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Piervito Bardi, avvocato, è un personaggio corteggiato da radio e tv (locali e non) che apprezzano il suo eloquio un po’ alla Vittorio Gassmann (nonostante lui creda di rassomigliare a Giancarlo Giannini), ma soprattutto la competenza delle opinioni fornite, solitamente, sul tema giustizia e non solo. Pertanto, avrebbe “meritato” sicuramente molto prima un “invito” alle nostre interviste “cotte e mangiate”, ma finora ha scontato un po’ il fatto di aver pubblicato un libro con lo scrivente. Per ripristinare un minimo di “giustizia”, pertanto, eccezionalmente per questa intervista, gli abbiamo rivolto il “lei”, riservato a tutti i suoi predecessori (e con i quali non ho pubblicato nulla).


D: Come giustifica la sua esistenza?
R: Per me è facile dare una risposta a questa domanda. Un uomo o donna che sia, che può vantare di avere dei figli grandi che stanno tracciando la loro strada, ha già dato un senso alla sua vita. L’essere umano è questo. Essere umano significa tramandare a un’altra persona, possibilmente in meglio, la propria conoscenza e il proprio patrimonio di esperienze. Nel momento in cui ci riesci e hai sotto gli occhi i tuoi ragazzi, giustifichi così la tua esistenza. Basta quello, poi le soddisfazioni individuali vengono dopo.
D: Il tema del giorno sono le Macroregioni, ovvero il progetto di accorpamento della regione Basilicata.
R: Questo è un vecchio progetto, risale alla Fondazione Agnelli. Pare che questa idea sia stata tradotta in un disegno di legge, ma nasce dagli scandali che negli ultimi anni hanno avuto a che fare non con le regioni in quanto tali, ma con le classi politiche di governo.
D: Le varie Rimborsopoli.
R: Esatto. Pensiamo anche al fatto che le regioni sono espressione della Carta costituzionale e che sono nate in un tempo recente, date che sono state attuate dagli anni ’70, non dall’inizio della Repubblica. Io credo che le regioni rispecchino l’identità dei singoli territori. L’Italia è unita per modo di dire. L’identità regionale è reale, fin troppo ristretta perché, alle volte, all’interno di una stessa regione ci sono differenze all’interno, tra province e province o nei singoli comuni. Pensare che in virtù di uno pseudo-risparmio economico si possa cancellare l’identità regionale, e che questa operazione giovi al nostro Paese, be’, mi sembra un’assurdità. Difficilmente andrà in porto. Mi riesce difficile pensare che una regione come le Marche possa essere smembrata o che il Friuli Venezia Giulia rinunci alla propria tradizione.
D: Ma secondo lei cosa c’è dietro?
R: Non vorrei che ciò sia una sorta di paravento dietro il quale si nascondono operazioni diverse e mirate. Parliamoci chiaro, qui le vere realtà che disturbano il “manovratore” sono il Molise e la Basilicata. Punto. Una regione come il Friuli non è un problema così come non lo è la Val D’Aosta…
D: …ma lo è il petrolio, che ritorna come un boomerang.
R: La questione infatti è tutta qui. Se per il Molise un’eventuale unione con l’Abruzzo non sarebbe sbagliata, in virtù della visione identitaria che lega queste due regioni, lo stesso non si può dire in raffronto ad altre regioni italiane. Il reale obiettivo di questa manovra è la Basilicata e il suo petrolio, e tutto ciò che è stato fatto, o meno, in rapporto alla gestione delle risorse lucane. Noi siamo la quarta regione d’Italia per estensione e l’ultima o la penultima per il rapporto residenza/superficie.
D: Secondo lei i nostri rappresentanti istituzionali hanno una qualche responsabilità?
R: Enormi responsabilità, in relazione al concetto di come è stata immaginata la ripartizione sul territorio di ciò che si ricava dallo stesso e dal petrolio in termini di risorse. In tal caso noi dovremmo essere paragonati agli Emirati Arabi e in parte lo siamo per quantità di petrolio prodotto, sebbene non vi sia alcuna ricaduta o benefit sul territorio. Perché? Semplice. Ci siamo inventati la storia di far passare le royalties come una sorta di risarcimento per quelle piccole porzioni di territorio dove si concentra l’attività estrattiva. Solo un cretino può pensare che le estrazioni, ove procurino delle conseguenze dannose alle popolazioni, producano degli effetti diversi a Viggiano piuttosto che a Potenza. Il fatto che oggi ci siano dei comuni in Basilicata che siano extra milionari, e che non sanno cosa farsene di quei soldi, salvo che rifare i marciapiedi venti volte, è una cosa di una gravità assoluta. Consideriamo anche un fattore: a fronte di questi comuni milionari c’è il comune Capoluogo di Regione in dissesto economico e altri pezzi di regione che soffrono sotto il profilo economico e occupazionale.
