mario trufelli

In Basilicata –non ce ne voglia nessuno- “giornalista” fa rima con “Trufelli”. Pur avendo conosciuto e intervistato i maggiori medici del mondo, giorni fa era in fila al San Carlo, come uno qualsiasi.


Qualcuno gli ha fatto notare che lui, Mario Trufelli, avrebbe potuto ben avvalersi delle “sue conoscenze” e risparmiare tempo, ma lui ha agitato il dito indice e ha spiegato: “Mio caro, non si fa”. Ecco, il Decano dei giornalisti lucani è soprattutto questo. Un uomo che non nega di essere vanitoso, ma che nel suo lavoro ci ha messo soprattutto il cuore e la sensibilità. Quando arriviamo all’Art Restaurant, troviamo molti dipendenti della Rai regionale –in cui è stato caporedattore per 26 anni- che stanno pranzando. Gli vengono incontro, lo abbracciano e lo salutano con affetto. Anche quelli più giovani, che non l’hanno conosciuto. Lui sorride e poi, non visto, si commuove. Questo è Mario Trufelli.
D: Come giustifica la sua esistenza?
R: E’ un’avventura.
D: L’episodio più bello di questa avventura?
R:La mia famiglia.
D: Quando ha capito che avrebbe fatto il giornalista?
R: Quasi subito. A diciotto anni iniziai a scrivere poesie e racconti. Presi a scrivere anche di teatro, poiché recitavo nel teatro delle suore a Tricarico.
D: La sua poesia più celebre è “Lucania”: mia madre la insegnava agli alunni delle elementari. Com’è nata?
R: All’improvviso, nel 1953, ma mi aleggiava in testa da tempo. Un giorno –era una splendida giornata di aprile- ero a tavola con tutta la mia famiglia: i versi cominciarono a balenarmi in testa e allora presi a fare la spola, dalla tavola alla mia stanza, per andarli a scrivere. Mia madre a qual punto mi riprese, temendo che mio padre potesse risentirsi per quel mio andirivieni, ma lui –che aveva già capito- disse: “Lucia, lascialo fare, che sta facendo Gabriele D’Annunzio”.
D: Il giornalismo vero e proprio quando è arrivato?
R: Nel 1958, quando cominciai a scrivere sul Popolo di Roma. All’epoca lavoravo per la Dc a Matera, e poco prima di sposarmi, nel 1959, fui trasferito alla direzione nazionale, che si trovava in Piazza del Gesù a Roma. Il segretario del partito era Aldo Moro.
D: E quando è entrata in scena la RAI?
R: Collaborando a diversi giornali e riviste, il mio nome aveva cominciato a circolare. Fu così che, nel 1961 tornai a casa e mia moglie mi disse “Ti cercano dalla RAI”. Il dirigente Piccone Stella, un uomo all’epoca potentissimo, voleva un giornalista lucano per la sede lucana, appena aperta.
D. Accettò subito?
R: No, mi presi tempo per riflettere, perché a Roma ero sistemato bene. La sera convocai tutti i miei amici scrittori e chiesi consiglio a loro. Il responso fu: “Devi andare, perché quella è la tua Terra. E ha bisogno di gente come te”. Anche mia moglie fu dello stesso avviso.
D. E il resto è Storia, come si suol dire.
R: Arrivai a Potenza nudo e crudo. Tuttavia capii che la RAI, oltre alla radio, mi metteva in mano un mezzo straordinario: la televisione.
D: Ancora oggi, gli anziani dei paesi lucani ricordano due cose: Colombo che fece le strade, e Trufelli che andava in giro col microfono a intervistare la gente. Ha nostalgia di quella Basilicata?
R. Nostalgia no, ma ricordi dolcissimi sì. Negli anni Sessanta c’era miseria - meglio, la povertà- e io mi interessavo molto alla condizione delle famiglie lucane. Appena sentivo di una qualche difficoltà, per l’acqua, per la luce o quant’altro, scattavo con microfono e telecamera al seguito. Ho raccontato la storia di questi paesi.
