don franco art restaurant

 

Sguardo vispo e voce
soffiata, l’aviglianese
Don Franco Corbo è
– praticamente da sempreil
parroco della Chiesa dei
SS. Anna e Gioacchino di
Potenza. Fra i sacerdoti del
capoluogo, è forse quello con
l’orecchio più teso al battito
del cuore della “strada”, ed
è noto per il suo impegno
nel Terzo Mondo e per
l’integrazione culturale e
sociale.
D: Come giustifi ca la
sua esistenza?
R: All’insegna del mio rapporto
con Dio. Sono diventato
prete a vent’anni, ma ero
già educatore dei ragazzi e
operavo già all’interno della
chiesa.
D: Si è mai pentito della sua
scelta?
R: No, perché è stata il frutto di
una maturazione tranquilla e
pacifi ca.
D: La gioia più grande
nell’essere sacerdote?
R: Celebrare la messa: sono
solo in mezzo a tanta gente e
mi sento libero. E poi vedere
i giovani che si aprono al
rapporto con Dio. Sin dai
miei esordi con Don Colucci,
ho cerato di portare una
“rivoluzione”, e pertanto mi
sento felice quando vedo che
il mio messaggio arriva alla
gente.
D: A proposito di giovani, il
Vescovo Superbo più volte si
è rivolto alla politica lucana,
affi nchè trovi una soluzione
al problema disoccupazione.
R: Negli anni ‘70, Rossi Doria
diceva a noi preti: “Le
migliori energie vanno via.
Chi resta, ci governa”. (ride)
D: E’ ancora attuale questa
massima?
R: Peggio.
D: E come li vede i giovani di
oggi?
R: Seduti. Alcuni dei miei migliori
ex parrocchiani ora sono
sparsi nel mondo, a riscuotere
successi, dall’America alla
Cina. Altri, non riuscivano
a trovare sbocchi in regione
perché non legati a un
“carro”, e solo fuori hanno
ottenuto ciò che meritavano.
D: La politica locale preclude
delle opportunità ai nostri
giovani?
R: Ahhh, sì, se non sei allineato e
coperto, non trovi spazio.
D: I politici hanno mai tentato
di “penetrare” nella sua
parrocchia? Le hanno mai
chiesto di fare “proselitismo”
fra i fedeli?
R: Non osano.
D: Vuol dire che lei non ha mai
fatto politica in chiesa?
Io ho fatto SEMPRE politica;
campagna elettorale, mai.
D: E cioè?
R: E cioè, parlo di politica,
ovvero l’arte del buon
governo. Ne parlo a livello
locale, nazionale, ma
soprattutto internazionale.
Fra gli anni 70 e gli 80, io
ero l’unico che parlava degli
eccidi perpetuati dagli Stati
Uniti in Centro America. E
tutti mi contestavano.
D: Lei difatti è noto per i suoi
rapporti internazionali e per
i suoi viaggi.
R: Sì, finora ho visitato 44
nazioni. A suo tempo chiesi
a Monsignor Bertazzoni di
fare il missionario, ma non
fu possibile. La mia prima
esperienza fu in Nicaragua,
e poi ho intessuto progetti e
contatti un po’ ovunque. In
Congo abbiamo dato vita
a una fattoria in cui vivono
12 famiglie. Attualmente
seguiamo i ragazzini di
strada in Guatemala, i
contadini di El Salvador, e
così via. Siamo molto attivi
anche con le adozioni a
distanza: quest’anno avremo
il Giubileo della Famiglia
adottiva. Recentemente sono
stato in Senegal, in qualità di
responsabile, per la Diocesi,
dei rapporti con le altre
religioni. A dicembre ho avuto
un incontro con l’Imam di
Milano, che ci ha spiegato
che il jiahd dovrebbe essere
una “guerra santa”, ma solo
contro il male che è dentro di
noi.
D: Ritorniamo per un attimo a
Potenza. Che momento vive
la nostra città?
