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“Antonio Infantino è
la più grande voce
contemporanea della
Basilicata”.

L’ha dichiarato qualche
settimana fa su queste pagine il
celebre musicista Eugenio Bennato,
animatore del movimento “Taranta
Power” e autore di musica “di
contenuti”, molti dei quali hanno
a che fare con il Mediterraneo e “i
viaggi della speranza”. Sempre a
proposito di “migranti”, dopo aver
raccolto il parere di un altro famoso
cantante impegnato nel sociale, Zulù
dei 99 Posse, questa volta ci siamo
recati a Tricarico, in provincia di
Matera, ove vive proprio Antonio
Infantino. Faceva molto caldo,
e il Maestro –sicuramente uno
dei maggiori esponenti di “world
music” dell’intero Sud- ci ha accolti
nel verde della sua casa di campagna
con la consueta disponibilità e
generosità di parole e soprattutto
di concetti. Infantino, sul tema
dell’emigrazione, aveva moltissimo
da dire. Non tutti sanno, infatti (per
usare una locuzione da Settimana
Enigmistica) che lo Sciamano della
Taranta, laureatosi in Architettura
col massimo dei voti a Firenze, ha
poi girato il mondo per esercitare la
professione.
«Quello delle cosiddette
“migrazioni” – ha esordito- è
proprio il tema del mio nuovo
progetto musicale. Già quando
cantavo “faciti rota”, intendevo
dire “fate ruota intorno al mondo”
e il mondo è una cosa sola. Già
200mila anni fa, gli uomini,
partendo dalla Valle dell’Omo in
Etiopia, vi tornavano dopo quattro
generazioni, facendo appunto
“rota”, girando intorno al mondo,
praticamente».
Come va contestualizzata
quest’emergenza globale, qui in
Basilicata?
In Basilicata la questione poi
assume un signifi cato davvero
cruciale. Io stesso, non essendoci la
scuola media qui a Tricarico dovetti
andare Potenza, a Potenza non
c’era l’università e dovetti andare
a Firenze, a Firenze facevano
carriera solo i fi gli dei “Baroni”, e
quindi per fare l’architetto dovetti
andare in Brasile, dove ho fatto
grandi cose, costruendo una città
per ventimila abitanti e tre chiese.
Oggi sono tornato in Basilicata con
l’illusione di trovare un progresso
della società, ma vedo che le cose
non sono cambiate, con i beni
dell’acqua e del petrolio che ci
vengono espropriati, e sui quali si
registra un’incapacità di gestione.
Non ci sono sbocchi, non ci sono
opportunità. Parlo di me non per
narcisismo, ma perché certe storie,
quelle della migrazione, le ho
vissute sulla mia pelle, io che sono
lucano. In Brasile, pensa, una volta
hanno tentato di rapinarmi e mi
hanno sparato quando mi sono dato
alla fuga. E non c’era nessun Marò
a difendermi.
Lei in Brasile ha fatto anche un
disco, la “Tarantola va in Brasile”.
Il titolo era proprio un gioco sul
discorso migrazione. La prima
canzone, infatti, recita “Da Sud
a Nord … sono arrivati da ogni
parte, e fecero il Brasile”. E quindi
“Documenti, dogana, quarantena
…”. Io ero uno di quelli. E lo
sono stato continuamente, perché
ogni volta ho dovuto riadattarmi
per integrarmi nel nuovo gruppo
sociale.
Emigrazione equivale sempre a
molta sofferenza, quindi.
Mi ha insegnato anche molto. Ma
i primi due anni erano sempre
lacrime amare. Ma poi ho superato
la sofferenza, e oggi questo mi
consente di defi nirmi, con orgoglio,
“cittadino del mondo”. Le mie
fi glie sono nate in Brasile da
madre inglese, e oggi una lavora
per le Nazioni Unite, un’altra fa
l’interprete a Bruxelles, e un’altra
sta per partire per Londra.
Insomma, cercano di bypassare
tutte le diffi coltà che avrebbero se
rimanessero qui a Tricarico, che
intossica persino me quando ci
torno. Dopo due o tre mesi che stai
qui, purtroppo, sembra di essersi
ritrovati nelle sabbie mobili.
Come influisce tutto ciò sulla sua
personale visione del problema
“Migranti del Mediterraneo”?
Non mi piace quando usano il
termine “migranti” per riferirsi
a “loro” che arrivano qui sulle
barche. Perchè lo siamo anche
noi, come lo erano i nostri nonni!
Mio nonno è stato dodici anni nelle
miniere di Pittsburgh, in America.
I miei zii, i miei parenti sono
andati in Venezuela, in Argentina,
girando per il mondo. Quindi non
è che noi siamo immuni da questo.
“Migranti” non sono solo loro!
Anzi, l’attenzione io la sposterei,
proprio poiché sono stato migrante
io stesso. Sono stato in Brasile
sei anni, in Belgio quattro anni,
in Svizzera un anno, e in più vado
facendo gli spettacoli in giro per
il mondo. Questo mi fa capire che
il mondo deve essere una cosa
sola senza frontiere, perché queste
portano all’egoismo, al narcisismo,
alla sopravvalutazione del sé e dei
propri bisogni. Uno come Salvini,
per intenderci, non bisognerebbe
proprio farlo parlare, perché dice
solo scempiaggini storicamente non
documentate. Tra l’altro, questa
Lega “celtica” è una vera truffa,
perché nel Sud ci sono più Celti
di quanti lui possa immaginare.
Sono arrivati in tutto qui nel 390
avanti Cristo, e il rito del Maggio
ad Accettura non è celtico, ma straceltico!
Andasse a studiare, Salvini.
Lui e pure Renzi. Li inviterei a
passare due giorni su una barca, e
poi sì che li farei parlare.
E’ la questione dei “diritti umani”
che ci sta esplodendo in faccia.
Certo. Non si può tenere al
Governo gente che non sa nemmeno
cosa sono i diritti umani. Non
conoscono la Costituzione. Io
stesso ho interrogato una trentina
di parlamentari e praticamente
non ne sapevano nulla. Sui diritti
umani Papa Francesco si è spiegato
molto meglio di me e condivido
appieno. In Basilicata, poi, c’è il
problema nel problema, derivante,
come dicevo, dallo sfruttamento del
petrolio, senza che vi siano adeguate
contropartite per la popolazione.
Io dico questo: attenzione a non
mettere la gente in condizione di
non aver più nulla da perdere.

 

Walter De Stradis