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Il pilota potentino Vito “Chico” Postiglione, 38 anni, è uno dei pochi campioni sportivi lucani conosciuti anche a livello nazionale.

Pur essendo una sorta di “risorsa” locale, il Nostro è quanto di più lontano dallo stereotipo del pilota alla “Fast & Furious” o alla Steve McQueen. Niente eccessi, niente atteggiamenti da divo, nessun “fuori strada” al di fuori della pista. Il brizzolato Chico, voce roca e modi gentili, pare tutto concentrato su famiglia e motori, che poi sono due discorsi interconnessi. E finora ha fatto tutto da solo, senza “aiutini”.

Come giustifica la sua esistenza?

Per me è già un dono essere qui. Comunque, il mio scopo è quello di pensare alla mia famiglia, poi ci sono i risultati sportivi e tutto il resto.

E’ vero che lei ha iniziato nella “scuderia” del Dottor Romeo, attuale primario di ortopedia del San Carlo, noto per essere appassionato di motori?

Sì, è vero, ho mosso i primi passi nella squadra che lui formò a metà anni Ottanta.

Ma chi va più veloce fra lei e il primario? Fuori dalla pista, dico.

Sicuramente lui. Io su strada sono molto più tranquillo. In pista vado sicuramente più forte io, lui comunque il piede pesante ce l’ha tutt’oggi.

Seduto qui anche lui, il dottor Romeo ci raccontò di un pauroso incidente stradale. Lei ne ha mai fatti?

Lo ricordo quel suo incidente sulla Potenza-Melfi, era il 1987, mi pare; ero bambino e andai anche a trovarlo in ospedale. No, io di incidenti non ne ho mai fatti, proprio perché su strada sono molto attento e rispettoso dei limiti di velocità.

E il più grosso spavento che si è preso in pista?

Da quando corro in macchina, grazie a Dio, grossissimi spaventi non ne ho presi. Una volta, però, facendo il “Ferrari Challenge” al Mugello, rimasi senza freni, ma per fortuna sono riuscito a tenerla dentro senza sbattere: sono situazioni molto pericolose, tu vai sui 240, premi il pedale del freno e la macchina non risponde. Un’altra volta sono rimasto senza freni –ero al Mondiale Turismo in Marocco nel 2009- e quella volta ho battuto, ma fortunatamente senza conseguenze.

Però quando lei porta qualcuno in auto, nella vita normale, questi magari si aspetta che lei faccia il fenomeno.

Sì, accade, mi chiedono spesso di “fargli vedere”. Però l’ho già detto, in pista è un’altra cosa: quando mi metto il casco in testa, divento un’altra persona. Su strada non succede.

Poliziotti e carabinieri la riconoscono quando la fermano?

Sì, in tanti, specie nella nostra zona.

Qual è il suo rimpianto?

Mah, visti tutti i risultati ottenuti, forse avrei dovuto iniziare qualche anno prima a correre in auto. Ho corso con le moto per 6-7 anni: se avessi iniziato prima con le auto, oggi forse sarei a un altro livello.

Perché passò dalle moto alle auto?

A me sono sempre piaciute le auto, per la verità. Ma iniziai con le moto, nel 1993, per questioni di età. Oggi invece i ragazzini, già a 15-16 anni, con un’autorizzazione dei genitori, possono saltare in macchina e fare “Le Formule”, frequentando un corso federale a Vallelunga. All’epoca non era ancora possibile.

Un giovane che vuole iniziare, che cosa NON deve aspettarsi da questo mestiere?

Magari in molti non lo sanno, ma questo è uno sport che necessita di tanti, tanti soldi.

In che senso?

Per diventare un giorno un pilota professionista, hai bisogno di un budget importante alle spalle. Accade tuttora nella Formula Uno, non certo nella Ferrari, ma nelle squadre minori sì. Faccio un esempio: uno come Pastor Maldonado, che pure corre per la Lotus, con gli sponsor o chi per lui, porta 15 milioni di euro all’anno.

