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Hamza Zirem, scrittore italo-algerino di 47 anni residente a Potenza, è un uomo piccolo di statura, ma nella sua vita ha fatto cose grosse.

Lavora come mediatore interculturale e linguistico, e ha ottenuto importanti premi letterari, tra cui il Premio Nuova Scrittura Attiva, il Premio Europa, il Premio Salvo D’Acquisto, il Premio Universum Basilicata, il Premio Albero Andronico e il Premio La Pulce Letteraria. Hamza Zirem è stato nominato dall’Università della Pace della Svizzera italiana “Ambasciatore di Pace” per il suo lodevole e instancabile “impegno nella promozione dei diritti umani, per la sua preziosa testimonianza nel campo culturale, civile e sociale intesa all’esaltazione dei valori dell’amore e della fratellanza universale”.
D: Come giustifica la sua esistenza?
R: Dedicandomi alle mie passioni, al mio lavoro, alla cultura. Oggi faccio tantissimi incontri nelle scuole, e parlo della mia esperienza e dell’emigrazione.
D: Leggo su Internet che è dovuto andar via dall’Algeria perché ha avuto dei problemi con le sue pubblicazioni.
R: In Algeria avevo pubblicato un libro di interviste con lo scrittore francese Jean-Pierre Andrevon. Lui è ateo, e in quell’occasione aveva criticato le religioni, in maniera ragionata. E così in Algeria mi accusarono di aver dato voce a uno “straniero” che “si era permesso” di criticare l’Islam.
D: Lei non è un seguace dell’Islam?
R: No, non sono né arabo, né musulmano. Non lo sono mai stato. Io sono laico.
D: Ha ricevuto minacce?
R: Sì, minacce. Successivamente, dal 2001 al 2004, ho partecipato, come delegato del mio villaggio, al movimento pacifista cittadino. Nella mia regione, la Cabilia, che è di cultura berbera, abbiamo redatto in 15 punti una piattaforma di rivendicazioni culturali, economiche e sociali, e abbiamo fatto in modo che pervenisse al Capo dello Stato. Loro hanno fatto di tutto per fermarci. La gendarmeria e la polizia hanno sparato sui giovani che manifestavano e hanno ucciso circa 130 persone.
D: Per questo ha lasciato il suo paese?
R: Ricevevo certe telefonate… In Algeria le minacce le fanno i servizi segreti. Non sai mai chi ti minaccia, ma ti chiamano e ti dicono “Tu hai fatto questo e quello e non lo dovevi fare…”. Io avevo un posto fisso, insegnavo letteratura francese nelle scuole superiori. Un giorno sono tornato a casa e l’ho trovata saccheggiata e bruciata, mi hanno distrutto il computer.
D: Un gesto di estremisti islamici?
R: Può essere, ma non posso dirlo con precisione. Come dicevo, da noi le minacce provengono dai servizi segreti che lavorano per i militari. Quel che è certo, è che le minacce che avevo ricevuto per il libro erano di matrice islamica. Questo è sicuro.
D: Una volta giunto in Europa, ha poi dovuto confrontarsi col razzismo?
R: Io sono stato molto fortunato. Ho lasciato l’Algeria e sono andato a Parigi su invito ufficiale di un centro culturale. Era un invito per una residenza per scrittura, che mi ha consentito di avere il visto. Da Parigi partii immediatamente per la Norvegia, alla volta di un’organizzazione internazionale che si chiama ICOR, “International Cities of Refuge Network”, una rete internazionale di “città rifugio” per scrittori.
D: Di cosa si tratta?
R: In tutto il mondo, America compresa, esistono una quarantina di città che danno ospitalità, con borsa di studio, a degli scrittori affinché ritrovino la libertà di espressione. Sono stato in Norvegia per un anno e poi, nel 2009, sempre tramite la stessa rete, sono giunto a Potenza.
D: Potenza faceva parte di quel circuito?
R: Pochi lo sanno, ma era l’unica città in Italia, a parte la regione Toscana. Adesso non più. Comunque, terminata la borsa di studio, avrei potuto andare verso altre città –mi volevano ospitare in Danimarca- ma ho preferito rimanere qui.
D: Potenza l’ha conquistata?
