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Nino Falotico, sguardo ruspante, simpatia tattile e grande anticipatore di domande, ha la dialettica vivace e le antenne dritte.

D: Come giustifica la sua esistenza?

R: Alla tua giornata dai un senso se riesci a essere utile agli altri, e se questa cosa, a sua volta, dà qualcosa a te. Purtroppo, di questi tempi, non capita troppo sovente di poter dire “Oggi ho risolto questo problema a quella persona”.

D: C’è chi dice che il “sindacalista di professione” sia una specie di contraddizione in termini.

R: Premesso che il sindacalista non vince un concorso per la vita,ma è eletto da congressi democratici ogni 4 anni,va detto anche che oggi più che mai, in qualsiasi attività, non si può improvvisare. Una volta il sindacalista era quello che, all’interno di una fabbrica, protestava eccetera. Da una ventina d’anni a questa parte, alla protesta va affrontata una proposta competente. Esistono circa 300 tipi di contratti di lavoro diversi, e occorre conoscerli tutti o quasi, a menadito. Ergo, ci vuole tantissimo tempo da dedicare esclusivamente a queste cose.

D: E quelli che dicono che i sindacalisti sono dei politici mancati?

R: Si tratta, in entrambi i casi, di occuparsi dei problemi della gente. Ci sono grandi esempi di sindacalisti che sono andati a finire in politica. Immagino che la sua domanda sia propedeutica a una successiva sulle proposte che ho ricevuto…

D: … lei rifiutò la nomina “pittelliana” a Commissario unico dei consorzi di bonifica perché -come recita una mia vignetta di allora- non voleva passare dalle “barricate” ai “baracconi”?

R: In precedenza non avevo accettato di andare all’Asi. Per quanto riguarda i consorzi di bonifica, in virtù della mia natura e del mio vissuto, io non accetto di andare in una struttura in cui ci sono i dipendenti che aspettano lo stipendio da mesi, se non ho la certezza di poterli pagare. E in quei posti, a di là delle rassicurazioni politiche che uno può avere, quando poi vai a fare i bilanci, si sa che ti ritrovi con una coperta troppo corta che, per quanto la tiri, resti sempre scoperto. Per questo, dopo una vita spesa “dall’altra parte”, son voluto restare coerente al mio vissuto.

D: Ma l’ha fatta entrare “in crisi” più il suo animo da sindacalista, o più gli articoli sulla famosa “cambiale” che lei avrebbe in quel modo incassato per il sostegno a Pittella?

R: Quella è stata una grande bufala. E’ semplice: ammesso e non concesso che si fosse trattato di questo, la mia risposta è stata “no”.

D: Ma si è detto anche che lei ha rifiutato “dopo” quegli articoli.

R: Giornalisticamente lei fa bene a provocarmi, ma le ripeto che c’era già stato il precedente dell’Asi –tra l’altro il vertice sindacale nazionale non mi aveva dato l’ok- e lì “cambiali” non ce n’erano. Nel secondo caso c’è stata solo questa “ipotesi di cambiale”, che oltretutto, anche perchè inesistente,non è mai stata messa “all’incasso”.

D: Ma lei Pittella l’ha sostenuto.

R: Personalmente ho votato, Pittella, e in un’altra campagna elettorale ho corso il rischio di essere candidato. In quel caso, ho dovuto ritirare la mia candidatura perché qualcuno della lista s’è risentito, in quanto mi riteneva troppo “forte” e con buone probabilità di riuscita.

D: Suo fratello, Roberto, è un politico. Lei un sindacalista. Chi se la passa meglio, fra i due?

R: Dipende da come uno si sente a fine giornata, non è una cosa quantificabile. Io guadagno 2mila e 300 euro euro al mese, un consigliere regionale, ad esempio, guadagna sicuramente di più. Da questo punto di vista, la proposta dei consorzi di bonifica era piuttosto allettante, ma non mi sono fatto influenzare.

D: Il nostro giornale ha raccolto la testimonianza di alcune persone che sostengono di aver lavorato per i sindacati e di non essere mai stati pagati. Qualche tempo fa, ebbe una grossa eco mediatica la storia di quella ragazza lucana –Antonietta, poi scomparsa- finita su “Le Iene”. Il segretario generale della Fai Cisl Basilicata, Antonio Lapadula, non ci fece una bella figura.