D: Come Ernesto De Martino, lei intervistava molto gli anziani.
R: Ma no, De Martino veniva da fuori, io invece ero lucano come loro! Sapevo come si comportavano, come pensavano, e sapevo come entrare in una casa contadina.
D: Cosa abbiamo perso, da allora?
R: L’autenticità. E la libertà. C’era povertà, ma era una povertà dignitosa. Oggi c’è troppa distrazione, troppo consumismo.
D: Spesso si guarda all’epoca “di Colombo”, con un occhio revisionista.
R: Sbagliato. Se non ci fosse stato lui, tante cose non si sarebbero fatte. Io gli sono stato molto vicino e posso dirle che era molto ansioso e sensibile, circa i problemi dei lucani.
D: Ogni tanto si sente dire, a proposito di qualche politico lucano -De Filippo e Speranza, per esempio- che abbiamo a che fare con “il nuovo Colombo”. Che ne pensa?
R: Che ogni uomo fa storia a sé. Colombo resta Colombo. Gli altri, se sono alla sua altezza, lo devono ancora dimostrare.
D: La politica l’ha aiutata?
R: Più che “aiutarmi”, mi ha voluto bene.
D: E lei, in RAI, quanta gente ha “aiutato”?
R: Ho voluto bene a tutti. Certo, qualcuno è arrivato grazie a “sollecitazioni” troppo forti. E anche se io non ero d’accordo, ho sopportato. Ecco, questa era una colpa di Colombo, ma lui veniva tormentato dalla gente che chiedeva. Tuttavia, a parte qualche nome che non faccio, alla RAI arrivarono tutti giovani, bravi, rispettosi e armati di buona volontà.
D: Ha mai preso una querela?
R: Una, pesante. Un mio giornalista aveva dato una notizia falsa alla radio, mentre io ero in ferie. In tribunale, ci finii io, come capo redattore RAI. Il mio avvocato, il grande Laforgia, mi suggerì di dimostrare che ero in vacanza, ma io rifiutai, perché non volevo mettere nei guai la redazione. Alla fine, il querelante fu risarcito dalla RAI –cinque milioni di lire- e ritirò la denuncia.
D: Lei oggi è il Presidente del Consiglio di Disciplina dei giornalisti lucani. Come si comportano?
R: Credono di poter scrivere di tutto e di tutti. Bisogna riacquisire la correttezza e controllare, controllare e controllare, prima di scrivere.
D: Per vent’anni lei è stato protagonista di “Check Up”, notissima trasmissione RAI di medicina. Come ci è finito?
R: E’ una storia particolare. Tutto iniziò col mio incidente del 1975: scoppio del ginocchio. Caddi in un cantiere nei pressi di casa mia e mi feci male sul serio. Per farla breve, mi operai da Muller, il luminare di Berna, dopo che uno specialista italiano – il famoso Giorgio Monticelli- mi aveva detto che c’era poco da fare. Tempo dopo, mi feci invitare a una puntata di “Check Up”, ed ebbi l’occasione di “torchiare” proprio Monticelli. A fine puntata, questi si lamentò di “quel rompicoglioni”, cioè io, e Biagio Agnes mi assegnò il ruolo di “provocatore” fisso. In questo modo, negli anni ho conosciuto e intervistato i maggiori luminari del mondo. Ogni volta, però, approfondivo e studiavo tanto.
D. Facciamo un “Check up” alla Basilicata. Di cosa ha bisogno, secondo lei?
R. Di ossigeno.
D: Cioè soldi?
R: Tutto. Servizi. Lavoro.
D: Il libro della sua vita?
R: “I fratelli Karamazov”, di Dostoevskij.
D. La canzone?
R: “Strangers in the Night”, di Frank.
D: Il film?
R: Fellini, “La dolce vita”.
D: Fra cent’anni, cosa vede scritto sua lapide?
R: Sinisgalli si scrisse un epitaffio da vivo. Io ci voglio aggiungere due versi miei: “Tornerai a tutte le stagioni tenace, come il grano e l’uva nelle vigne”. E’ una poesia dedicata a mia madre.