R: Una fase deprimente. Da
alcune vicende, che ho potuto
vedere da molto vicino, in
politica traspare una marcata
incompetenza amministrativa.
Parlo di alcuni, ovviamente,
ma, ripeto, è una cosa
deprimente.
D: C’è anche malafede?
R: Se una cosa è “deprimente”,
di conseguenza…
D: Veniamo alla crisi perenne
in Comune. Secondo lei
bisognava tornare a votare?
R: Se l’obiettivo finale è il
bene comune, gli accordi si
trovano. Non dimentichiamoci
che la politica è l’arte del
compromesso, nel senso di
incontrarsi: un po’ cedo io e
un po’ cedi tu. A Potenza la
gente ha scelto questo tipo
di sindaco; l’altra parte, di
conseguenza, se ha davvero
a cuore il bene di questa
città, deve trovare il modo
per governarci insieme.
Insomma, un po’ come Obama
in America. Mi spiego: se De
Luca ha delle idee per la città,
e nessuno gli mette i bastoni
fra le ruote, forse quelle idee
vanno in porto. Ma si tratta di
vedere se si ha a che fare con
politici o con … altro.
D: C’è qualcosa che non le
piace dei potentini?
R: Io dico sempre che se avessi
fatto ad Avigliano quel che ho
fatto a Potenza, avrei dato vita
a una rivoluzione. Sono molto
modesto. (ride)
D: Qual è il problema coi
potentini?
R: Potenza è una città di
impiegati, e di commercianti.
La cultura dell’impiegato
è quella di identifi carsi con
la sua sedia e con la sua
scrivania, e quindi c’è una
routine che appiattisce. E’
colpa del lavoro.
D: E invece gli aviglianesi come
sono?
R: Eh, tremendi, intraprendenti.
In noi c’è la cultura tedesca
che discende da Federico II
e io suoi che, notoriamente,
gradivano molto le donne del
Sud.
D: Lei ha ripetuto spesso la
parola “rivoluzione”. E’
una frase “pitteliana”,
oppure è Pittella a essere un
“corbiano”?
R: Non mi faccia parlare di
politici locali. Certamente,
questa regione ha bisogno di
una rivoluzione profonda. Con
tutte le risorse che abbiamo, il
mare, la collina e la montagna,
non sappiamo gestirle e creare
posti di lavoro. Bisognerebbe
dare spazio ai giovani
intraprendenti. Un gruppo
di miei parrocchiani voleva
dar vita a un allevamento di
struzzi, ma non sono stati per
niente aiutati.
D: Ma perché la politica si
mette sempre di traverso?
R: Perché i politici dovrebbero
essere statisti, e non, come
accade, meri gestori dei
soldi del potere, coi quali
poi fare il “favore” a Tizio
o a Caio. Occorre andare
oltre, avere larghe vedute e
non avvalersi di staff tecnici
“provincialotti”. Questa
risorsa potrebbero portarla i
giovani che sono partiti. Ma
prima bisogna farli tornare
e il fatto è che la politica ha
paura di loro.
D: Per certi politici il cittadino
deve rimanere in costante
stato di bisogno.
R: Una trentina d’anni fa feci
recintare il campetto di
Sant’Anna. Mi toccò andare
dall’assessore ai lavori
pubblici per ben dieci volte,
perché questi voleva che mi
fosse chiaro che mi stava
facendo un “favore”.
D: A gennaio Monsignor
Superbo lascia. Che vescovo
è stato?
R: Lui è stato capace di
riorganizzare la curia
vescovile, con i vari uffi ci.
Poi per far crescere il clero e
farlo camminare, ci vogliono
proposte forti. E questo
non è facile, perché i preti
hanno la testa dura. Anche
Papa Francesco non è molto
ben visto dai preti, perché
noi sacerdoti ci sentiamo i
guardiani del faro, i custodi
della dottrina: pazienza se poi
nei fedeli alla dottrina non
segue la pratica. Gli Italiani in
gran parte sono cattolici, e il
sistema di malaffare regnante
è riconducibile soprattutto a
loro.
