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A lui, che è un illustre Economista, piace fare il “Conto della Serva”, ovvero dar vita a ragionamenti pratici sulle cose veramente necessarie, supportati da numeri e soprattutto dall’analisi di ciò che si ha in tasca, e di quello che non si ha. Nino D’Agostino è una miniera di informazioni e di analisi.


D: Come giustifica la sua esistenza?
R: Facendo quello che dovremmo fare tutti: cercare di curare l’interesse della società, pur nel legittimo perseguimento del proprio.
D: E la politica lucana sta “giustificando” la sua esistenza?
R: E’ la Politica la causa principale dell’arretratezza. Utilizza le risorse che riceve solo ed esclusivamente per i propri scopi, ovvero ottenere il consenso immediato, non certo lo sviluppo. La Basilicata non fa eccezione, ovviamente, ma con un’aggravante: se Maroni, per esempio, fa certe cose in Lombardia, il danno è contenuto, perché quella è comunque una regione che cammina da sola. La Basilicata, invece, è depressa e i danni di un Pittella possono essere incalcolabili. E qui c’è pure un paradosso.
D: Non ci facciamo mancare niente.
R: Le risorse di questa regione sono addirittura superiori alle necessità occupazionali e di reddito: la Basilicata le risorse per poter realizzare la piena occupazione ce le ha eccome.
D: Però?
R: Il turismo, attualmente, utilizza soltanto il 20 % della sua potenzialità, l’artigianato artistico è tutto da rivalorizzare; cosa analoga si può dire per l’agricoltura irrigua, per la manutenzione del territorio, sia in relazione al patrimonio boschivo e sia in riferimento ai centri abitati. Questo è quel che io chiamo “Il conto della serva”, un ragionamento spicciolo e pratico: tutto il contrario dei proclami politici di chi governa questa regione.
D: Eppure il Governatore Pittella dice che la “sua” Basilicata è diventata la “locomotiva” del Sud.
R: Siamo seri, per cortesia. E’ una dissimulazione intellettualmente disonesta. Noi siamo delle pulci altro che “locomotiva”. Le dico di più: la disoccupazione, qui, è anche maggiore di quella fotografata dall’ISTAT.
D: Cioè esiste un “non-lavoro” sommerso?
R: Esatto, è la disoccupazione nascosta. Circa il 40% degli stipendi e salari erogati dalla Fiat di Melfi, statisticamente riportati nel conto economico regionale, sono di fatto distribuiti in Puglia e in Campania. Poi ci sono i 6-7 mila occupati risultanti residenti in Basilicata, ma di fatto occupati nel Centro-Nord. Dulcis in fundo, abbiamo i cosiddetti “inattivi”, cioè coloro che hanno perso interesse a cercarlo, un lavoro, perché sono sfiduciati e demotivati. L’ISTAT non tiene conto di costoro, poiché, non avendo presentato domande e simili, sono statisticamente irrilevabili. Ma ci sono. Ecco perché, la percentuale reale di disoccupazione lucana è il 25%, e non il 12% delle statistiche ufficiali.
D: Lei ha parlato di cittadini demotivati. E’ una domanda ricorrente in queste interviste; i politici hanno bisogno che i cittadini abbiano bisogno di loro?
R: Questo è evidente. Esistono due tipi di istituzioni, quelle “Inclusive” e quelle “Estrattive”. Le prime tendono a coinvolgere e a motivare i cittadini, convogliando le loro istanze e le loro pulsioni in lavoro e sviluppo; le seconde, al contrario, tendono a demotivarli, a fare in modo che essi rimangano sempre sudditi del potere.
D: Temo sia una domanda retorica: la Regione Basilicata che tipo di istituzione è?
R: Estrattiva. Come dicevo, qui si prendono le risorse e le si utilizzano esclusivamente per ottenere consenso immediato. Lo sviluppo? Il lavoro? Cose che non interessano a nessuno. Pittella è l’ultimo anello di una catena che dura da 150 anni: la spesa pubblica è una “droga” che impedisce alle forze politiche e produttive delle regione di vedere lucidamente le proprie grandi opportunità. Su questa base, si può ben sostenere che i peggiori nemici del Mezzogiorno son annidati negli enti regione, nel sistema delle autonomie locali che hanno rafforzato quella che in passato si chiamava “razza padrona”, dispersa in tanti cacicchi locali che si ritengono statisti, vedi i governatori De Luca, Pittella, eccetera. I politici sono tutti occupati a succhiare risorse per il proprio tornaconto.