D: Com’è possibile?
R: La verità è che qui ci sono amministratori che non hanno capito nulla, o che non vogliono capire come gestire o amministrare un territorio. Perché? Cosa c’è dietro l’iniqua ripartizione delle risorse? Noi potremmo diventare una ricchezza. Altro che Salvini, noi Lucani potremmo dire: “Ragazzi, tutti fuori dalle balle. Ora comandiamo noi!”.
D: Il processo di smembramento non è inerente solo alle Macroregioni, ma è già in atto in rapporto ai centri o alle sedi del potere, come la Corte di Appello di Potenza.
R: Certo, da molto tempo. I segnali sono sempre stati molto chiari e partono da lontano. Impariamo a fare più caso alle cose. Tutti i centri decisionali, anche quelli di basso livello –come i centri di liquidazione danni da sinistri delle grandi assicurazioni- si sono trasferiti e operano fuori regione. Tutti hanno lasciato la Basilicata. Se a quei livelli succede una cosa del genere, vuol dire che ciò è frutto di strategie a lungo termine: la volontà di sottrarre al popolo lucano sia i centri di potere che quelli di controllo della spesa. Ebbene, se ai cittadini togli queste figure di riferimento, be’, gli hai tolto tutto. La Corte d’Appello è l’ultima della lista. Qui non c’è una caserma, non c’è un esercito o un luogo di aggregazione.
D: Di nuovo: secondo lei questa situazione da cosa dipende, in realtà?
R: Dal fatto che abbiamo dimostrato, in negativo, tutto quello che potevamo dimostrare. Chi prende le decisioni è portato a pensare che, in fondo, non succede nulla. Non bisogna offendersi, la verità è questa. L’unica volta che il popolo lucano si è svegliato dal torpore, è stato per Scanzano. Ma la situazione va spiegata bene. Ai tempi c’era una situazione politica particolare, perché la vicenda Scanzano si verificò in occasione di uno dei Governi Berlusconi, con una sinistra che in Basilicata ha soffiato sul fuoco, dimenticandosi che qualcuno dei maggiori responsabili rischiava di rimanerci con le mani dentro. Era un “Dài addosso a Berlusconi che si è svegliato la mattina e ha deciso di depositare le scorie nucleari in Basilicata”. Oggi che Berlusconi non c’è più, vedrai che così finirà. Dopo che non esisterà più la Regione, che non ci sarà più la Corte d’Appello o che spariranno i centri di potere, la ciliegina sulla torta sarà il Deposito unico delle scorie nucleari.
D: Lei è un avvocato difensore, dunque, il cittadino quale strategia di difesa può attuare?
R: Il coraggio. Vuoi perché siamo un popolo di montagna, o per altri fattori, non siamo mai stati protagonisti delle barricate. C’è stato l’episodio di Scanzano, è vero. Tuttavia, lì c’era di mezzo la paura del nucleare. Io vedo che tutto viene accettato passivamente. Il problema, passatemi il termine, dipende dalle palle.
D: Noi lucani non abbiamo le palle?
R: (Una smorfia di disgusto – ndr).Un altro esempio è ciò che è accaduto al Comune di Potenza. I potentini, me compreso, spesso vorrebbero fare qualcosa, ma all’ultimo momento cercano di compensare. Nell’ultima tornata elettorale al Comune di Potenza, ad esempio, grazie alla complicità di un sistema elettorale all’italiana che prevede il voto disgiunto, si è cercato di cambiare, ma fino a un certo punto. La voglia di cambiamento si è arrestata di fronte alle vecchie logiche o alle parentele, provocando la cosiddetta “anatra zoppa”. “Avrei voglia di fare, però, aspetta, fammi parare prima le spalle”. Così si ragiona da queste parti.