R :C’è un punto da chiarire, in generale. In tutte le organizzazioni, sociali, partitiche, sportive, ci sono i cosiddetti “militanti”, che fanno volontariato, dando una mano all’organizzazione pratica di manifestazioni e quant’altro. E’ una specie di “palestra”, attraverso la quale siamo passati un po’ tutti, io per primo. A volte è labile il passaggio fra il volontariato e il riconoscimento di un rapporto di lavoro. Non voglio intervenire sul caso specifico, poichè si sono consumate udienze e sentenze: quest’ultime si rispettano fino all’ultimo euro, come ha fatto la Fai Cisl. Da parte del sindacato, in questi casi, entra in gioco anche un senso morale, di etica, di rispetto per le persone, per la loro memoria e per i loro familiari; laddove invece un imprenditore privato –ritenendo di aver ragione- proseguirebbe il contenzioso fino all’ottenimento di mediazioni a lui più favorevoli. Nel caso di Antonietta, inoltre, lei aveva saputo che sarebbe stata assunta dal sindacato a tempo indeterminato, ed era felicissima, perché avrebbe visto premiati i suoi sacrifici. Ma a parte tutto, mi creda, io per la vicenda di Antonietta ho sofferto moltissimo. E’ una cosa che tocca anche la sensibilità personale di un sindacalista.

D: In un’intervista “a pranzo”, Pietro Simonetti, ex segretario regionale CGIL, ci ha detto quanto segue: «Il cortocircuito è che, anche nei sindacati, ci sono livelli di gestione personale. Prima era difficile che un sindacalista raccomandasse qualcuno in azienda. Oggi ci sono degli esempi clamorosi».

R: Guardi, su certi argomenti non bisogna fare i “cerchiobottisti” nè voglio fare ipocrisia. Coi tempi che corrono, trovatemi uno solo che –nella legittimità- pur avendo la possibilità di interfacciarsi per dare una informazione su una opportunità di lavoro a qualcun altro, decide di non farlo.

D: Immagino che da lei vengano in tanti.

R: E’ l’unico argomento per il quale non ricevo più nessuno, cosa che altrimenti faccio volentieri. Dieci anni fa era ancora possibile dare informazioni utili, oggi non più, perché non ci sono le opportunità, le disponibilità. Anche da parte delle stesse aziende, in merito alle possibili assunzioni, c’è una grande reticenza, oltre alle difficoltà.

D: Ancora una dichiarazione di Simonetti: «Oggi non ci sono più piattaforme ripartite sul territorio che si occupano delle trattative, ci sono delle piattaforme “lunari” che non fanno alcun tipo di trattative. Si è perso il concetto di “conflitto”».

R: Pietro è un mio amico: non posso dire “compagno”, perché io vengo dalla Dc e lui dal Pc. Tuttavia, lui forse affronta la questione in maniera un po’ “nostalgica”, mentre ogni epoca è diversa dall’altra. Lui ha fatto la battaglia per mettere il tappo alla diga di Senise, noi siamo quelli della marcia dei centomila di Scanzano e del reddito minimo d’inserimento. Ai tempi della riforma fondiaria, che risale a 70 anni fa, c’era più povertà economica, ma più ricchezza di prospettive, oggi del tutto assenti.

D: A proposito di reddito minimo di inserimento, lei ha detto che questo “Assicura un reddito minimo ma allo stesso tempo getta le basi per l’inserimento lavorativo. Le due fasi devono procedere insieme altrimenti si creerebbe un’altra platea di sottoccupati”.

R: E’ una cosa positiva, in questo momento, ma per quelli che fanno la richiesta non è il punto di arrivo. E’ un processo transitorio. Non si tratta della mortificazione del “reddito minimo garantito” che è a prescindere da ciò che uno fa, bensì è proporzionato alle ore lavorative che uno effettivamente andrà a svolgere. Anche se, non essendoci contributi etc, non è un posto di lavoro. Tuttavia, per far passare la nottata, questa misura va bene, perché è propedeutica all’inserimento nel lavoro vero e proprio.

D: Già, ma come ci si arriverà?

R: Se si attiveranno politiche attive del lavoro e se le attività produttive ripartiranno.

D: E questo sarà compito della politica. Si parla di riformarla e di svecchiarla, ma se non si ricambiano i diversi dirigenti, alcuni dei quali sono “eterni”, la politica poco può fare.

R: E’ indubbio che occorre cambiare sia il “software” che l’”hardware”...

D: … sì, ma i dirigenti riescono a “perpetuarsi” meglio dei politici!