Cioè un pilota deve dare soldi alla squadra?

In pratica tu puoi “guadagnare” se riesci a entrare in una squadra “ufficiale” –Porsche, Ferrari, Lamborghini, Audi, etc- perchè lì la casa-madre ti mette sotto contratto e ti paga. Diversamente, per poter correre, la squadra ha bisogno di un budget e qualcuno lo deve pur portare.

E lei come fa?

La squadra per cui corro –la Ebimotors di Cermenate, provincia di Como- mi aiuta tanto, ma ci avvaliamo comunque di supporti che mi danno una mano. Pertanto, mi manca ancora quel “saltino” per diventare proprio un pilota “ufficiale”, diciamo.

… per accedere cioè a una grande squadra “ufficiale”, come quelle che ha citato lei.

Esatto. Anche se io sono un pilota professionista e ormai nel settore mi conoscono tutti- In Italia e anche un po’ in Europa- e quest’anno, in particolare, sto facendo il Campionato italiano di Gran Turismo, che è un torneo di altissimo livello con tutti i migliori piloti, e ho dimostrato ancora una volta le garanzie che posso offrire. Tanto più che la nostra Porsche è “aggiornata” a due anni fa e la macchina è quella. Rimarrò molto probabilmente con la stessa squadra, perchè mi ci trovo veramente bene, mi sento uno di famiglia, ma, chissà, magari potrebbe arrivare anche una chiamata “inaspettata”. Nella vita non si sa mai.

Quando ha capito che nella vita avrebbe fatto il pilota?

Ho iniziato nel ’98 a fare le gare in salita. Era una Peugeot 106 Rally, mille e tre, preparatami da Antonio D’Andrea, che a Potenza tutti conoscono. Quell’anno ebbi la possibilità di provare una macchina in pista, la Renault Megane, poiché dovevo fare la Sei Ore a Vallelunga. Andò a finire che vinsi il trofeo invernale che si disputava a Magione, anche se era la mia prima volta in pista. Questa vittoria mi diede poi la possibilità di partecipare al Campionato Renault Italia, nel 1999. E da lì è iniziato tutto.

Lei è stato sempre appassionato di motori, quindi immagino che –da bambino- a pallone fosse una pippa.

In effetti non ci giocavo quasi mai. Però nel 2000 –avendo vinto il mio primo campionato italiano con la Megane- fui invitato a partecipare alla “Partita del Cuore” che si disputava fra i Piloti e la Nazionale Cantanti.

E come se l’è cavata?

Ho giocato poco, in realtà, ma è stata una grande emozione sentir chiamare il mio nome nello stadio, quando ho fatto l’ingresso in campo, e poi ritrovarmi con tutti quei personaggi famosi.

A Potenza la popolarità ha solo lati positivi o anche negativi?

Beh, dal canto mio, cerco sempre di spingere la mia immagine, anche attraverso i giornali, anche perché qui non ci sono tanti piloti che sono riusciti a fare quello che ho fatto io. Però, sì, ci possono essere anche dei risvolti negativi. Come quando è uscita quella notizia dell’indagine, etc.

Sì, infatti. Essendo io il pilota conosciuto, ero più esposto.

C’è stato un lieto fine, però.

Sì. E poi, come dicevo prima, tutti mi conoscono e sanno che tipo di persona sono, pertanto nell’ambiente questa cosa non mi ha penalizzato. A un’altra persona, magari, avrebbe potuto distruggere una carriera. Ingiustamente.

Quando è in pista c’è un pensiero che l’aiuta?

No, una volta allacciate le cinture, sono totalmente concentrato sulla strada, le curve e tutto il resto.

Come la vive la vigilia della gara?

C’è sempre bisogno di essere molto concentrati e tranquilli. Poi, molto dipende dalla squadra con la quale stai. Nella nostra c’è molta serenità e condivisione, perché sono tutti professionisti, dal ragazzo che lava le gomme, all’ingegnere.

