santino bonsera

Capelli bianchi, un po’ ribelli, baffi e ciglia folte, il professor Santino Bonsera sembra uscito dritto dritto da un quadro sul Risorgimento. Sarà per questo, che non vuol sentir parlare di “briganti”, specie se in chiave “romantica” e “revivalista”. Il Presidente del Circolo Spaventa Filippi, nonché del prestigiosissimo Premio Letterario Basilicata, anni fa era un severo professore di lettere e di latino. Oggi, l’uomo di profonda cultura e di esemplare rigore morale, è –fra le altre cose- un opinionista prezioso.


D: Professore, come giustifica la sua esistenza?


R: L’esistenza non si giustifica. Casomai la domanda è: “Come giustifica la sua posizione nell’ambito della società?”.


D: Va bene. Quindi?


R: Con il mio impegno. Il mio ruolo, al quale sono rimasto legato, è stato quello di professore delle scuole superiori. Il mio essere sociale è quindi legato all’attività didattica e formativa dei giovani.
…che adesso prosegue col suo ruolo di Presidente del Circolo e col Premio Letterario Basilicata.
Ovviamente. Io nuoto nel mio liquido, che è poi la cultura. Ma, come dicevo, continuo a identificare me stesso con la professione di Professore.


D: Che rapporto ha avuto lei, con la politica? Il Premio Basilicata è legato alla figura di Emilio Colombo…


R: Sì, ma tengo a precisare che il Premio non è stato fondato da lui, come alcuni sostengono, bensì dall’avvocato Varango. Sì, questi era un anello del partito democristiano, e per fondarlo si avvalse del suo rapporto con Colombo. Il ruolo svolto da quest’ultimo, certamente, è stato importantissimo. Diciamoci la verità: per far venire Carlo Bo a Potenza, ci volle il suo intervento. Ciò ha consentito al Premio di vivere, per ben 23 anni, con l’impronta di un personaggio di alta caratura, culturale e morale, come quella di Bo.


D: Oltre a questo, Colombo cos’altro ha dato al Premio?


R: Il suo impegno, la sua autorevolezza. Nel 1972 lui era ministro, mi pare …


D: Questa “presenza” ha mai rappresentato un limite, per il Premio?


R: Devo dire di no. Lui non veniva mai alle riunioni della giuria, non veniva nemmeno a cena. Mi spiegò anche il perché: non voleva dare adito al chiacchiericcio. All’epoca i premi letterari avevano una cattiva fama: quella di essere contigui alle varie “parrocchie” e ai rapporti di bottega. Ed era vero. Ma Colombo non ha mai “suggerito” nessuno…


D: Ma di solito accade che qualcuno, specie fra i potenti, tenti di “raccomandare” qualche scrittore, o no?


R: Direi di no. Casomai sono gli scrittori stessi che chiamano … ma quello è normale. Le segnalazioni a cui fa cenno lei non avvengono. Forse perché si sa che io, già da professore, ero piuttosto avverso alle raccomandazioni. Io ho bocciato parenti di personaggi illustri, proprio perché questi avevano tentato di intercedere presso di me.


D: Ha avuto alunni illustri, oltre a genitori illustri?


R: Si, alcuni adesso insegnano all’Università, all’estero. Alcuni ex-alunni poi mi hanno dedicato un gruppo su Facebook, a riprova che ero considerato un professore severo, sì, ma corretto.


D: Una critica che a volte si fa al Premio –e che anch’io mi sono sentito di fare- è che a tratti appare un po’ troppo “ingessato” e “accademico”, soprattutto in relazione ai testi premiati.


R: Non mi sembra. Dal punto di vista dello svolgimento delle serate di premiazione, stiamo apportando delle modifiche, per renderle più dinamiche. Delle varianti in effetti erano necessarie: quest’anno abbiamo creato le giurie popolari, ovvero quelle dei lettori, e abbiamo inserito il concorso per le scuole superiori. Per fare tutte queste cose, però, occorre liquidità.


D: E a proposito delle opere premiate?


