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L’idea di ridisegnare i territori italiani non è di oggi. Da Cattaneo a Cavour fino ad approdare allo studio della Fondazione Agnelli, presentato il 3 dicembre 1992, e alle dodici Regioni.

Sulla questione intervenne anche l’accademico Gianfranco Miglio, ritenuto l’ideologo della Lega, che pensò addirittura a tre macroregioni. Proposta bocciata dall’allora direttore della Fondazione torinese, Marcello Pacini, secondo il quale «tre regioni, Nord, Centro e Sud, sono troppo poche, venti sono troppe». Il progetto elaborato dalla Fondazione Agnelli si fonda su alcuni criteri: «In primo luogo dare a ogni Regione l’autosufficienza finanziaria pensando che questa è la base per ogni autogoverno. L’obiettivo: Regioni con una taglia demografica sufficientemente giusta e generare una soluzione equilibrata. I compiti che dovranno restare allo Stato centrale dovrebbero essere la difesa, l’ordine pubblico, la giustizia e la moneta». Due ricercatori torinesi, Stefano Piperno e Maurizio Maggi, fecero un calcolo: i flussi di entrata e di uscita del bilancio pubblico suddivisi su base regionale. Soltanto Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna chiudevano in attivo, nel senso che gli abitanti pagavano al fisco più di quanto ricevano in cambio. In tutte le altre regioni (a parte la Toscana che mancò per un poco il pareggio) il rapporto si rovesciava. Nel caso di Basilicata, Molise e Calabria, addirittura, le entrate risultavano inferiori a un terzo delle spese. Il territorio lucano andava diviso in due: le province di Potenza e Matera rispettivamente unite alla Campania e alla Puglia.
Quasi un secolo e mezzo dopo ancora si discute su come smembrare, accorpare aree e accentrare i poteri in capo allo Stato.
Già nel negli anni post unitari Minghetti, Farini e Cavour in un primo tempo avevano pensato di decentrare e di dare autonomia alle regioni. Poi prevalse il timore di spinte centrifughe, del brigantaggio nel Sud, e fecero marcia indietro.
L’idea di rivedere il titolo quinto della Costituzione, compresa la nuova architettura delle regioni, può diventare un bel gioco di società: comporre e scomporre le tessere del quadro geografico secondo questa o quella considerazione.
A leggere gli indicatori territoriali sono evidenti delle incongruenze dell’ordine del giorno presentato dal senatore dem Raffaele Ranucci: la Regione del ponente, ad esempio, formata dalla Calabria e dalla provincia di Potenza, arriva a meno di 2 milioni e 400 mila, mentre la Lombardia sfiora i 10 milioni, il Triveneto supera i 7 milioni, la regione Apenninica quasi 5 e così via.
Sul fronte del “no” alla nuova mappa delle autonomie locali si registrano malumori anche nello stesso Pd: due senatori veneti hanno contestato il testo che va a modificare la Costituzione. I rappresentanti di palazzo Madama del M5s sono contrari, a partire dal metodo con cui il tema è stato posto: «Ormai non siamo in una Repubblica parlamentare, siamo in un califfato», ha detto Giovanni Endrizzi, mentre Paola Taverna, rivolgendosi verso i banchi della maggioranza, ha sentenziato: «Ma voi state proprio male», e secondo Luciano Uras, deputato sardo di Sel: «Con le macroregioni si faranno più forti le spinte scissioniste. L’Italia finirà come l’Urss».
Sul versante lucano alcune posizioni sono datate, come la soddisfazione del segretario regionale del Pd, Antonio Luongo, quando la Camera dei deputati respinse gli emendamenti sull’istituzione delle macroregioni. Nell’occasione elogiò Speranza, Folino e Antezza che avevano convinto il gruppo parlamentare a un voto compatto. Di questi giorni la posizione di Piero Lacorazza, presidente del Consiglio regionale, secondo il quale «alle Regioni virtuose più competenze e questo va bene perché significa sentire propria la sfida della modernizzazione del Paese. Ma leale collaborazione significa anche garantire la presenza dello Stato nelle Regioni, senza modificarne i confini amministrativi, a partire dalle Corti d’Appello». Il segretario regionale Gaetano Fierro evidenzia che «Scelta civica per l’Italia di Basilicata pregiudizialmente è a favore delle macroregioni, tanto è che si batte per aggregare il Cilento alla Basilicata per ricostruire storicamente la Grande Lucania, ma, nel caso specifico, si oppone alla proposta Ranucci perché è affrettata e politicamente non condivisa tanto a livello nazionale come a livello periferico».