Oppure no? Monsignor Superbo è stato solo infangato?
R: Quel che so, l’ho appreso esclusivamente dai mass media. Non è trascorso nemmeno un mese dal mio ingresso in questa Chiesa e pertanto mi è mancato anche il tempo… per ripristinare una vicinanza, perché –e ritorno su un punto essenziale- occorre un dialogo franco, sereno, che riallacci quelle che, eventualmente, sono state le sfilacciature che non hanno permesso una compressione oggettiva della verità. Io penso che questo sia un punto fermo. Che ci siano state delle cicatrici, è comprensibile, in certe situazioni. Occorre ora camminare insieme in un percorso di recupero della verità, che non sta totalmente da una parte o dall’altra. Che la carità operosa aiuti, anche attraverso questo dialogo, a trovare finalmente serenità.
D: Monsignor Superbo era molto attaccato al discorso disoccupazione. Ha fatto diversi interventi su questo. Lei concorda che il problema principale della Basilicata sia la mancanza di lavoro? Oppure, secondo lei, qual è la cosa di cui hanno maggiormente bisogno i giovani in Basilicata?
R: Partiamo dal principio. Ogni uomo ha diritto al lavoro, per potersi programmare, progettare, avere cioè la possibilità di realizzarsi come essere umano. Quindi, il lavoro è fondamentale per i giovani, ma anche per i meno giovani. Proprio l’altro giorno sono andato lì, davanti la sede della Regione, dove c’è un presidio permanente di persone che hanno perso il posto di lavoro; ho avuto contatti con loro, ma anche con i responsabili della Regione, affinché possano venire incontro a quella situazione che riguarda tre o quattro mila persone, che non sono più giovanissime. Sono persone sui quaranta, cinquant’anni. Quindi lei diceva bene a proposito dell’impegno del mio predecessore, e vorrei che fosse sottolineato: mi metto subito in quest’onda, come per tutto il resto e tante altre cose. E’ vero che la regione soffre, ma è quasi tutto il meridione che ha questa sofferenza. Allora queste sono domande di fondo, e senza puntare il dito, occorre trovare un dialogo con le istituzioni. Ma dobbiamo anche entrare in una mentalità in cui non ci deve essere la dipendenza –lo ha detto anche Papa Francesco- dalla raccomandazione. Al contrario, tutti quanti dobbiamo individuare il volano che possa far decollare questa regione.
D: Cosa vuole, il vescovo Ligorio, dai suoi sacerdoti? Dai nostri resoconti emerge una quotidiana lotta alla povertà.
R: Da quando sono arrivato, sto girando per le comunità rionali, perché il pastore deve sentire l’odore delle pecore. Fino a oggi di parrocchie ne ho visitate una quindicina, e devo dire che ho colto quanta generosità c’è in questi parroci che educano e formano la loro comunità, venendo incontro alle diverse e variegate forme di povertà. Si va dalla mancanza reale di cibo, alle dipendenze dal gioco, a quelli che possono essere gli sbandamenti giovanili. Sono stato alla parrocchia di San Giovanni Bosco, una splendida realtà che pullula di giovani, e proprio il Santo diceva: “Il giovane diventa proprietà di chi prima ci arriva”. E deve arrivarci prima il bene. Ripeto, ho appurato con somma gioia che queste parrocchie, e le associazioni, riescono a fare tanto, tanto, tanto, su questi temi.
D: Quindi occorre soltanto seguire questa strada…
R: Io dico questo: se lavoriamo meglio in rete, in un discorso di “interparrocchialità”, allora forse riusciamo a dare risposte ancora più significative.
D: Lei ha lasciato Matera, che vive il suo momento migliore, per venire a Potenza, che invece è ai minimi storici, parlando in termini economici e di entusiasmo. Ha avvertito il “dislivello”?
R: Quando arrivai io a Matera, nel 2004, la situazione non era certo questa, ma poi si è raggiunto questo grande risultato anche perché la gente si è rimboccata le maniche. Il colpo d’ala si è avuto anche grazie alla rete messa su da istituzioni e Chiesa. Inoltre, da quando ho lasciato, vedo che c’è un lievitare, un continuo crescendo. Ma Matera è espressione della Basilicata, e quindi io dico che se invece di un colpo d’ala, ce ne sono due, entrambe le province possono volare più in alto.
D: Ma lei che tipo di differenze ha percepito?
R: Ehh, qui c’è una differenza soprattutto culturale, ambientale. Anche qui ci sono le possibilità, occorre forse uno stimolo più pungente per poter riprendere questo volo insieme.
D: Ma questo stimolo da dove deve venire? Dal basso o dall’altro?
R: Da tutte e due le parti. Anche i cittadini devono prendere coscienza e le istituzioni devono capire che occorre educare senza opprimere, e far emergere il talento che questa regione può offrire.
D: Ma a lei un po’ è dispiaciuto lasciare Matera, proprio in questo momento particolarmente luminoso…
R: E’ umano, specie dopo undici anni vissuti pienamente. Papa Francesco ha voluto che venissi qui, e ora mi auguro che questo ponte, questo dialogo con Matera possa portare benefici anche a questa parte della Basilicata. Ma oggi, dopo aver toccato con mano quanto questa chiesa di Potenza sia in grado di dare, sono pienamente contento di essere qui.
D: Quando ha saputo la notizia del trasferimento ha telefonato lei a monsignor Superbo?
R: Il Nunzio ha chiamato prima me, e io ho subito accettato, perché non bisogna adagiarsi e noi vescovi dobbiamo garantire un servizio all’Uomo, ovunque si vada. A quel punto Monsignor Superbo mi ha chiamato e mi ha detto grazie, perché ha colto la volontà di mettermi nell’onda di quanto lui ha saputo fare con intelligenza e volontà. Anche Potenza merita tanto, e sono convinto che potrà dare tanto, se troviamo la chiave giusta. Il segreto è credere maggiormente nelle proprie possibilità. Bisogna osare di più.
D: Quando ha capito che avrebbe fatto il sacerdote?
R: Da adolescente, in modo particolare dopo la maturità classica. Mio padre era operaio ai cantieri navali di Taranto, mi madre era casalinga. A casa mia c’era un focolare d’amore e di condivisione.
D: Il libro della sua vita?
R: L’ultimo di Papa Francesco. “Laudato si’” ed “Evangelii Gaudium” sono testi che alimentano la giornata e la vita.
D: Il film?
R: Non ho tempo di vederne molti, ma mi è piaciuto proprio il film su Papa Francesco.
D: La canzone?
R: “Il ragazzo della via Gluck”, di Celentano. Perché richiamava il senso del rispetto della natura.
D: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
R: “E’ stato un uomo di Dio”.