D: C’è una sorta di “peccato
originale”?
R: I cristiani italiani hanno la
tendenza a predicare bene e
a razzolare malamente. La
colpa è di chi non li ha saputi
educare, preoccupandosi
troppo della dottrina,
dimenticandosi della pratica,
e creando divisioni all’interno
della chiesa stessa. Gesù non
faceva dottrina o teologia.
Faceva pratica.
D: E quindi che tipo di prete è
lei?
R: Uno che ama studiare la
società, i suoi problemi, e
cerca di darvi delle risposte.
Anni fa mi chiamavano “prete
di strada”, perché conosco
quel tipo di problemi.
D: Passiamo al caso Claps: se
adesso lei prende le difese di
Superbo, non sembrerà che
voi preti vi coprite sempre a
vicenda?
R: Io sono stato il primo prete
interpellato dagli amici e
dalla mamma di Elisa. Ma
non esito a fare polemica con
la famiglia. Ho detto più volte
ai Claps che quando parlano
di “preti”, debbono fare i
dovuti distinguo, con nome
e cognome. Ai preti come me
hanno chiesto aiuto, e aiuto
hanno avuto. Quindi basta
con quelle generalizzazioni.
Non è questione di fare “difese
d’uffi cio”, ma è questione
di essere seri. Se c’era uno
che poteva sapere qualcosaanche
se io non credo- è don
Mimì. Ma trovo diffi cile che
uno possa vivere per tredici
anni con un cadavere sopra la
testa.
D: E nel caso di Superbo?
R: Si è trovato improvvisamente
in mezzo al rinvenimento
di un corpo, ammazzato, in
una chiesa: sfi do chiunque a
mantenere il sangue freddo
in una situazione del genere.
Quando caschi dalle nuvole,
basta una parola, e ti rovinano.
D: La Trinità va riaperta?
R: L’ho sempre detto. Ho
chiesto di fare anche una
“celebrazione penitenziale”.
In Italia, negli ultimi 3/4
anni, ci sono stati circa
2.500 omicidi nelle case. Che
facciamo, chiudiamo tutte le
case?
D: E a lei, che difetto le
attribuiscono i suoi
parrocchiani?
R: Che sono un po’ tirato. Il fatto
è che sto molto attento a far sì
che non si sprechino soldi che
potrebbero andare ai bambini
bisognosi.
D: Il libro, la canzone e il fi lm
preferito.
R: Libri non ne leggo molti,
preferisco le riviste. Come fi lm
potrei dirle “Mission”. Sulle
canzoni non ho preferenze.
D: Fra cent’anni cosa vede
scritto sulla sua lapide?
R: “Ha cercato di essere povero e
umile”.
D: La domanda che non le ho
fatto?
R: Che tipo di chiesa ho cercato
di portare avanti.
D: E quindi?
R: Eh, anche su questo sono
sempre stato un po’ la pecora
nera, meglio, la mosca bianca.
Sono stato spesso contestato,
perché nella Chiesa è diffusa
la mentalità di dare per forza
i sacramenti a tutti. Io insisto
nel dire, invece, che bisogna
prima formarli, i cristiani.
Qui in Occidente sono tutti
battezzati e tutti cristiani. Se
c’è tutto questo malaffare,
allora c’è qualcosa che non
funziona. La domanda è: che
cristiani formiamo? La mia
parrocchia è l’unica al mondo
in cui c’è una catechesi che
dura nove anni.
D: Pare che in alcune parrocchie
cittadine siano aumentate le
richieste di esorcismo.
R: La possessione la trovo una
cosa contraddittoria. Se è
vero, come dicono i testi,
che Dio è in noi, come può il
demonio cacciare la Trinità da
un corpo umano? Chi crede in
questo dovrebbe cambiare
religione.
D: E quindi, quando un
“posseduto” o i suoi familiari
vengono da lei?
R: Io faccio la mia parte, da
piccolo psicologo, ma poi li
rimando dallo psichiatra o dal
neurologo.