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“Cosa vorrebbe venisse scritto sulla sua lapide?” E’ la domanda finale delle nostre interviste realizzate “a tavola”. Alcuni degli interlocutori rimangono sorpresi, altri fanno gli scongiuri, altri sorridono divertiti. Lui rispose pronto e col sorriso: “Comportatevi bene, sennò ritorno”, disse.


Antonio Luongo lo intervistammo per la nostra seguita rubrica “Indovina chi viene a pranzo”, proprio alla vigilia della sua nomina a segretario regionale del Pd. Arrivò all’Art Restaurant con andatura dinoccolata e postura ricurva, in una tenuta kaki: maglietta e pantalone largo. Era estate, faceva molto caldo e mangiò solo una mozzarella col pomodoro, Aveva compiuto 56 anni da pochi giorni. L’intervista l’avevamo “combinata” qualche tempo prima a una Fiera tenutasi presso L’Efab di Tito Scalo, quella del Baratto, se non sbaglio. Lui era lì che scartabellava fra i vinili usati e per lo più a gesti concordammo l’incontro a pranzo. Riportiamo qui di seguito i tratti più significativi di quell’intervista, pubblicata su Controsenso Basilicata del 2 agosto 2014.
D: Voi del Pd siete quasi tutti dei fanatici dell’uso di Twitter. Molti litigi e battibecchi all’interno del partito si consumano sul social network. Lei però non ne fa un grande uso. Perché?
R: Sono mezzi importantissimi, ma bisogna saperli usare. Bisogna avere idee e cose da comunicare. E siccome io sono rispettoso delle varie generazioni, ritengo che la mia e soprattutto i politici della mia generazione debbano saper ascoltare, più che saperli utilizzare.
D: Quindi lei magari legge, ma …
R: Io “ascolto”, ma non li utilizzo. Un politico non deve scrivere giudizi, ma dare un senso alle cose più interessanti che emergono, sapendo distinguere tra interventi genuini e quelli delle “tifoserie”.
D: Abbiamo intervistato tanti esponenti del Pd, e molti si sono proclamati “troppo buoni”. A tal proposito scrivevo che, evidentemente, c’è qualcuno che bluffa. Anche lei è “troppo buono”?
R: No, io sono troppo cattivo.
D: E perché?
R: Sono autonomo e decido con la mia testa, e poi un politico non si deve mai auto-giudicare, ma si deve sempre far giudicare dagli altri.
D: Ha mai pagato lo scotto di questa sua autonomia?
R: Assolutamente no. Anzi, secondo me è un valore che mi è riconosciuto dagli altri. Questo mio distinguermi, e ovviamente la credibilità di questa mia distinzione, forse ha aiutato un po’ certi passaggi nel partito, ma, le ripeto, a me interessa soprattutto il giudizio degli altri.
D: A giudizio degli altri lei sarebbe un “portatore d’acqua”, un “mediano” che fa un lavoro oscuro, insomma, un giocatore poco appariscente, ma impegnato a tenere tutti i birilli in aria. Almeno, questo è quel che si diceva e si leggeva di lei nel partito, fino a qualche tempo fa.
R: C’è un aspetto che se mi è riconosciuto, è proprio quello di tentare, fino all’ossessione, di tenere insieme i punti di vista diversi; poi c’è un aspetto della mia cultura politica che non è apparire, ma essere.
D. Veniamo alla cronaca. Recentemente lei è stato prosciolto per prescrizione, da un’accusa di corruzione nell’ambito dell’inchiesta “Iena 2”. Poteva anche rinunciare alla prescrizione, ma non lo ha fatto. Perché?
R: Perché ci sono aspetti molto delicati.
D: Non aveva fiducia nella giustizia?
R: No, non è una questione di fiducia. Pur con estremo rispetto per tutte le posizioni, ho ritenuto che “forzare” più di tanto sarebbe stato sbagliato. Guardi, io ho sofferto molto, ma ogni cosa può essere letta in maniera diversa, ed era inopportuno che qualcuno potesse leggere la mia eventuale rinuncia alla prescrizione anche come una sorta di sfida. Dopo 11 anni, insistere su questa cosa poteva anche essere letta in questo modo. Ovviamente, è una mia supposizione.
D: Quando la faccenda giudiziaria era ancora pendente, lei rinunciò alla corsa al parlamento col Pd, pur avendo fatto incetta di voti alle primarie. Il gesto fu molto apprezzato dai membri del suo partito. Come giudica, finora, il lavoro di chi invece al parlamento ci è andato?
