dario salvatori web

Ogni anno esce un suo doppio volume monumentale, una “Bibbia”, una sorta di database analogico dedicato alla musica leggera. L’ultima edizione si chiama “Il Salvatori 2016”, ed è stato presentato alla Fiera dell’Autore, organizzata da Arduino Sacco Editore e da questo giornale, conclusasi martedì scorso. Dario Salvatori è una persona cordiale, misurata e disponibile. Mangia poco, ma di cose ne dice tante.


D: Come giustifica la sua esistenza?
R: Col Fato, con Dio in Croce, con mia madre e mio padre, con la voglia che dovevo esserci per forza.
D: Qual è la canzone che le ha cambiato la vita, facendola diventare ciò che è oggi?
R: “Satisfaction”, dei Rolling Stones. Ho fatto anche un libro sul cinquantenario di questa canzone, che cade quest’anno. E’ stata una filosofia di suono che fino a quel momento non s’era mai sentita, e quelli della mia generazione ne uscirono cambiati per sempre.
D: Dov’era, quando la sentì per la prima volta?
R. Ero da “Consorti”, uno dei migliori negozi di dischi di Roma, che si trovava nella zona Prati. Ero lì per acquistare altre cose, magari qualcosa dei Beatles, ma vidi la copertina di questo disco e chiesi di poterlo ascoltare: lo comprai subito.
D: Questa “magia” potrebbe ripetersi, oggi, con un mp3?
R: Così come l’abbiamo descritta, no. Ma, per quanto riguarda l’emozione, anche un mp3 può acchiapparti.
D: Quando ha capito che sarebbe diventato un giornalista musicale?
R: Era una figura che ancora non esisteva. Nei quotidiani c’erano coloro che si occupavano di musica classica o di cinema, e in occasioni come il Festival di Sanremo, scrivevano anche di musica leggera. Alla radio, neanche a parlarne. Credo che la figura del giornalista musicale nasca con la stampa specializzata, che si affaccia sul finire degli anni Sessanta con “Ciao 2001”; era quella la primissima fase, e di cui io facevo parte.
D: Ma a che punto la musica è diventata il suo lavoro?
R: Intanto era una passione, e nessuno poteva sperare di fare un mestiere che non c’era. Ho cominciato a sperarci quando ho visto che due tizi, Arbore e Boncompagni -che poi sarebbero diventati i miei numi tutelari- lo facevano e lo facevano con successo.
D: Una massima afferma che, nove volte su dieci, un artista riserva la sua parte migliore alla propria arte, e il resto lo mette nella sua vita normale. Quante volte è rimasto deluso, nel conoscere da vicino un artista?
R: Molto spesso, e non mi riferisco alla simpatia, ma alle idee, alle ideologie, alle intenzioni. Specie negli anni Settanta, quando la musica ne era condita, da vicino mi capitava di vederle tradite, queste ideologie. Sarà per questo che ho maturato una idiosincrasia nei confronti dei musicisti “sociali” o “impegnati”. Sono i peggiori.
D: Sono degli ipocriti?
R: Peggio. Sono persone che non si fidano delle loro qualità vocali e strumentali, e allora la buttano su un terreno dove è difficile beccare un fischio. Mi spiego: se tu fai una cosa per i bambini dell’Africa o contro l’Aids, è difficile che ti fischiano, anche se sei una pippa mostruosa. In questo caso, il musicista è un imbroglione. No, la musica “impegnata” non la vedo di buon occhio.
D: La musica non deve veicolare messaggi?
R: Sì, ma bisogna vedere chi li veicola, con quali motivazioni e quali caratteristiche tecniche ha.
D: I personaggi di successo vengono costruiti a tavolino?
R: I meccanismi sono sempre taroccati, anche se i discografici di una volta sono morti di morte naturale. In mancanza dei loro soldi e della possibilità di investire a lungo termine, il meccanismo è quello dei “talent show”. Ed è un meccanismo infernale, perchè si produce solo qualche piccolo fenomeno, effimero, ma poi rimangono tutti i guai personali di questa gente, anche dal punto di vista privato e familiare.
D: Il successo, grande ma passeggero, li rovina?
R: Sì, certo. E’ una scorciatoia, perchè non è difficile avere successo in un contesto dove sei coccolato e dove il pubblico è pagato per applaudire. Ma i dolori vengono subito dopo. Il problema è che tutti non aspettano altro che andare in tv, e non accettano un eventuale consiglio contrario.
D: Che sarebbe?
R: Semplice. Lavorare dove ancora la musica batte col cuore giusto: nei club, nei posti piccoli, cantare canzoni proprie, stare tre ore su un palco, parlare col pubblico. Tutte cose che in Tv non accadono.
D: Lei sta descrivendo ciò che, per esempio, accadeva al famoso “Folk Studio” di Roma.
R: Sì, solo che lì c’era una certa puzza sotto al naso. Dovevi cantare un certo tipo di cose, perché sennò Giancarlo Cesaroni nemmeno ti prendeva. Io abitavo praticamente al piano di sopra.
D: Al Folk Studio si fece le ossa il nostro Antonio Infantino, il “tarantolato” per eccellenza. Lei lo ha conosciuto?
