vladimir luxuria

Sui social impazza uno spiritoso video in cui Vladmir Luxuria (notissima opinionista e attivista trans-gender con un passato da parlamentare) e il presidente di Arcigay Basilicata, Nadia Girardi, in tenuta “all black”, annunciano la volontà di mantenere il lutto fin quando non sarà approvata la legge sulle unioni civili.

Solo allora, promettono goliardicamente le due, si vestiranno di rosa “sciocca” l’una, e di verde “pisella”, l’altra. Vladmir Luxuria venerdì scorso era a Potenza, per partecipare all’incontro “consuntivo” del consigliere regionale Mario Polese, che avrebbe dovuto svolgersi l’indomani e che stato rinviato –causa meteo- al 20 febbraio.
D: Come giustifica la sua esistenza?
R: Col fatto che due giovanissimi, di diciotto e vent’anni, fecero una “fuitina” d’amore, e successivamente nacque il frutto di questa passione, cioè io. Giustifico la mia esistenza per il semplice fatto di essere nata. Cerco di essere felice io e di dare felicità anche agli altri.
D: In Italia c’è più ignoranza o più ipocrisia?
R: Più ipocrisia, direi. Comunque, io non do un’accezione necessariamente negativa alla parola “ignoranza”. Mi spiego: se l’ignorante è umile, allora non è una persona supponente e magari è pure uno che vuole capire. Il problema dell’ipocrisia, invece, è una certa mentalità secondo la quale tutto si può fare, purché avvenga di nascosto. Chi ragiona così, poi punta sempre il dito contro gli altri, e pazienza se poi lui fa di peggio.
D: Secondo lei la presenza della Chiesa in Italia –come hanno sostenuto anche alcuni sacerdoti da noi intervistati- contribuisce al solidificarsi di una certa mentalità?
R: Che ci sia il Vaticano in Italia, beh, non è quello il problema. Il problema è che ci sia l’Italia nel Vaticano.
D: Si spieghi.
R: In Italia c’è un problema di ingerenza molto forte, di ricattabilità, di soggezione, di dipendenza. Su certi temi, c’è sempre questa cosa di distinguere i cattolici dai non cattolici. Non dovrebbe essere così, le persone andrebbero distinte in progressisti e conservatori, tra persone che hanno paura del cambiamento e persone che vogliono l’evoluzione della nostra società.
D: Lei lavora in TV: quanto conta, quanto è potente, ancora, la Chiesa?
R: E’ sempre molto potente. E’ talmente potente che nonostante sia l’unica realtà colpita da numerosi scandali, con dei crimini orrendi anche nel suo passato, si tende sempre a dimenticare, anche ciò che è avvenuto più recentemente. Non vedo mai un concreto “mea culpa”. Io ho fatto una trasmissione che si chiama “Caduta Libera”, in cui ho devoluto dei soldi al Bambin Gesù di Roma. Poi, grazie a i due famosi libri che sono usciti, ho scoperto che questi soldi sono andati a finire nella ristrutturazione dell’attico del cardinale Bertone. Questa roba qui, se l’avesse fatta qualche altro ente o struttura, avrebbe provocato delle rivoluzioni. In Italia, però, c’è più che mai il bisogno che ci sia una religione, e alla fine si è abbastanza indulgenti.
D: Quanto è “indulgente” il suo rapporto con la religione?
R: Ho un rapporto tutto personale. Non ho bisogno di molti intermediari, anche perché ce ne sono tanti, su questa Terra, che dovrebbero essere maggiormente legati al principio dell’amore, piuttosto che a quello dell’esclusione.
D: Lei ha parlato di “dita puntate”. Oggi ce ne sono molte verso le minoranze religiose, e soprattutto verso quelle che provengono dalle migrazioni del Mediterraneo. La paura che possano rivelarsi “serbatoi” di jihadisti è diffusa. Lei che ne pensa?
R: Bisogna accelerare le pratiche per l’accertamento della validità del diritto d’asilo, sancito dalla Convenzione di Ginevra. Se una persona ha diritto a ottenere lo status di rifugiato politico, allora ha diritto anche a tempi più veloci. E questo consentirebbe anche di individuare coloro che vengono qui per altri motivi, e che purtroppo ci sono. Occorrerebbe, pertanto, avviare un’operazione europea di Intelligence volta alla sicurezza: purtroppo abbiamo già visto che ci sono persone che fingono di essere qui in Europa per il diritto d’asilo, e invece sono qui per fare degli attentati.
D: Circa un anno fa ci fu la strage di Charlie Hebdo, rivista che di recente è tornata a far discutere per una nuova, controversa, copertina. Lei in tv è sempre molto spiritosa: ritiene che la satira debba avere dei limiti?
R: Secondo me è troppo facile fare satira raffigurando Maometto o –come è avvenuto sempre su una copertina di Charlie Hebdo- annunciando uno “scoop” sulla nascita di Gesù Bambino e pubblicando un’immagine della Madonna che partorisce. Io sono sempre stata dell’idea che la satira debba essere di più “ricerca”, e non mi sembra che ciò avvenga quando si offendono i sentimenti religiosi degli altri.
D: Lei è stata più “censurata” o si è più “auto-censurata”?
R: All’inizio sono stata sicuramente più censurata. Successivamente, mi sono conquistata il mio spazio d’espressione, ed essendo diventata un personaggio pubblico, e anche politico, mi sono dovuta anche auto-censurare. Capita che ci siano certe cose che vorrei dire, ma mi tocca frenare la lingua.
D: Digitando il suo nome sul motore di ricerca Google, fra i primi titoli che appaiono su Internet c’è sempre questo: “Vladimir Luxuria: ho amato un uomo del centro-destra”. A che scopo si fanno queste dichiarazioni?