R: Io non sono stato un buon parlamentare: è un lavoro che non sono riuscito a fare bene. Invece c’è stato e c’è chi è un ottimo parlamentare; persone che secondo me anche altre regioni ci invidiano, perché hanno una grande capacità e una grande competenza. Io, invece, tra tutti i parlamentari, sono stato forse il più fesso.
D: Addirittura?
R: Ma perché è un lavoro che non mi piace.
D: Allora perché si è fatto eleggere?
R: Perché pensavo che in Parlamento ci fosse una dimensione più “politica”.
D: E invece?
R: E invece, sostanzialmente, la situazione si perde in meccanicismi, procedure. L’efficacia del mandato parlamentare si perde in un sistema molto complicato. Ad esempio, l’interpellanza, secondo me, è più una sconfitta che un risultato.
D: Lo motivi.
R: Nel senso che un parlamentare deve portare a casa risultati, non tanto dimostrare esclusivamente la sua capacità di iniziativa di lavoro, di fare domande.
D: E portare a casa dei risultati …?
R: È complicatissimo.
D: E perché dice che i parlamentari attuali del Pd, a differenza di lei, sono bravi? Perché si sanno districare meglio fra questi aridi “tecnicismi”?
R. No, io ritengo che loro sono portati per quel genere di lavoro, che è un lavoro pesante. Guardi che è durissima stare nelle commissioni, avere cognizione di causa delle leggi, eccetera. Una cosa è il dibattito in aula, una cosa è il lavoro in commissione, dove devi stare parecchio nel merito, nonché dentro regole e leggi.
D: Per questo faceva molte assenze?
R: In parte sì, in parte perché ero impegnato in un lavoro più propriamente politico qui in regione.
D: Quindi, Lei col Parlamento ha chiuso per sempre?
R: L’ho già detto. Noi abbiamo bisogno di un segretario che non è candidato a nulla, che curi il partito: deve essere dedicato alla cura del partito.
D: Una volta su Controsenso facemmo un articolo sul “giovane Luongo”: 24 ore su 24 nella sezione del Partito Comunista in via Mazzini …
R: Ancora oggi è così. Nonostante abbia il titolo di “Onorevole”, carico e scarico manifesti, se serve. Porto i volantini.
D: Perché, è nostalgico della politica di una volta?
R: Non è nostalgia; la militanza è un’attività ampissima, che va dalla capacità di orientare una discussione a un tavolo importante, al lavoro più semplice e minuto, ma fatto in maniera naturale.
D: Lei è ancora un “Comunista”?
R: Bisognerebbe prima dire cosa s’intende per Comunista (ride). Se per Comunista s’intende uno che ritiene che ci sono ancora delle diseguaglianze da superare, che non c’è giustizia sociale, beh, sicuramente sì.
D: Qui in Basilicata, quali sono le “diseguaglianze” che persistono?
R: C’è da rivedere il rapporto governati-governanti, perché il sistema di noi meridionali, nella sua storia, ha creato sempre una dipendenza e non un’autonomia. Noi questa partita ancora non l’abbiamo vinta, perché la missione del Pd dovrebbe essere quella di rendere più autonomi e più liberi gli altri, non certo più dipendenti dalla politica.
D: E’ un fallimento principalmente imputabile al Pd, quindi?
R: Non è un fallimento, ma una sfida complessa; io non credo alla dicotomia società civile/società politica. Il tema dell’innovazione è soprattutto questo: quanta domanda di cambiamento reale c’è, in termini di autonomia, da parte della società.
D: E tutti i Presidenti di regione di centrosinistra, cos’hanno fatto in quest’ottica?
R: Io credo che il Centro Sinistra abbia introdotto nuovi livelli di civiltà, non c’è dubbio. Ma poi non puoi giudicare un Presidente se non in riferimento alla “base” particolare in cui esercita. Ad esempio, io ritengo che per le situazioni date, D: Marcello Pittella ha più difficoltà di Bubbico e di De Filippo, perché la dimensione della crisi economica è davanti a tutti; i tagli che ci sono alla spesa pubblica sono evidenti. Abbiamo, oltretutto, un’inversione delle gerarchie, perché R: De Filippo e Bubbico hanno vissuto sostanzialmente l’epoca del Federalismo, e oggi siamo alla fine del Federalismo; abbiamo una nuova forma di neocentralismo decisionale che riguarda soprattutto cose che interessano la Basilicata, come il tema dell’energia.
D: Lei non vuole esprimere giudizi, ma io la costringo. Le faccio dei nomi e lei mi dà delle definizioni.
R: Va bene.
D: Bubbico.
R: Uno dei migliori amministratori del Mezzogiorno.
D: De Filippo.