R: Come no. Anche se non è il mio genere, posso dire che era un artista di un trascinante mai visto. Un personaggio straordinario: come dice giustamente lei, era lui per primo a essere un “tarantato”. A quell’epoca, inizio anni Settanta, forse nemmeno lui poteva immaginare che la taranta avrebbe avuto tutto quel seguito. Era un genere totalmente dimenticato, perchè in quel periodo si dava più spazio alle tammurriate e alle villanelle della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Infantino, invece, diede inizio a quella riscoperta, ed era il più bravo. Uno straordinario indemoniato. A me piaceva moltissimo.
D: E Arisa, invece, che tipo di personaggio è?
R: Abbastanza controverso. Una che -pur avendo delle cose da dire- si è trovata in una serie di coincidenze molto fortunate. Innanzitutto lei era fidanzata con questo qui che è un fior di autore, che le ha scritto delle cose, e a cui lei deve molto; poi si è trovata sul palco di quel Sanremo con Lelio Luttazzi che le faceva da padrino, nella sua ultima apparizione in tv prima di morire. Poi le ha dato una grossa mano una stupida stampa gossip, poiché lei aveva questa faccia particolare -che sembrava una maschera “naso e occhiali”- e parlava come un cartone animato. Il suo errore, secondo me, è stato pensare di poter fare tutto.
D: Il cinema, la tv, i libri...?
R: Non so se qualcuno la consiglia, ma trovo che ci sia un’avidità molto evidente e deludente. La chiamano a fare tutto, presentatrice, attrice, scrittrice, e lei accetta. Dovrebbe capire che è troppo, e che interpreti del passato che si sono trovati nella sua stessa situazione, non l’hanno fatto e non l’avrebbero fatto. Io credo che lei, in cuor suo, sappia che non sono cose nelle sue corde, eppure le fa. E allora perchè le fa? Io credo che tutto questo diminuisca lo spessore artistico- si fa per dire- del personaggio. Dovrebbe fare qualche passo indietro, altrimenti cade nel ridicolo; cosa che è successa quando ha fatto il giudice dei “talent”, o quando ha fatto Tina Pica da giovane.
D: Lei spesso è stato critico anche con Lucio Dalla. A microfoni spenti mi diceva che era un “paraculo”: Dalla si dichiarava innamorato e “sponsor” di Matera Capitale della Cultura.
R: Sì, lui era uno che -avidamente- voleva piacere a tutti, perchè per anni, quasi per decenni, era stato rifiutato da tutti.
D: Aveva l’ossessione di piacere, insomma.
R: Sì, ma guardi che è un’ossessione che ha il 90% di coloro che salgono su un palco. Se sali su un palco, qualcosa da far scontare a qualcuno c’è sempre. Lucio Dalla questa esasperazione ce l’aveva all’ennesima potenza. Nessuno di noi, di quelli che lavorano in questo settore, è del tutto “normale”.
D: E qual è la sua, di “anormalità”?
R: Non sento l’emozione. E non sempre è considerata come una cosa positiva. Ho visto artisti famosissimi, italiani e non, morire di paura prima di salire su un palco, anche televisivo. Ho visto cantanti, con decenni di carriera alle spalle, fare capolino e dire “Voi siete pazzi se pensate che stasera esco davanti a queste diecimila persone”. E l’ho sentito dire da Morandi, da Bobby Solo, dallo stesso Dalla.
D: Torniamo alla Basilicata. Qualche settimana fa una bambina di Potenza ha trionfato a “Ti lascio una canzone”. Non tutti -me compreso- vedono di buon occhio queste trasmissioni. L’impressione infatti non è la stessa di uno “Zecchino D’Oro”, ma di un tipo di programmi in cui i bambini fanno gli adulti. Che ne pensa?
R: Non ho visto questa bambina, ma la sua è un’analisi giusta, che ha a che vedere col degrado televisivo che genera dei “fenomeni”, dei mostri. Nessun bambino, oggi, salirebbe su un palco a cantare “Il Pulcino ballerino” o “La giacca rotta”; gli sputerebbero in faccia, e pure ai genitori. Quei bambini, pertanto, non esistono più, perchè non ci interessano più. Esistono invece i bambini-mostri.
D: Non si rischia, anche in questo caso, di creare dei futuri insoddisfatti?
R: Intanto si creano mostri. Poi, come dice la canzone, “Uno su mille ce la fa”, solo uno su mille diventa “Il Volo”, per tutti gli altri non è così. Qui la musica non c’entra più niente, c’entra solo la necessità di creare mostri.
D: Forse con lei le nostre domande finali suonano banali, ma procediamo lo stesso. La canzone preferita me l’ha già detta. Mi dica la seconda.
R: Diciamo, “Tutti Frutti”, di Little Richard.
D: Il film preferito?
R: “La Dolce Vita” di Fellini.
D: “La Grande Bellezza” di Sorrentino, è allo stesso livello?
R: No, quel film è la “La Dolce Vita” con la tosse.
D: Il Libro?
R: “Gli Indifferenti”, di Moravia.
D: Fra cent’anni, cosa vede scritto sulla sua lapide?
R: “Per sempre appassionato”.