R: Il Premio è fatto di tante sezioni. L’anno scorso abbiamo premiato uno dei maggiori studiosi in materia di diritti individuali; abbiamo premiato eminenti economisti. Poi, per quanto riguarda gli scrittori: l’andamento di un’annata è legato al mercato editoriale, ma soprattutto non tutti gli anni spunta il bel libro, il grande autore eccetera. Ci sono delle annate indubbiamente piatte.


D: Cioè anche il successo “letterario” di un libro è determinato dalle vendite?


R: Questo è vero, ma non per quanto riguarda la nostra giuria, che è fra le più oneste e non si lascia influenzare dalle vendite.


D: Allora quali devono essere le caratteristiche imprescindibili di un buon autore di narrativa?


R: La capacità di interpretare il proprio tempo, e insieme suggerire i valori atti a correggere le défaillances della nostra società.


D: Quindi, mi pare di capire, voi non premierete mai un libro “fantasy”.


R: Mah, dovrebbe essere in grado di far riflettere, di scavare, oltre che di regalare emozioni.


D: Adesso vanno molto di moda i libri erotici, con le varie “sfumature” di grigio, di rosso etc.


R: E’ un segno dei nostri tempi, in cui conta l’apparire, in cui alle sagre locali viene la Arcuri, a mettere in mostra le sue grazie. E così la gente corre. La gente, invece, ha bisogno di cultura. La sagra non è un evento culturale, ma una promozione commerciale. Ed è sbagliato dare “spolverate” di cultura alle sagre, o usare la bellezza del corpo femminile per fare i numeri. E’ degradante per le donne stesse.


D: Quindi anche secondo lei la Regione spreca troppi soldi finanziando le sagre?


R: No, io questo non lo dico, perché non so quanto spendono. Le sagre, come dicevo, sono operazioni commerciali, tutto qui.


D: E’ soddisfatto, invece, del sostegno economico che viene dato al suo Premio?


R: Eh…! Come Premio ci avviciniamo al mezzo secolo di vita. Ci sarebbe bisogno di un maggiore … (Bonsera fa un segno con entrambe le mani, come a indicare una “spinta” – ndr).


D: Non mi pare soddisfatto, quindi.


R: I soldi messi a disposizione ogni anno sono di meno. Chi ci sosteneva, adesso ha molto diminuito. Una volta, con la giunta De Filippo, potevamo contare sul contributo alla sezione per la narrativa giovanile; adesso quei 4.900 euro sono venuti meno e abbiamo dovuto rinunciare. Il nostro Premio, inoltre, è anche itinerante e ci sono, necessariamente, manifestazioni collaterali, convegni e quant’altro: tutte queste cose comportano dei costi.


D: Quando, col nostro giornale, organizzammo la Fiera dell’Autore a Matera, una giornalista della Rai –che era pugliese- mi rivolse questa domanda: ma perché qui in Basilicata pubblicate solo libri sui briganti?


R: Ma perché c’è questa “sub-cultura” –diffusa in tutto il Sud- circa la ripresa del Neo-Borbonismo, e anche della cultura reazionaria “neo-guelfa”.


D: Come li vede i neo-borbonici?

 

R:Ne ho una pessima opinione.


D: Perché?


R: Inizialmente pensavo che questo rigurgito di amore per il Brigantaggio provenisse da un senso di colpa, da un irrisolto problema morale che gravava sulla coscienza dei lucani. Ma poi ho capito che il Brigantaggio veniva usato come strumento di contestazione del Risorgimento, del concetto di Unità d’Italia, come se tutti i nostri problemi derivassero da allora. Neo-borbonismo e neo-guelfismo si incontrano quindi sull’assurdo terreno di una storiografia che guarda all’indietro, che sogna addirittura il legame tra trono e altare. Recentemente, a Potenza mi sono trovato alla presentazione di un libro di due autori locali: dopo averlo acquistato e sfogliato al volo, mi sono accorto che fra le fonti veniva citato il “solito” Carlo Alianello –perché questo “revisionismo” parte tutto da lì- e poco più. Allora ho cercato di intervenire, ma non mi hanno fatto parlare. “Non sono previsti interventi”, hanno detto. Evidentemente avevano capito che avevo da avanzare molti dubbi. Gli autori del libro vantavano una documentazione riguardante la brigantessa lucana Maria Rosa Marinelli, che avevano reperita a Roma in certi archivi: peccato che la stessa identica documentazione avremmo potuto fornirgliela tranquillamente noi del Circolo, qui a Potenza.