D: Che è…?
R: I voti. Il consenso. Questo, e soltanto questo, è il punto nodale della questione. Esempio pratico, i forestali: sono 5mila, e per cause non dipendenti da loro, ma dalle istituzioni, stanno lì a fare poco o nulla. Tuttavia, prendono 1300 euro al mese per le “100 giornate” annuali; puntualmente, poi, il “rito” si ripete: vanno a protestare davanti alla Regione e questa interviene, e sono tutti contenti. Perché accade questo? Perché i forestali sono un prezioso serbatoio di voti.
D: Un serbatoio di persone troppo grande perché si possa cambiarne la mentalità?
R: Il governatore De Filippo aveva 15mila dipendenti a libro paga. Pittella li sta portando a 30mila: un raddoppio clientelare enorme per una piccola regione come la Basilicata, che di fatto blinda il consenso elettorale in uno “zoccolo duro” difficilmente scalfibile. In altri termini, stiamo parlando della premiata ditta “Assistenzialismo & Clientelismo”. Come fai, infatti, a “sconfiggere” un esercito di 30mila persone, pubblici dipendenti che lavorano per il Governatore, più le loro famiglie? Ecco perché in Basilicata non c’è stata mai una vera alternanza politica. Ci sono politici che durano da venti, trent’anni. Così come non è un caso che la spesa pubblica corrente sia nettamente prevalente su quella totale, a scapito di quella in conto capitale.
D: I sindacati, che ruolo hanno o possono avere in tutto questo?
R: I cosiddetti “corpi intermedi”, ovvero sindacati e associazioni imprenditoriali, sono totalmente “accucciati” al Potere. La politica ha prospettato un’offerta sociale fatta di scorciatoie nell’acquisizione dei diritti individuali e collettivi, di discriminazioni clientelari, di privilegi da riservare alla casta politico-burocratica, coinvolgendo i corpi intermedi –che si dividono fra lecchinaggio e gioco delle parti- in questa ingiusta distribuzione delle risorse disponibili. Risultato? In 15 anni la Basilicata ha perso il 16,8 % del suo Pil, contro il 9,4 del Mezzogiorno e l’1,1 dell’Italia. Un lucano su due è a rischio povertà.
D: E “l’emergenza lavoro” che fine fa?
R: Non interessa a Pittella e soci. In soli 7 anni (2008-2014) abbiamo perso 11.603 posti di lavoro, pari al 6% degli occupati. Il Piano del Lavoro: perché non si fa? Perché questo porterebbe delle soluzioni, e loro sono interessati solo a una cosa: che rimanga tutto com’è. La politica non aiuta lo sviluppo, non produce capitale sociale. La politica ha messo in piedi un sistema di potere, quasi da socialismo reale, che è servito per assicurare longevità alla sua classe dirigente, e di contro una continua perdita di competitività dell’intero assetto sociale, incidendo molto negativamente sui fattori non economici che sono alla base della crescita: l’autostima della gente, la fiducia nelle istituzioni, la voglia dei singoli cittadini di mettersi in discussione con un proprio progetto di vita e di lavoro, la cultura nel rischio d’impresa e così via. Pittella ha tanto parlato di “Rivoluzione”, ma nei fatti ha confermato tutto l’apparato esistente.
D: Le responsabilità sono soltanto politiche? O c’è una “complicità” dei cittadini?
R: Sono i “rassegnati reclamanti”. Sono talmente adusi e disincantati dal “sistema”, che cercano di capire soltanto cosa possono acchiappare da esso o come possono barcamenarsi.
D: Insomma, ci accontentiamo delle briciole?