Sua moglie cosa le dice prima della gara? “Vai piano” non credo proprio.

(Ride). No, infatti. Con mia moglie stiamo insieme da 25 anni, da quando ne avevamo 13, e ormai ci ha fatto il callo.

Un difetto di Chico Postiglione.

Sono uno molto preciso e puntiglioso. A qualcuno può dare fastidio.

Insomma, è un rompiscatole.

Beh, sì, un po’. Ma mi piace essere preciso e in tanti anni di corse non ho mai discusso con un pilota, né avuto problemi di alcun tipo.

C’è qualcosa che non le piace dell’automobilismo?

Voglio parlare di me. Mi dispiace che, nonostante abbia dimostrato di andar forte in qualsiasi categoria, e anche se ho vinto un po’ tutto, ogni anno mi tocca cercare un sedile con cui correre. Oddio, con le squadre private mi è più facile, perché tutti mi conoscono e sanno che sono una garanzia. Quest’anno, infatti, oltre al “Gran Turismo”, partecipo a un campionato appena nato, il Midget Italian Series. L’ultima gara è l’undici ottobre a Imola, mi presento leader del campionato con 55 punti di vantaggio sul secondo in classifica. Credo e spero che vincerò il titolo, e sarebbe il mio decimo in 15 anni di corse.

Anche nell’automobilismo contano cose che nulla hanno a che fare con la bravura? Tipo farsi fotografare con la velina di turno?

(Fa segno dì sì con la testa – ndr). Come dicevo, contano soprattutto i soldi.

E di Potenza cosa non le piace?

Ormai siamo in una fase calante un po’ in tutto e anche per i nostri figli sta diventando difficile.

Il futuro di suo figlio lo vede fuori Potenza?

Ripeto, la vedo davvero difficile.

E se le dicesse che vuole fare il pilota?

In realtà ne abbiamo già discusso e stiamo cercando di fare qualcosa col karting. Ma la musica è la stessa, i costi sono altissimi.

La Politica le ha mai chiesto di scendere “in pista”?

No. Però voglio dire una cosa.

Prego.

Io non ho mai avuto alcun contributo, né dalla Regione, né da altri. Altrove, invece, accade di ricevere aiuti. E purtroppo, come dicevo, senza sostegno economico non si può fare. Per entrare “in Europa”, a esempio, per prima cosa ti chiedono quanti soldi puoi portare.

Queste sono le persone che NON l’hanno aiutata. C’è qualcuno, invece, a cui si sente di dire “grazie”?

Innanzitutto a mio padre, che sin dall’inizio mi ha supportato, su tutti i fronti. E poi, naturalmente, anche nella nostra piccola realtà ci sono tante aziende che hanno condiviso la mia passione e mi hanno sostenuto. E continuano a farlo, nonostante le difficoltà.

Qualche nemico ce l’ha?

Credo di no, perché cerco di comportarmi bene con tutti.

Qualche invidioso?

Ci può stare, magari qualcuno che non è riuscito a ottenere i miei stessi risultati. Per arrivarci però, ci vogliono umiltà, serietà, correttezza e precisione. E tenga conto che partire da Potenza non è facile, poiché si è totalmente privi dei contatti che sono fondamentali in questo lavoro.

Lei come vede il suo futuro da post-pilota?

Bah, io vorrei correre finché è possibile: ci sono piloti importanti ultra-cinquantenni e io ne ho 38. Poi, mi piacerebbe rimanere nell’ambiente.

Mi dica il libro, la canzone e il film preferito.

Dico la verità, di libri non ne leggo molti. Per quanto riguarda la musica, mi piace quella da discoteca. Il film non saprei, quelli d’azione…chessò, “Fast & Furious” (il titolo glielo suggerisce il figlio, presente al pranzo– ndr).

Fra cent’anni cosa vede scritto sulla sua lapide?

“Ha vissuto una vita in velocità”.