D: Quindi lei non crede a quella letteratura che vuole il brigante lucano come un eroe, come un ribelle, che lotta contro i soprusi del piemontese e contro le ingiustizie?

 

R: E’ proprio questo il punto. Qui si vuole “eroicizzare” un fenomeno e dei personaggi che di “eroico” non hanno nulla. I briganti erano persone che erano state maltrattate dal nuovo regime, ma anche dal vecchio. Avevano subito ingiustizie, persecuzioni, ed erano state tenute nella miseria. Ma il Brigantaggio non è nato certo nel 1860: è inscindibile dalla storia dei Borboni, di cui i briganti sono sempre stati i più grandi difensori, già a partire dai fatti del 1789. Il brigantaggio, quindi, è stato sempre una stampella della Monarchia, ancora prima dell’Unità d’Italia. 

 

D: Quindi il discorso della voglia di riscatto del popolo lucano contro lo sfruttamento e contro gli oppressori non c’entra nulla?


R: No. Era semplicemente la ribellione scomposta dei paria, di coloro hanno subito torti e ingiustizie.


D: Ma c’è qualcosa di positivo nel Brigantaggio, che magari può rappresentare un esempio ancora oggi?


R: Guardi, ho letto un ulteriore libro sulla brigantessa Marinelli, scritto da tutt’altra autrice, in cui si evince chiaramente che questi briganti erano nemici della popolazione della Val D’Agri, letteralmente vittimizzata. Questi briganti scendevano dalle montagne e andavano a violentare le ragazze davanti ai genitori. Avevano martirizzato un intero paese, Paterno. Cosa può esserci di “grande” in questi briganti?


D: Domenica scorsa in contrada Dragonara, a Potenza, sono morte due persone per un incidente avvenuto nel corso di una rievocazione storica sui briganti. In città è l’argomento del giorno: lei che idea si è fatto?


R: Che è stata una disgrazia, e come tale poteva capitare a chiunque e in qualsiasi situazione. Probabilmente, quando ci sono di mezzo le armi –sia antiche che moderne- c’è sempre da avere paura. Io ho paura delle armi e non le maneggerei mai. Credo che comunque sarebbe bene utilizzare armi di legno, in questo tipo di rievocazioni.


D: Lei però, in generale, non vede di buon occhio le celebrazioni sui briganti, mi pare di capire.


R: Ripeto: di base c’è un disagio reale. Gli Italiani del sud, cioè, sono quasi pentiti e attribuiscono all’Unità d’Italia le difficoltà del Mezzogiorno. Ma si dimentica che per l’Unità d’Italia combatterono molti giovani, spinti dagli ideali del romanticismo, ideali di libertà.


D: Se non quelli dei Briganti, allora, quali devono essere gli ideali dei nostri giovani?


R: Non ne hanno, perché si sentono sviliti e senza speranze. Sono disperati.


D: Di chi è la colpa? Della famiglia? Della scuola? Della politica?


R: La famiglia e la scuola sono vittime della politica. E i giovani si sentono prigionieri di una realtà che percepiscono contro di loro.


D: A fine intervista chiedo sempre all’interlocutore di dirmi il libro preferito. Con lei sarebbe troppo banale. Mi dica un libro che odia.


R: Glielo dico. I libri sul brigantaggio. Sono ripetitivi e si copiano l’un l’altro.


D: Mi dica la sua canzone preferita.


R: Io adoro la musica classica, l’opera. Ho ancora la raccolta delle opere di Verdi.


D: Il film?


R: Adoro i capolavori di Luchino Visconti. Il neo-realismo italiano.


D: Professore, ma lei, un diavolo di giornaletto, l’ha mai letto?


R: Certo, da bambino. Il sabato attendevo con ansia l’uscita del “Il Vittorioso”.


D: Cosa vede scritto, fra cent’anni, sulla sua lapide?


R: Nome e cognome.


D: Era per chiederle se ha un motto.


R: Certo. “Sapere aude”, ovvero, “Abbi il coraggio di conoscere!”.