R: In realtà si tratta di roba vecchissima. Era l’epoca in cui Marrazzo, presidente della Regione Lazio, veniva sorpreso in compagnia di alcuni transessuali; ne seguì tutta una campagna, imbastita dalla Destra, contro quelli di Sinistra “che andavano a trans” e che volevano “distruggere la famiglia”. Io sono molto sincera: nel corso di un’intervista, a un giornalista che mi chiedeva se anche gli uomini di destra si accompagnassero con i transessuali, risposi che io per prima avevo avuto una storia con un politico di destra. Raccontai quel particolare per chiarire che i gusti sessuali prescindono dalla fede politica.
D: E’ una storia vecchia, ma ancora oggi è fra le prime cose che la Rete segnala: alla fine della fiera, gira e rigira, in Italia conta soprattutto il Gossip.
R: Questo è sicuro, si figuri. Pensi che le prime volte che mi recavo in Parlamento, i giornalisti mi facevano solo un certo tipo di domande: “Come ti vestirai?”, “Chi è il più sexy del Parlamento?”, e così via.
D: Immagino che lei ne abbia dovuto sopportare tante, ma cos’è che ancora oggi le fa perdere le staffe?
R: La cattiveria gratuita, la volontà di rovinare la vita degli altri, il desiderio di guastare l’umore delle altre persone. E poi mi danno molto fastidio tutti quelli che si sentono superiori in virtù di “qualità neutre”: coloro che puntano il dito contro gli altri per via del colore della pelle, della fede religiosa, dell’orientamento sessuale o anche solo dell’accento. Sono persone stupide. Stupide e pericolose.
D: A volte ho avuto l’impressione che alcuni personaggi televisivi, o dello spettacolo in generale, in qualche modo “ostentassero” la loro omosessualità, per avere un ritorno in termini di notorietà. Ha mai avuto questa impressione anche lei?
R: Qui bisogna che ci mettiamo d’accordo. Ci sono alcuni cantanti gay che non fanno “coming out” perchè -mi dicono- i loro manager temono un calo di popolarità nel pubblico femminile; capita anche che, se sei omosessuale e ne fai una sorta di manifesto, quando poi devi andare a fare un concerto in un paese, la pro loco o la parrocchia di turno frappongono dei problemi. La verità è che per tanti anni è stato proprio impossibile dire di essere gay; oggi invece ci sono dei personaggi, riconoscibili dal punto di vista sessuale, che stanno in tv non in quanto gay, ma perché hanno delle cose da dire. Per queste persone l’essere gay è soltanto una cosa da non nascondere, per poi potersi esprimere in virtù delle loro capacità professionali.
D: Quanta strada deve fare ancora il nostro Paese, perché l’orientamento sessuale di una persona non sia più rilevante del colore dei suoi capelli?
R: Spero che accada presto. Il mio obiettivo finale è proprio quello di non dover più organizzare manifestazioni, di non dovermi più arrabbiare con gli omofobi di professione che vengono invitati ai talk-show. Tuttavia la realtà è che… ancora ce ne vuole.
D: La locale Arcigay, presieduta dalla sua amica Nadia Girardi, qui in Basilicata è ai primi vagiti e comunque quella lucana è una realtà per molti versi ancora ammantata di provincialismo. Qual è il messaggio che si sente di rivolgere a coloro che hanno ancora difficoltà a dichiarare la loro omosessualità?
R: Che si può “uscire fuori” senza uscire fuori dalla propria regione. Il “coming out”, cioè, si può fare senza essere per forza costretti ad andare via. Il fenomeno dell’emigrazione “sessuale” ha numeri sicuramente inferiori a quella lavorativa, però c’è: alcuni, appena preso coscienza della loro omosessualità, cercano di “evadere” alla volta delle grandi città. I circoli territoriali di Arcigay servono proprio a questo, a dire ai propri corregionali “Non siete costretti ad andare via”. Anche perchè trattasi di persone che, rimanendo nella loro regione, potrebbero rivelarsi dei capitali umani, capaci di apportare risorse e ricchezza. Mi sento di dire che è vero, all’inizio ci possono essere delle difficoltà, in famiglia o nel mondo del lavoro, però il tempo è gentiluomo, e più passa il tempo, e più cresce quella fascia di popolazione che si crea meno problemi.
D: Il disegno di legge sulle Unioni Civili: ci si è un po’ impantanati sul concetto di “Stepchild”e nel frattempo c’è chi ha parlato di “quasi matrimonio gay”. Per lei può andare bene anche così?
R: Il mio obiettivo finale, certo, è il matrimonio per tutti. Questo tipo di unioni civili alla tedesca, con l’adozione del figlio del partner, lo “stepchild”, è già un compromesso, un accordo trovato fra le diverse forze politiche. Qui si tratta di questioni concrete, che attengono ai diritti e doveri di coppie conviventi, anche nel caso uno di loro abbia dei figli. Pertanto, quelle persone che accusano il ddl Cirinnà di dar vita a un “quasi matrimonio”, di fatto stanno dicendo che non è un matrimonio e quindi stanno mettendo in piedi un’argomentazione pretestuosa.
D: Mi dica il film, il libro e la canzone che la rappresentano.
R: Mmmm!!! (sorride) Difficilissima.
Partiamo con la canzone.
“I will survive”-”Io sopravviverò”- di Gloria Gaynor.
D: Il libro?
R: In questo momento, “Orlando” di Virginia Woolf, visto che si parla tanto di “fluidità di gender”.
D: Il film?
R: Andiamo sul classico: “Tutto su mia madre”, di Almodovar.
D: Cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
R: “Almeno ci ha provato”.