R: Questa è anche, tra virgolette, l’invidia dei politici. Infatti ci sono aree dirigenziali che nei consessi di gestione del potere, dicono chiaramente che i politici sono “transitori”, mentre loro rimarranno lì fin quando la Fornero non li farà andare in pensione, cioè a quasi settant’anni! Pertanto, questo aspetto va cambiato modificando le regole del gioco. Occorre insistere sulla creazione di una Commissione “per lo snellimento e la sburocratizzazione della Pubblica Amministrazione”, prevista già in Obiettivo Basilicata 2012, ma mai entrata in funzione. Di conseguenza, nello svolgersi di certe procedure, oggi il potere è appannaggio di “funzionariati eccellenti”, che spesso e volentieri godono di coperture politiche. In ogni caso, però, ci sono dirigenti che hanno una continuità, a prescindere dall’avvicendarsi degli assessori. Secondo voi, e mi rivolgo ai lettori, oggi in Regione contano più gli assessori o i dirigenti? Lascio a voi la risposta.

D: Con queste premesse la risposta sembra scontata. Ma perché accade tutto questo?

R: Con l’attuale giunta regionale, c’è il più basso tasso di “caratterizzazione” dei dipartimenti e degli assessori, e al contrario il più alto tasso di “caratterizzazione” dei direttori generali. Il che è un bene per certi versi, ma un male per altri: perché in alcuni casi i direttori sopperiscono a taluni che stanno proprio fermi, in altri, casi …beh, non è quello che l’elettore si aspettava quando è andato a votare.

D: Eppure in giunta ci sono i famosi “tecnici”, sembra una contraddizione.

R: Non sarà perché questi “tecnici” vengono nominati da una “regia” che vuole coordinare un po’ tutto, mentre gli assessori dovrebbero rispondere anche a un’esigenza di “autonomia” dei vari dipartimenti? Meditate gente, a cominciare dal Presidente.

D: Lei ha anche detto “La difesa del nostro mare dall’aggressione delle multinazionali petrolifere sarà tanto più efficace quanto più unite saranno le comunità locali”. Ma i nostri parlamentari che fanno?

R: Occorre che facciano anche loro massa critica contro certe questioni, comprese le “Macroregioni” e la storia della Corte di Appello di Potenza. Nessuno può chiamarsi fuori. Noi pretendiamo -non ci limitiamo a chiedere- che siano uniti nella salvaguardia dei nostri territori.

D: E lei, si “perpetuerà” nel suo ruolo di segretario regionale?

R: Ho già detto ,in più occasioni e sedi, che al prossimo congresso non farò la mia relazione.

D: E’ quindi tempo di bilanci. Due vittorie importanti che ha ottenuto.

R: La manifestazione dei 100mila di Scanzano, che si è sviluppata intorno ai sindacati. E poi il “miracolo” degli ex lavoratori del Consorzio Agrario, entrati nella pubblica amministrazione, per un diritto che gli concedeva la legge,ma al quale tanti non credevano.

D: Per cosa oggi farebbe una nuova Scanzano?

R: Per il petrolio. Ma anche qui, non bisogna essere “cerchiobottisti”, né “disfattisti”, perché la chiave è trovare il giusto equilibrio tra l’utilizzo delle risorse che la natura ci mette a disposizione, con la difesa dell’ambiente, la salute e lo sviluppo. Siamo per il no alle trivellazioni in mare e per la moratoria bloccata. Poi, le royalties vanno reinvestite seriamente per lo sviluppo; ci sono casse comunali dove giacciono inutilizzate.

D: La professoressa Colella, un noto protagonista locale del “no-triv” è stata condannata –in primo grado- per questioni non attinenti al petrolio. Sui giornali se n’è parlato molto. In attesa di sentenze definitive, crede che il movimento ne esca in qualche modo indebolito?

R: Ci sono state alcune trasmissioni televisive in cui si è infangata la nostra regione. Io l’ho detto anche a Pittella in tempi non sospetti: le “lectio magistralis” nelle scuole, sono poco utili. Per rispondere alla Colella, ci vogliono tante “Colelle”, non i politici: persone dotte e autorevoli dal punto di vista tecnico-scientifico.

D: Siamo in conclusione. Un suo difetto.

R: Sono permaloso, ma rispetto anche la permalosità degli altri.

D: Il libro che la rappresenta?

R: “Cristo si è fermato a Eboli”. Nel film che ne ha fatto Franco Rosi, girato a Guardia Perticara, mio nonno ha fatto la comparsa.

D: Il Film?

R: “Titanic”

D: La canzone?

R: “Tanta voglia di lei dei Pooh”.

D: Cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

R: Io ti faccio le corna e ti rispondo che mi interessa cosa pensano di me oggi, e non cosa penseranno domani.