D: A proposito di dissesto. Lei è uno di quelli che avrebbe preferito tornare a votare subito, o De Luca ha fatto bene a cercare tutti gli equilibri possibili?
R: Premesso che sul piano personale ho molta stima di Dario De Luca, perché tutto si può dire salvo che non sia una persona intelligente e capace. Tuttavia, noi non riusciamo più ad esprimere una classe dirigente di un certo spessore. Scusate, ma io ho nostalgia di alcuni personaggi politici contemporanei. Di un Nicola Buccico, di un Carmelo Azzarà o di un Vincenzo Verrastro o persino di un Tanino Fierro, be’, io ho tanta nostalgia.
D: E allora perché non si candida lei?
R: Negare che in politica sia importante il compromesso, è una balla. La mia formazione culturale mi porta all’opposto di questo modo d’essere. Mi riesce difficile immaginare il compromesso.
D: Lei è stato presidente del Potenza. Del calcio ha nostalgia?
R: No. Di quel calcio lì, no. La nostra realtà o ne fa un fatto di qualità culturale, oppure è destinata sempre a perdere. Il tifoso dovrebbe capire che la realtà economica è questa e che bisognerebbe ripartire da zero, e aspettare i sei o sette anni per raccogliere i frutti. In realtà, bisognerebbe partire dalle scuole calcio. Solo selezionando un gruppo di calciatori si ha la possibilità di avere, in futuro, una situazione economicamente vantaggiosa, anziché comprare nuove leve. Non si possono scialacquare soldi per far godere duemila persone la domenica.
D: Sembra che la presidenza del Potenza sia maledetta, e che rovini chiunque le si avvicina.
R: Non è maledetta, questo è il calcio di oggi. O lo capisci e hai la forza, oppure è meglio mollare. Il tifoso ti dice sì davanti, ma se perdi tre partite di fila non viene più allo stadio. Con la juniores ci giocammo le fasi nazionali. Se avessimo proseguito su questa strada e trapiantato i migliori giovani nella squadra principale, oggi staremo parlando di qualcosa di diverso a Potenza. I tifosi, questo ragionamento, non lo capiscono. Vanno alla ricerca di Tizio, Caio o Sempronio, solo per vedere lo spettacolo la domenica. È una visione riduttiva.
D: Lei è appassionato di cani. C’è più umanità nei cani o sono più cani certi uomini?
R: Queste cose sono entrambe vere. Ci sono molte persone che lasciano prevalere l’istinto alla razionalità.
D: Perché proprio i cani e non i gatti?
R: Perché il gatto è uno straordinario prototipo del “cazzi miei”. È l’esempio assoluto della libertà vissuta in modo egoistico e senza accompagnarsi a valori. Il cane, invece, manifesta lo spirito di libertà manifestandolo al padrone a cui si lega. Il cane riesce in qualcosa in cui gli umani falliscono: scegliere, per tutta la vita, il proprio punto di riferimento.
D: Quando parlano male di Piervito Bardi dicono che è vanitoso e che fa sempre il tuttologo.
R: Vanitoso, sì è vero. Ma si parla di vanità di vedere il mondo e le cose, non certo di vanità legata all’aspetto esteriore. La vanità significa saper fare in modo professionale il lavoro che si è scelto nella vita. E questo, consentitemi, per me è un vanto, sì, e ne ho ben donde. Tuttologo, per niente. I tuttologi sono spesso in tv, nei salotti della D’Urso, e spesso stanno dietro le telecamere. A me interessano i discorsi basati su solidi concetti. Io ho le mie opinioni che non tengo per me, le esprimo, pur valutando la possibilità di cadere in errore. Ma se qualcuno me le chiede spesso, vuol dire che ne ha una certa considerazione.
D: Un difetto che si riconosce?
R: Essere poco disposto ai compromessi. Nella vita come nella professione. Ed è un difetto se vuoi campare tranquillo.
D: La canzone preferita?
R: “Il mio canto libero” di Lucio Battisti.
D: Il film?
R: “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto”.
D: Il libro?
R: Quello che abbiamo scritto insieme, “La Notte prima dell’Alba” (ride, ndr).
D: Ne dica un altro.
R: Sarò retrò, ma su un’isola deserta mi porterei Guerra e Pace di Tolstoj.
D: Fra cent’anni, cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
R: Con un po’ di ironia: “Ha rotto i coglioni a tanti…”.