R: Di più: alimentiamo la domanda particolaristica che ho descritto. E’ il risultato, voluto e cercato, delle “istituzioni estrattive” a cui facevo cenno. E la politica locale, in questa prospettiva, è favorita dall’emigrazione. Abbiamo avuto un esodo di oltre 42 mila unità negli ultimi 15 anni, in massima parte giovani. Questi ultimi se ne vanno dalla Basilicata e andandosene, di fatto “votano con i piedi”, cioè esprimono il loro dissenso per questa classe politica.
D: Ma una vera “Rivoluzione”, allora, da cosa deve partire? Non c’è proprio speranza per i lucani (senza alcun riferimento al non pervenuto Robertino)?
R: Una vera rivoluzione può partire solo in due modi: o dal basso o dall’alto. Che parta dal basso, in questa regione “blindata”, lo escludo. L’opposizione, dal canto suo, non esiste: mira soltanto a sostituire quelli che sono al potere, e non già allo sviluppo. Vedi la questione dei piccoli presidi ospedalieri: nessuno si esporrà mai a sfavore, perché nella sanità ci sono 7mila dipendenti, tutti, di fatto, controllati dalla politica. E sono altri 7mila voti.
D: E quindi occorre partire “dall’alto”?
R: Occorre andare alla radice del problema: se il cancro del Mezzogiorno e della Basilicata è il clientelismo, occorre depotenziarlo, impedendo ai faccendieri della politica di poterlo spendere per ottenere “facile” consenso elettorale.
D: E’ una parola.
R: No, è semplice. Vale il “modello Pisapia”, l’attuale sindaco di Milano; fare una sola legislatura e poi tornare al proprio mestiere, la propria professione. Si badi bene: non significa non fare più politica, ma farla, anzi, come opinionisti, saggisti, entrando nella “politica alta”, quella che presuppone passione e non interesse personale.
D: In Basilicata il problema, come diceva, è però anche la burocrazia.
R: E difatti occorre fare leva su un riforma della PA che rimuova i “giani bifronte” che si annidano nell’ente regione Basilicata, con un volto da politici e un secondo da funzionari della stessa regione.
D: Lei sta usando termini “mitologici”. Che ne dice del … “Gladiatore”?
R: Marcello Pittella è il più classico dei trasformisti meridionali, come lo è stato il fratello e come lo era suo padre. Il Governatore parla tanto di “miracoli”, ma sapete qual è il meccanismo?
D: Qual è?
R: E’ sempre quello. Renzi chiama Pittella e fa l’accordo: voti per Matteo, in cambio di risorse su cui il Governatore Pittella ha poi carta bianca. E’ il solito scambio scellerato che trasforma il Sud in un serbatoio di voti. Quello stesso Sud che riceve in cambio un piatto di lenticchie. “Compenso” che a sua volta, viene impiegato dai politici locali per ottenere il consenso immediato. In tutto questo, in Italia e nel Mezzogiorno non c’è un briciolo di meridionalismo, inteso come politiche di superamento del divario Nord-Sud, ma tanta “meridionalità”, che significa, invece, vivere giorno per giorno, ognuno chiuso nella sua corporazione, nei suoi egoismi individuali e collettivi. Vale soprattutto per i partiti sempre più personalizzati e ripiegati in feroci lotte di potere.
D: Chi è che ne paga maggiormente le conseguenze, all’interno della società civile?
R: I giovani disoccupati, con particolare riferimento alle donne, i giovani che emigrano, i poveri che in quanto tali sono privati degli elementari diritti di cittadinanza, quali il lavoro, i servizi efficienti, la partecipazione libera alla vita democratica. Pensare di continuare a vivere come regione in dipendenza dei trasferimenti pubblici è una situazione intollerabile e ci sta portando verso il baratro. Il problema si risolve solo con la politica, quella buona, buttando alle ortiche la cattiva politica che ha prodotto solo macerie, lasciandole in eredità alle nuove generazioni.
D: Concludiamo con le domande “di colore”. Il film preferito?
R: Vorrei citare un film visto di recente: “Il Ponte delle Spie”.
D: Il libro?
R: “L’uomo senza qualità” di Musil.
D: La canzone?
R: “E se domani”, Mina.
D: Cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
R: “Ci ha provato”.