R: Io sono innamorato del Sud Italia, i Norvegesi invece erano freddi, come il loro clima. Lo dico sempre negli incontri nelle scuole, i Nordafricani e gli Italiani del Sud sono diversi, ma hanno molte cose in comune: il ritmo della musica, il cibo, l’architettura, i rapporti umani, la sacralità della famiglia. Per questo dobbiamo stare uniti. Poi, certo, qui a Potenza ho conosciuto mia moglie e mi sono sposato.
D: Veniamo ai fatti di Parigi. Quando succedono queste cose, lei avverte sguardi diversi su di sé e sulla sua gente qui in Italia?
R: Personalmente no. Quel che è successo è un fatto troppo brutto per essere commentato. E’ una guerra, un attacco ai paesi dei diritti e ai giovani. Io ho un fratello che fa il giornalista a Parigi: lui e i miei amici di lì mi dicono che è una cosa che si aspettavano tutti. I servizi segreti potevano evitare la strage. Verrebbe da pensare che ci sia stata una complicità interna francese, anche se non ne capirei il perché.
D: Perché la Francia se lo doveva aspettare?
R: E’ un fatto di politica interna. Ci sono i magrebini nati in Francia, che vivono nelle periferie, nelle banlieue, che non si riconoscono nella cultura francese. Pertanto sono facilmente influenzabili da questi radicali fanatici, che propongono un progetto di vita alternativo al vuoto e alla crisi d’identità che questi giovani percepiscono.
D: A gennaio ci fu la strage di Charlie Hebdo. In quell’occasione ci fu anche chi, pur nel dolore, fece notare che i vignettisti francesi avevano provocato i fanatici. Per la serie: “Se la sono cercata, non si sfottono le religioni altrui”.
R: Dire che se la sono cercata è troppo. Personalmente, non condivido la linea editoriale di quel giornale, che prende in giro tutti –cattolici e musulmani- con vignette che non fanno neanche ridere, ma quell’attacco alla libertà di espressione mi ha lasciato segni profondi. Wolinski io lo conoscevo, anche.
D: Tiziano Terzani diceva che per sconfiggere il terrorismo non serve eliminare i terroristi, ma le ragioni che li rendono tali.
R: Ha totalmente ragione. Nel mio paese per dieci anni c’è stata una guerra di questo tipo. C’era il Gruppo Islamici Armati, e c’era il Fronte Islamico della Salvezza, che vinse le elezioni. Ma i militari –che da sempre dominano in Algeria- le annullarono, dichiararono illegale quel partito, e questo si trasformò in un’organizzazione armata. Algerini uccidevano altri Algerini. Nel “decennio nero” ne morirono 200mila. Questa inutile guerra l’abbiamo vissuta da soli, perché nell’Occidente non se ne parlava.
D: E’ una cosa che si ripete anche adesso?
R: Sì, si parla solo di Parigi, ma non degli attentati in Libano, in Palestina, in Turchia. C’è in atto una discriminazione, da parte di alcuni media e di alcuni politici. La stessa Francia, dopo più di un secolo di colonizzazione, in Algeria ha lasciato tracce molto forti. La guerra di liberazione è durata otto anni.
D: Poi c’è stata la faccenda dell’OAS.
R: Sì, un’organizzazione clandestina che ostacolava l’indipendenza, a favore del mantenimento della presenza coloniale francese in Algeria. Hanno terrorizzato la popolazione e ucciso molti intellettuali e cittadini comuni. Oggi ci sono ancora frizioni. Il governo algerino chiede sempre le scuse ufficiali della Francia, ma non sono mai arrivate.
D: C’è infatti chi punta il dito contro la politica estera occidentale, in primis quella dell’America.
R: Gli USA hanno distrutto l’Afganistan e l’Iraq. Qui hanno diviso e fatto scaturire una guerra fra Sunniti, Sciiti e Curdi. L’idea di “riportare la democrazia” è una cosa assurda. Gli Americani sono responsabili di tanto caos nel mondo. La stessa guerra Israelo-Palestinese, loro non hanno interesse a farla finire, continuando a sostenere Israele. I problemi attuali sono iniziati nel 2011, con le “primavere arabe”. All’epoca nessuno voleva dare una mano. Il fatto è che nell’Occidente si pensa che esista un solo “mondo arabo” unito, ma non è affatto così. Non esiste “un mondo arabo”. La Lega Araba, per esempio, non ha mai risolto nulla; nel 1989 nacque anche l’Unione del Maghreb Arabo, ma non è servito a niente. Quel che è rimasto, è la vecchia ostilità fra i governi di Algeria e Marocco. Il sociologo arabo del XII secolo Ibn Khaldun, diceva: “Gli Arabi si sono messi d’accordo per non essere d’accordo”.
