poverta

I nostri affezionati lettori ricorderanno certamente che qualche anno fa, il nostro settimanale si fece antesignano di un viaggio dai rivolti sociologici e umani davvero sensibili, nell’universo delle povertà.


Abbiamo incontrato occhi pieni di disperazione, sorrisi coinvolgenti e sospiri che non potremo più ascoltare, ahinoi.
Le recenti, “rosee”, dichiarazioni dei nostri rappresentanti politici ci hanno costretto a una riflessione di senso. Alla verifica, per amor della verità, della situazione reale. Così abbiamo deciso di intraprendere nuovamente la strada dell’ascolto delle storie, dei poveri (tanti ancora, purtroppo) che riproporremo in queste colonne.
Prima di ciò, ci siamo confrontati con la Responsabile della Promozione Umana della Caritas Diocesana di Potenza, Giorgia Russo, con la quale abbiamo discusso più diffusamente della tematica.
Che cos’è l’osservatorio delle Povertà?
L’osservatorio delle povertà e delle risorse è uno strumento prettamente pastorale e si determina grazie ai dati rivenienti dal centro d’ascolto, in cui si instaura una relazione di aiuto preferibilmente con le famiglie (e non già semplicemente con i singoli), attraverso colloqui ciclici.
La risultante porta alla mappatura dei bisogni e delle fragilità che vengono (non sempre, purtroppo) espressi.
La linea concettuale del percorso pedagogico ed educativo si basa sul territorio, ma anche sulle risorse in capo agli individui. Fattore che troppo spesso viene tralasciato. Le risorse, nella fattispecie, sono ottimi strumenti per il risanamento del tessuto sociale, al contrario.
I criteri per la raccolta dei dati sono standard per l’intera nazione e sono costituiti da una scheda anagrafica e da una classificazione del bisogno o dei bisogni presi in esame: criticità abitative o amministrative, problemi con la giustizia e familiari (abbandoni, allontanamenti, conflittualità, fuga, maltrattamenti), disabilità, migrazioni/immigrazioni, istruzione, difficoltà con l’occupazione/lavoro, solitudine, povertà.
È chiaro che nella realtà, cerchiamo di osservare con discrezione e di non procedere in modo subitaneo a chiedere numeri; per ottenere un quadro cristallino delle situazioni, occorre un tempo relativo alla risposta della persona che a noi si rivolge.
Ci sono soggetti immediatamente sinceri e aperti, magari s’inseriscono più facilmente anche nelle attività sociali che proponiamo (si pensi ai laboratori teatrali, a quelli creativi, al dopo scuola ecc) e altri che per un senso di ritrosia e vergogna, vivono male la dimensione dell’aiuto. Esistono quelli che tecnicamente definiamo “con la pelle”, adusi a districarsi, quindi, e altri che, loro malgrado, incorrono nella povertà e smarriscono la stella polare, perché non vi sono abituati.
Trova che sia cambiata la Povertà?
I dati nazionali, durante il momento di crisi che abbiamo vissuto, ci hanno indicato lo scivolamento inesorabile della classe media. Noi in Basilicata abbiamo sempre proposto una situazione in controtendenza, nel senso che non abbiamo mai ospitato una classe media. Piuttosto si può rinvenire una Povertà silente, che non procura un impatto, ma ha una persistenza purtroppo notevole. Ciò deriva da una città (Potenza, ndr) che non ha grossi flussi turistici né uno sviluppo sostanzioso industriale e agricolo quanto impiegatizio e pubblico.
Guardando alle dichiarazioni Isee, la media non si è elevata, al contrario. In una famiglia tipo (4-5 componenti) il reddito annuo corrisponde a 6.000 euro, vale a dire 400 euro/mese.
Un aumento si è verificato nel numero delle famiglie a reddito 0, quindi è cambiata la forbice tra i poveri.
A ciò si aggiunga una carenza/assenza (in molti casi) di servizi idonei.
Non troviamo riscontro nemmeno negli studi dell’Istat (mi riferisco agli indici di Povertà relativa) che prendono in considerazione i coefficienti territoriali.
Una rappresentazione così strutturata (nessun servizio, territorio in affanno, nessuna attivazione di risorse) indica un contesto irrorato di Povertà. Che, tuttavia, non fa clamore per le piccole dimensioni.
La povertà è una causa o un effetto?
Esiste in entrambe le circostanze. Mi spiego. L’assenza di sguardo sulle opportunità e i successivi scivolamenti sono chiaramente una causa. In tali casi, si agisce su sostegno e prevenzione, si tenta di salvaguardare il nucleo familiare e la rete relazionale e comunitaria (introducendo al mutuo aiuto, per esempio) andando a interferire su quello che tecnicamente si definisce Welfare Generativo, vale a dire la disposizione a garantire le seguenti domande a coloro che a noi si rivolgono: che ami fare? Cosa sai fare? E non già: di cosa hai bisogno?
La povertà è un effetto quando si tramanda, se si è in presenza di un tessuto multi-disagiato e funzionale. Più semplicemente, quando i soggetti hanno priorità errate e naturalizzano la ghettizzazione come stile di vita. A quel punto, occorrono interventi personalizzati da parte di professionisti e si determina un percorso che porti alla presa di coscienza delle persone coinvolte.
Come operatori sociali ci muoviamo in questi due ambiti, supplendo il più delle volte all’istituzione che usa dinamiche e approcci vetusti, troppo diretti alla sintesi. Un servizio, per essere efficace, non dovrebbe mai assegnare etichette e categorie: il risvolto è degenerativo e sfilaccia lo sviluppo sociale.
C’è una soluzione?
La questione, come s’intuisce, è davvero complessa. Le possibilità per riemergere sono senz’altro legate a processi virtuosi che bisogna iniziare a considerare seriamente: curare le forme di incancrenimento delle povertà, evitare le soluzioni-tampone assistenzialistiche, elaborare piani di salvaguardia della cittadinanza e non solo piani di recupero reddituale, guardare alla persona non come a un protocollo ma come a una risorsa.
Invertire la visuale.
Gli operatori, infine, devono essere disposti a mettersi in gioco e agevolare un ideale momento, affinché il povero non sia solo “il povero” (con tutto ciò che comporta) ma soprattutto un libero cittadino.