R: Ha vissuto una fase molto più complicata di quella di Filippo Bubbico, però lo ritengo il governatore che alla fine ha prodotto una stabilità del Centro Sinistra, e al contempo si è incardinato in quella sfida di sviluppo della Basilicata. De Filippo ha poi pagato il prezzo del doppio mandato.
D: Folino.
R: Vincenzo Folino è un generoso e un ingenuo.
D: Lacorazza.
R: Piero forse è un vero animale politico; l’unico limite che ha è che deve considerare di più il pensiero altrui, deve ascoltare di più.
D: Pittella.
R: Marcello è la nostra speranza, perché ha saputo interpretare un immaginario.
D: Margiotta.
R: Uno dei quadri politici più intelligenti che abbiamo.
D: Politicamente parlando, oggi, un esponente del Pd ha più a che fare con nemici interni o esterni?
R: Eh, eh. Cercare di andare fuori dal Pd ormai è impossibile, ormai è tutto dentro il Pd. Poi, adesso c’è una dialettica particolare; noi siamo in un passaggio particolare dove si stanno ridefinendo aspettative, gerarchie. Il problema però è non fare danno al partito, è mantenere sempre un livello alto di civiltà politica al nostro interno. La politica conta, ma per cortesia rispettiamo le persone.
D: Congresso del Pd. Chi vincerà?
R: In linea di massima ritengo di avere più possibilità io di Luca Braia, però sa, le dinamiche sono tante, e c’è anche da considerare il modo come ci arrivi. A me preoccupa più il modo che l’esito, che sia il più chiaro e il più limpido possibile. Tutte e tre le aree, riferibili ai candidati segretari, sono attraversate in maniera identica dallo stesso bisogno di cambiamento, ma nessuna di loro può vantare di tenere in mano la bandierina del nuovo. Il problema del rinnovamento delle classi dirigenti, non sta tanto nell’esporlo, ma nel saperlo fare, nel governarlo. Io ho sempre detto che forse ci riesce più chi lo deve promuovere, il rinnovamento, che chi pensa invece già di rappresentarlo. E la base per farlo è il totale disinteresse del segretario, perché solo un segretario disinteressato, sul quale né puoi costruire e né finalizzare tutto il partito al suo destino, può essere la soluzione.
Nel Pd ci sono anche ottimi “musicisti”. De Filippo suona la chitarra e canta, Lacorazza le tastiere. Anzi, il presidente del consiglio regionale dice che non ha mai potuto duettare con De Filippo, perché c’era già lei al pianoforte.
Ah, ah. Voleva dire che io ho avuto sempre un rapporto privilegiato con De Filippo.
D: S’era capito.
R: Lacorazza, però, io non l’ho mai visto alle tastiere. Sarà. Io comunque suono davvero. Ho un gruppo, i “Cuori infranti”, una band storica degli anni 80. Suonavamo i Doors, i Talking Heads, Lou Reed … ma adesso ci dilettiamo a fare cose nostre. Rock con matrice degli anni 80. Faremo presto un cd.
D: Chi sono i membri del gruppo?
R: I testi sono di Francesco Tolla, che canta; ci sono io alle tastiere, Vincenzo Gerardi alla chitarra, Tonino Aicale al basso, Giovanni Montecalvo alla batteria, che ha sostituito Tepedino, detto “Tepepa”, che è morto; la corista è Monica Pietrafesa.
D: Dove suonate? In un garage come i ragazzini?
R: Proprio così! Abbiamo preso in affitto un locale con altri 2 gruppi. A noi tocca suonare il lunedì sera.
D. Ma sua moglie che dice?
R: Ah, ah! Deve chiedere a Lei! Comunque ho una figlia, che è l’unica che comanda su di me; ha 16 anni ed è iscritta al ginnasio. Con lei ho un bellissimo rapporto confidenziale. Forse troppo.
D: C’è un mito o personaggio del cinema che l’ha ispirata?
R: Forse Marlon Brando. Quello di “Fronte del porto”, ma anche il generale Kurtz di “Apocalyspse Now”. Bellissimo quel suo ”monologo” sull’“Orrore”.
D: Antonio Luongo, che cos’è l’orrore?
R: È l’impotenza della ragione a trovare una soluzione umana.
D: Ha fede in Dio?
R: No, sono un agnostico.
D: E se la sua vita avesse una colonna sonora?
R: Sarebbe “I’m so free”, “Io sono libero,” di Lou Reed.
D: Esiste un libro che parla anche di lei?
R: “Memorie di Adriano”, di Marguerite Yourcenar.
D. Perché, si sente un imperatore?
R: No. Come il protagonista, faccio i conti con la mia esistenza.
D: Cosa vede scritto sulla sua lapide?
R: “Comportatevi bene, sennò ritorno”.