D: E adesso? L’intervento militare è la scelta più opportuna?
R: In generale sono contrario agli interventi militari. Come dicevo, le guerre in Iraq e in Afganistan hanno creato solo una grande confusione, e non si è risolto nessun problema culturale. Al contrario, credo sempre nella diplomazia, nella ricerca di una soluzione politica. Ma queste cose andavano fatte prima della nascita dell’Isis. Adesso è tardi. L’intervento militare, però, può essere solo una parte della soluzione, e va accompagnato dal dialogo, da un cambiamento culturale. Anche per quanto riguarda la Libia si diceva che non c’era nessuno con cui dialogare, ma non era così.
D: Ma cosa può vuol dire, a questo punto, la parola “dialogo”?
R: Da parte dell’Occidente occorre fare un grande lavoro perché nei loro paesi ci sia una vera integrazione culturale, anche in Italia, che ospita tutti quei flussi migratori. Perché i governi occidentali, ad esempio, non applicano una politica di cooperazione e di aiuto lì, nei paesi dell’africa sub-sahariana, da dove i flussi migratori provengono? Costerebbe di meno, ma il mondo è governato da interessi economici. Fra Italia e Algeria ci sono solo scambi economici –il gas- ma non anche culturali. Occorre ascoltare le posizioni delle minoranze, cosa che è mancata in Francia, dove c’è sempre una forma di razzismo nei confronti dei magrebini: mio fratello fa il giornalista da tanti anni, ma ha difficoltà a lavorare coi media francesi. Gli stessi arabi, però, devono fare un gran lavoro in quel senso. Le storie del mio paese stanno lì a ricordacelo. In Algeria chi scriveva in francese aveva grossi problemi, anche se oggi il francese è la lingua ufficiale.
D: E per quanto riguarda l’ISIS? Dialogare con loro la vedo difficile.
R: Quelli lì ormai hanno scelto la loro strada. Sono pazzi, sognano di governare il mondo. Guardi che già il fatto che si siano definiti, con molta ipocrisia, “Stato Islamico”, è una cosa che offende i musulmani.
D: L’Islam è una religione di pace?
R: Certamente, per fortuna. Ma quelli dell’ISIS si approfittano di alcuni passaggi del Corano, che sono piuttosto ermetici, perché scritti con un linguaggio di 14 secoli fa, e li interpretano, erroneamente, alla lettera. Lo stesso concetto di Jihad, dovrebbe significare “guerra spirituale” e fare il bene, non il male. Nel mondo ci sono un miliardo e mezzo di musulmani. I terroristi non sono neanche l’un per cento. C’è l’Islam della luce. I miei genitori sono musulmani, e sono sempre stati tolleranti.
D: E allora perché non è musulmano pure lei?
R: Vedere le cose che hanno fatto i musulmani in Algeria, mi ha spinto a prendere le distanze. Ma nel mio paese, algerino/musulmano è un binomio inscindibile. C’è anche un 5% di cattolici, ma il governo questa cosa la nasconde.
D: In Basilicata ci sono molti musulmani?
R: Su 30mila/40mila stranieri, un quarto sono musulmani. Questo potrebbe suscitare qualche preoccupazione, ma in verità la maggior parte di loro sono Rumeni, poi vengono gli Albanesi e solo dopo i Marocchini. I Marocchini in Basilicata sono tutti lavoratori e bene integrati. L’Italia ha sempre avuto bisogno degli immigrati.
D: Lei è uno scrittore, ma qual è il libro che la rappresenta?
R: “Tropico del Cancro” di Henry Miller.
D: La canzone?
R: “Dolcenera” di De Andrè.
D: Il film?
R: “L’Attimo Fuggente”, con Robin Williams.
D: Cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
R: “Non ho bisogno né di preghiere né di fiori”.